Roberto Gigliucci, Sulla poesia di Gianni Ruscio

Sulla poesia di Gianni Ruscio

di Roberto Gigliucci

 

Gli ultimi tre volumi di versi di Gianni Ruscio, Respira (Ensemble 2016), Interioranna (Algra 2017) e Proliferazioni (Eretica 2017) formano una sorta di trilogia, magari inconsapevole, poco importa, nella forma di una storia esaltante e nello stesso tempo angosciosa (intendo per l’autore prima di tutto, e poi naturalmente per chi legge). Perché storia? Perché la dimensione filogenetica generale di un incontro, di un amore folto di sesso, di una gestazione, di una nascita e poi di una famiglia è la storia, con una s così minuscola da risultare appunto esaltante e insieme paurosa.
Ma procediamo con ordine – se un ordine è dato nella poesia. Il tema del sesso e dell’amplesso come centro di ogni infinità era già presente nelle raccolte precedenti di Ruscio (come Nostra opera è mescolare intimità, 2011, e Hai bussato?, 2014). Il poeta quasi trentenne (nato nell’84) è sempre stato dunque un poeta erotico, nel senso meno esplicito e più sensualmente metaforico che si possa immaginare. L’amore è carne più carne, è ingresso e incanto, è sgorgo d’organi e di strumenti a corda, a fiato, elettrici. L’amore è troppo (Respira p. 19), quasi come il trop amar che per i provenzali e per Dante andava corretto in ben amar. Ma in tale direzione Ruscio non mi pare affatto “stilnovistico”, nonostante le sensibili parole che scrive Gabriella Montanari alla prefazione di Interioranna (p. 10). L’amore è ad esempio n modi visionari di dire la vagina: una feritoia, dove entra la luce, un dentro con il nulla ma illuminato, ventre, foce, bocca della verità, assenza dove sciogliersi. Solo rarissimamente l’autore ricorre al lessico esplicito, “abbassato” in una tapeinosis ben situata ai punti giusti di certe liriche: «respira dentro il mio cazzo./ Spirerò nella tua fica. […]/ il mio seme/ dentro al tuo cuore» (Respira respira respira respira respira in Respira p. 130); «Spegni tutto. Vieni a letto con me. […]/ Se vuoi dormiamo. Altrimenti ci seminiamo» (ivi p. 29). E i lacerti di brutale realtà individuata, in una poesia molto concettuale e generativa di immagini solo apparentemente concrete, in realtà rese astratte da una carie di pensiero invasiva, risultano bellissimi tocchi di gusto espressionista: «Resta nel fazzoletto sporco di trucco. […]/ Resta fra le dita dei piedi, nel sangue che ha sporcato / gambe e pavimento» (p. 48); «Per caso hai bussato?» (p. 95, verso finale di Io ti auguro); «Una cofana di patatine/ dell’Ikea sarà il nostro tramonto, la centrifuga/ della lavatrice la nostra anima in fiore» (p. 120). Si può agevolmente verificare, cioè, la perfetta inseribilità-incastonatura di queste umiliazioni del registro nel tessuto lirico complessivamente pensante di Respira. Quando dico pensante penso a maschile, e credo ci pensi anche l’autore. Il pensiero come attributo del maschio si fa carne per sciogliersi, dopo essere stato densissimo, nel vuoto femminile che potenzialmente – e poi attualmente – è un tutto-pieno, un uovo, appunto. Certo, il sesso (pur nell’amore) è qualcosa di molto omoritmico, e nonostante la poesia sia plurale per eccellenza, si fissa in polarità arcaiche, sole-terra, spada-scudo (trapassato), e poi si cristallizza in stati dinamici quali sopra-sotto, sotto-sopra, entrare, venire, uscire ecc. Può anche accettare una violenza dell’immagine come l’impalamento «Questo tuono scaraventato/ nella sorgente cade dalla gola/ al buco del culo», o l’omofagia («mangeremo pezzi di noi», ivi p. 53). Ma la forza del pensiero poi declina l’idea unitiva (à la Tristan und Isolde) nelle articolazioni paradossali che, da una tradizione millenaria, si rinnovano nei versi di Ruscio: «esserti dentro me» (ivi p. 27); «Essermi? È la stessa cosa di/ esserti» (p. 58, con efficace inarcatura). Insomma, Respira, prima anta di una storia che poi si spaventerà di essere storia, riassume le infinite possibilità di amarsi e congiungersi, e desiderarsi e pensarsi e immaginarsi nell’amore in cui si è dentro l’altro/a essendo dentro se stessi, secondo un principio di indeterminazione (cfr. Sonia Caporossi, prefaz. a Proliferazioni p. 10 n.n.).
Che succede con Interioranna? Semplice, la donna amata è incinta del poeta. La prima conseguenza di questa novità è una modificazione nello stile. La poesia si chiude, si fa irta di rime interne, paronomasie, parole emblemi che alludono sintagmaticamente e paradigmaticamente a lemmi dal suono analogo. Lo stile si eleva, anche se resta protagonista il corpo. Solo che il corpo è lustrato in organi diversi assimilati a strumenti musicali (anche qui organo/organo è un bisticcio basico fra carne e suono). «Interiora dominanti, linfonodi/ avvenenti in settima minore […]./ Perché questi intestini saranno/ canne e corde, corde e tramiti/ per un sentire di grazia, per il seme/ danzante» (Interioranna p. 33). Bei versi, nel senso di belli, nobili, gravi, dove l’enjambement, classico strumento per ottenere maestosità, è costante. E dove una parola come canne, che appartiene alla parte “musicale”, fa anche pensare alla canna della gola, così come le corde possono pure essere vocali. Nella breve lirica Siamo venuti a prenderti (ivi p. 64), tempio e causa sono leggibili anche come tempo e cosa. Anzi, questa doppia lettura ci pare addirittura obbligatoria. Le «tube del firmamento» di Non vi sia lettera nel fato (p. 83) sono trombe mirum spargentes sonum ma anche tube di Falloppio. Non mancano tratti di “abbassamento” anche in questa raccolta, ma non hanno volontariamente l’incisività rude di cui prima. Ad esempio: «Dalla pancia alla pancia/ dell’altro. Dai piedi/ che non puoi più raggiungere/ e continuerò a massaggiare/ e a levigare» (p. 55). Ma più spesso, ora, la lingua vuol giocare, naturalmente in modo molto serio. Per intenderci leggiamo la seconda parte della lirica Snoda ma tace la lingua (p. 75): «Trilli l’armonica, ogni cosa è/ nel cesso. Trilli nel cesso/ ogni cosa finita. Ogni cosa è sfinita/ se non ci sei tu, se tu non sei più». Il ritmo, le rime interne, le parole-rima, le assonanze sono sofisticatamente gestite. La tapeinosis del cesso funziona a meraviglia fra i trilli che risuonano follemente come nel Falstaff di Verdi. Nell’ultima breve sezione della raccolta si perviene finalmente al parto. E Ruscio ci sorprende con uno scarto stilistico che viola ogni gravitas e balzella su una scala dal sapore minimalista giocoso palazzeschiano: «Esce, esce davvero. La testa/ la testa! La testa il pancino…/ la pancia la mano la mano/ la gamba, il culetto. Il culetto/ e l’orecchio. La schiena/ il ginocchio il piedino. Il piedino/ e il cordone, il cordone e/ il faccino… oh, ehi, oh!» (p. 103). È nato.
La terza raccolta, Proliferazioni, a un colpo d’occhio generale può sconcertare il lettore che viene da Interioranna. Del neonato pochissime tracce: «Il bambino dorme» (p. 29) e il suo tenero alito svuota la mente introducendo il nulla e negando il senso del tempo, del presente. Ma è un’altra la poesia, ove si menziona per nome il figlio Jago, a suscitare una violenta necessità di interpretazione, che pure rischia quasi inevitabilmente il fallimento – se una interpretazione può mai essere fallimentare. Leggiamola (p. 41):

Prendimi nelle mani tue
e accuratamente disponimi. Riprenditi
la mia spada e la spina
dorsale per riportarmi
nei tessuti di Jago, concimato
dall’inizio dei semi…

… la gestazione delle mie ali
sia nella nudità delle scapole tue.

Non so se, nel gioco della letteratura, sia più spudorato il poeta o il critico che lo analizza. Lascio giudicare chi legge. In ogni caso, noi crediamo che questi versi siano l’espressione di un desiderio di annullare una nascita riportando indietro il tempo sino all’inseminazione. Così il padre si incarnisce nella carne della sua carne (amore plastico) ma nello stesso tempo scancella dalla negra schiena del tempo l’evento della nascita di Jago. E alla fine è lui, il papà, a sentir sbocciare le ali sul proprio dorso (come il bimbo del film di Ozon Ricky) grazie alla mediazione delle sublimi scapole nude della donna. Perché è su lei che si concentra Proliferazioni, un nuovo canzoniere d’amore maturo e melanconico, non proprio sul miracolo del figlio. A lei l’autore si rivolge, a lei dirige suppliche, lei che è ora la sua signora, la sua sposa. Ma con lei il poeta vuole uscire dalla storia: «svaniamo dalla storia, mia signora» (p. 45). Perché? Perché l’amplesso, la penetrazione, l’orgasmo sono l’entelechia suprema della coppia, e si situano fuori della storia. «E che un morso ci sospinga in un foro// l’incanto» (p. 65). La storia nel senso semplice che abbiamo indicato (ci si ama, nasce un figlio, ci si sposa, si è in tre) non esclude, nella sua fase più recente, il riproporsi della scena primaria, per così dire. Tuttavia tutto è cambiato. In meglio? Forse. In peggio? Chi sa… Certo l’ultima lirica della silloge, Così scompariremo (p. 68) ci pare inverare quel tratto di melanconia cui abbiamo accennato poco sopra. Il poeta e Anna saranno presto degli avi, o dei superstiti. La noia dell’entropia porterà all’ora della cattura, quella che renderà i vieux amants «spartiti», separati – con ulteriore bischizzo musicale. «Avremo creduto… saremo stati/ la stessa cosa o persona.// Proliferazione del nulla». Amen.
Chiude con un sapore pavesiano questa bella poesia. (E Pavese, con Amelia Rosselli, sono due poeti che si riconoscono in filigrana in tutte e tre le raccolte poetiche di Ruscio). Anzi, la chiusa vera e propria, prima dei ringraziamenti, è un corsivo che recita così:

La vita è l’occasione di (non) poter tornare indietro.

Il sogno del riavvolgere la bobina temporale sino a fondersi con i tessuti del figlio-feto è quindi mera illusione. L’avventura è ciò che accadrà. La sottile depressione post partum del padre è ancora equivoca fra ristagno emorragico mentale e slancio vitale e curioso di un poeta trentacinquenne – o quasi. Ma si vedrà. Intanto la poesia deve rimanere sconveniente, necessariamente. E talora anche la critica.

 

Roma, fine maggio 2019

© Roberto Gigliucci

Gianni Ruscio, foto di ©Matteo Ciarla

 

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