Maria Borio, Trasparenza (rec. di Giorgio Galli)

Maria Borio, Trasparenza, Interlinea 2019

Cos’è la trasparenza per Maria Borio? La quarta di copertina del libro recita: «È la sintesi tra ciò che è puro e ciò che è impuro nel mondo. È una sintesi creata dal mondo digitale in cui viviamo, liquido e trasparente: un grande vetro attraverso cui traspaiono, mescolati, il puro e l’impuro, l’uomo con la sua natura da una parte e la tecnologia senza ruoli dall’altra. E se nella dimensione digitale tutto è interscambiabile, resta la scrittura a trovare le differenze tra noi e il mondo». In questa breve definizione troviamo alcune delle parole-chiave che ricorrono nella raccolta: puro e impuro, ma soprattutto attraverso e tra. Ho ascoltato dalla voce di Maria Borio un vivido esempio: la trasparenza nasce da un lavoro simile a quello del vetraio, che ricava il vetro da due materiali violenti come la terra e il fuoco, e li armonizza. L’armonia a sua volta non è pace, ma equilibrio ottenuto da un potenziale conflitto: il verbo greco armòzo in Omero significa raccolgo, unisco, e solo in senso lato “armonizzo”.
Dunque la trasparenza si genera da contrasto e lotta: lotta, prima di tutto, per esistere. L’opposizione primaria tra essere e non essere è il crinale che attraversa come un’ombra perturbatrice la raccolta. Da una parte l’esaltazione di un’esperienza sovrapersonale, la bellezza limpida della ricerca del puro; dall’altra il rischio dell’indistinto, della notte in cui tutte le vacche sono nere (entrambe forse simboleggiate dalla figura di Alejandra Pizarnik, citata in una poesia della prima sezione). Sia la parola che l’uomo lottano per non sprofondare nell’indistinto. La parola è vivissima, e non è opposta al silenzio, ma al nulla. La parola e il silenzio definiscono, al limite feriscono.

«Silenzio: con quale altra parola vuoi raggiungermi?
[…]
Con quale altra parola vuoi toccarmi?
[…]
Con quale altra parola cerchiamo di vivere per sempre?»

Basta poco perché, anziché elevarsi nella trasparenza, si sprofondi nel nero e nella notte. L’acqua, sostanza trasparente per eccellenza, ma anche pericolosa e scivolosa, affiora come da un incubo nella poesia della Borio:

«Il mare è davanti a noi, noi siamo davanti al mare.
Nell’acqua trasparente immaginiamo pesci-ago,
tutto è una notte che galleggia nell’alba -nel fondo
cadono foglie e ferri, si incontrano l’alba e la notte.»

La baumanniana “liquidità” del contemporaneo si riverbera sulle relazioni umane: in tutta l’opera è adombrato un tu che rimane distante, a malapena attingibile malgrado lo slancio fusionale, un’entità che non è ostacolo e limite in cui l’io poetico si definisce, ma apeiron in cui si perde. L’annullamento è il rischio implicito della fusione. Tutt’altra cosa è l’incontro: incontro con altri luoghi, altre etnie, altri paradigmi culturali. Questo sarebbe l’esito positivo della trasparenza; ma è continuamente messo in forse dalla liquidità dell’ultracontemporaneo, che dietro l’apparenza del trasparente e del puro nasconde il limaccioso, il viscoso, un’inquietante melma.
L’altra opposizione aggettante dai versi di Maria Borio è quella tra reale e irreale. La trasparenza della virtualità ingloba tutto, tutto assorbe, spoglia ognuno di noi dei suoi confini e del suo proprio corpo. Quindi del suo stesso essere. È per questo che Maria cosparge i suoi versi di lessico geometrico e di nomi di parti del corpo: la forma e la corporeità sono le ancore a cui si aggrappa per non cadere nell’indistinto, perché la sovrapersonalità non si traduca in una morte. Il vetro – vetro del cellulare, dello schermo – è la figura-chiave dell’illusione del virtuale: appare trasparente, riflettente, ma dietro è un reticolato di fili, di congegni. Un labirinto che ci perde e ci strangola. Ma il senso della forma può salvarci: «Attraverso / il vetro appare reale solo la forma».
Sono struggenti i versi cui Maria affida il bisogno di un ritorno al reale, a una consistenza dell’essere guardata con nostalgia da chi è già in parte perduto, deumanizzato e spersonalizzato:

«Nel punto più denso della città scrivi
che le persone tornino, che torni
al molto disperso, raccoglierlo
dal vetro e gli edifici a un luogo della mente –
io e te non ci siamo, noi, voi nei linguaggi
che avete trovato,
la fontana piatta nei grattacieli.»

È una poesia intrinsecamente riflessiva, sapienziale, quella che Maria Borio sdipana in un linguaggio sobrio, privo di punte espressive, vaporizzato in ritmi fluttuanti e non irreggimentati in gabbie preordinate: una musica sorda e atonale, come un murmure ipnotico e ossessivo. Trasparente, ma anche inquietante.
La genesi della raccolta rispecchia l’idea di Maria della trasparenza e dell’armòzein. Dice la Nota al testo che «l’idea originaria di questo libro è nata con la plaquette L’altro limite (Pordenonelegge-Lietocolle, Pordenone-Falloppio 2017). Il puro, l’impuro e il trasparente raccontano la trasparenza. Il trasparente è la sintesi, il puro e l’impuro sono la tesi e l’antitesi. La sintesi del mondo digitale è il grande vetro attraverso cui traspaiono il puro e l’impuro mescolati, l’umano e il non umano, la velocità e la prospettiva. L’uno altro limite dell’altro». È indicativo che l’ultima sezione del libro, intitolata Il cielo, sia introdotta da uno dei pochissimi componimenti in prosa della raccolta, il che vale a dire che l’armonia è introdotta da una spezzatura dell’ordine musicale delle cose. Perché l’armonia è lotta e armòzo significa innanzitutto raccogliere. Maria ricorre alla prosa in alcuni punti in cui la tensione sapienziale cresce. Lasciar vedere le giunture in questi casi non è tanto un difetto strutturale, una falla nel lavoro di com-posizione, ma la necessaria introduzione di tagli nell’apeiron per non cadere nell’indistinto.
C’è un’altra parola che Maria introduce nella Nota al testo, ed è racconto. Posto che Trasparenza è organizzata anche secondo un ordine drammaturgico – e quindi narrativo – qual è lo scioglimento di questo racconto? Eccolo, lo troviamo proprio alla fine, in chiusura del libro e del suo poemetto eponimo:

«È mattina: è tornare l’uno di fronte all’altro
– essere la prospettiva fragile e forte
per chi ci ha abitato, chi ci abita.»

Nella mattina dell’essere, abitarsi è il contrario di fondersi, è vivere anziché morire, conoscersi anziché annullarsi.

© Giorgio Galli

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