proSabato: Giovanni Comisso, Frammenti – prima parte (1953)

 

L’aria chiara, con tutta una luce di perla che indifferenza acqua e cielo, tiene in incanto. Da sotto al ponte escono le barche a colpi di remi, poi, appena un po’ fuori, gli uomini lasciano i remi e si precipitano con l’estro di acrobati a sollevare gli alberi fissandoli con le sartie. Allora issano le vele. Vele oscure all’ombra delle case. Gialle, bianche, pigliano lentamente l’aria. Un’altra vela si stende. Un’altra si distacca da dietro alla prima. L’ultimo sole ne illumina un pezzo, poi tutte. A poco a poco si moltiplicano. Poi si raccolgono ancora in gruppo, e pare si fondino tutte per comporsi in un solo grande veliero. Altre diventano piccole, lontane nell’aria che di luce come l’acqua e scompaiono dietro al Forte verso il mare. Giuocano davanti al nostro occhio come frammenti di vetri colorati nel caleidoscopio.

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Sono queste feste stagionali una sintesi della vita, entusiaste, avide di attesa di conquista al dischiudersi delle foglie, piene, solenni e generose al divampare del sole estivo, dolci e malinconiche al declinare dei raccolti e al cadere delle foglie. E vi sono sempre ad accompagnare queste moltitudini anelanti, uomini e Donne esperti della cucina, come vivandieri di un esercito che accanto a quadrati focolari convivo fuoco e brace saggiamente distribuita, vigilano grandi spiedate di capretto, di polli e di uccelli, dosando il sale, regolando le durature, ribattezzando le carni con loro sugo raccolto.

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La festa già tumultuava di musiche, di spari e di richiami. Tre giovanette attraversavano la folla vociante, rosee, accuratamente pettinate, vestito di verde, di giallo e di rosso, prese a braccio: la più timida era in mezzo, la più audace stava a destra come gli attacchi dei cavalli da tiro. Al loro passaggio gruppi di giovani prendevano una formazione d’assalto e si spingevano contro di esse, provocando le reazioni della più audace, mentre la timida sorrideva estatica. Era per queste ragazze, la festa, come il collaudo di una nave sui fluidi sconvolti da un fortunale. E scomparvero in una nuova nube di polvere sollevata dal vento che scendeva dalle colline.

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Alcuni luoghi della strada che attraversa il paese erano interamente bloccati da manipoli di giovani. Tutti i contadini delle colline. Non si capisce di che cosa siano stati nutriti, quale vita abbiano fatto per giungere alla loro perfezione, alla loro stupenda salute. Niente li può uguagliare, né le immagini degli angeli, né le statue più levigate, né i fiori, né gli alberi schietti, né gli animali che vivono in selva: forse, solo certi mirabili insetti variopinti, equilibrati, senza scorie, che si nutrono soltanto del profumo dei fiori. Sono scaturiti da queste colline adorne a settentrione di boschi di castagni modellati dal vento e a mezzogiorno di vigneti come filigrane colate dal sole. Sono di sicuro senza un soldo in tasca, non vanno verso le giostre, verso il tiro al bersaglio, verso le osterie, versi venditori di dolce di frutta, stanno solo a lasciarsi avvolgere Dalla polvere e si danno spintoni tra loro fingendosi ubbriachi.

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Donne rilucenti nello sguardo e abbigliate vistose servono il vino nuovo, l’oca, il sedano, la zuppa di trippe alle comitive raccolte. Da bancarelle attorno si richiama all’acquisto delle castagne arrostite e dei polipi rossi entro ai verdi catini.
I venditori di polipi sono simili ad araldi portanti eroiche disfide. Uomini alti venuti dalla campagna, mercanti di bestiame corporuti e deformi nel volto e talvolta donne gelose stanno attorno alle bancarelle dei polipi in attratta osservazione mentre i venditori, sollevando a forchettate gli esemplari più belli, ne decantano il sapore, il contenuto e la tenerezza. Cedono all’offerta e le mani avide diventano un tutt’uno con i tentacoli dei polipi come fossero ancora vivi e si avvinghiassero alle dita, mentre le bocche voraci si dilatano al morso del ventricolo rosato e i muscoli della mandibola risaltano tesi nella dura masticazione. Qualcuno tentenna novizio a quel cibo e il venditore lo schernisce come un inetto, un debole, un escluso alla vita. Entrano nel prato le schiere con passo di sicura conquista, ravvivato dalle musiche trionfali, dalle luci roteanti, per andare al tiro al bersaglio dove ottengono, ridenti, svampite bottiglie o bamboline di terracotta.

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In «La Fiera Letteraria», anno VIII, n. 16, 19 aprile 1953

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