François Nédel Atèrre, Poesie da “Limite del vero” (La vita felice, 2019)

 

Credimi, non so bene se somigli
all’animale cauto di montagna
con l’occhio vivo, o al verme che saltella
sopra una foglia, a un dorso di farfalla,
l’amore che conosco. Di recente
gli ho dato un nome per chiamarlo in strada.
Io lo misuro in tutto ciò che gira
mancando di qualcosa, nelle corde
attorcigliate per ormeggi vuoti,
nell’erba stropicciata, in un pallone
bucato ai ferri di un balcone storto.
E tu nemmeno sai di cosa parlo.
Sfrontato, in mezzo all’orto, è appeso al ramo
e ignora piogge e colline dorate
dopo il tramonto. Ha una buccia sottile,
lucida, sorvegliata dalle fronde.
Se passi, prova a coglierlo. È quel frutto
scampato alla raccolta, che ha più succo.

 

 

È sopra il muro il memento, per poca
cosa che sia, del giardino di casa:
un pezzo di mosaico. Gli anni buoni,
imparalo, hanno i loro riti. Vanno
per strade torte, nell’acqua dei rivi
schiumosa, per le crepe dei mattoni.
Te li ritrovi coi vestiti nuovi
lungo le scale, a volte sulla porta
socchiusa. Fingono di non vederti.

 

 

Mi dissero che c’eri. Oltre le tende
sottili, acquamarina, alzai lo sguardo.
Era già piena la strada di gente
disordinata. Un ragazzo cantava.
Niente a che fare con la neve e il vento,
il gelo sulle cime: eri in un luogo
che non ti apparteneva. Sole e segni
sui muri, anime buone di altre case.
Qualcuno volle chiederti qualcosa
che non sentivo, gli parlasti a lungo
senza interesse: era appena il valore
dato a un estraneo in mancanza di meglio.
Per pochi istanti, ti vidi arrivare.
Non ho saputo di quale animale
tu avessi il passo o trattenessi il volo.
Mi sei venuta incontro, non mi hai visto.

 

 

Le foglie, i vuoti d’aria. La caduta
è solo un graffio dell’ombra. Si disfa
in pochi giri – il viale è corto – quello
che resta della stagione. Si tiene
il mento basso, la parola chiusa
nel petto: il tuo restare è qualche sguardo.
Tempo che si trattiene o che è già andato
in altro tempo, il tuo fianco, il respiro
e a terra il tuo dolore, che conosco.

 

 

L’ora è terribile, raggela il cuore.
C’è ancora il sole, sul vostro balcone.
Nel bosco sacro come nei giardini
pubblici, stanno riscrivendo il rito.
Soffia di più il vento, sembra che parli
(è solo una canzone, su, sta’ calmo.)
Il giovane ufficiale, il sacerdote
cancellano le formule e i registri.
Che velo aveva, era sicuro bianco?
il legno delle sedie era maturo
o scricchiolava? i grandi quadri accanto
erano alti, qualcuno li guardava?
Sui testimoni si addensa il sospetto,
le esitazioni nella voce, colpe.
Si bussa ai fianchi delle casse, è in dubbio
la buona fede di chi se n’è andato.

 

 

Da © François Nédel Atèrre, Limite del vero, La Vita Felice 2019

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