Cristina Polli, Tutto e ogni singola cosa (rec. di Patrizia Sardisco)

Su Tutto e ogni singola cosa di Cristina Polli

Riprendo alcuni versi molto cari ad Anna Maria Curci, autrice della curatissima e ispirata Prefazione a Tutto e ogni singola cosa di Cristina Polli (EdiLet, 2017; Postfazione a cura di Marco Onofrio), versi nei quali Rose Ausländer pone la parola come luogo, come terra nel cui tessuto materno stabilire la propria patria: «La mia patria è morta/ l’hanno sepolta/ nel fuoco// Io vivo/ nella mia madreterra/ la parola» (traduzione di Anna Maria Curci).
Riprendo questi versi per sostenere l’ipotesi che se davvero la parola può essere eletta a patria da parte di un poeta, la sua poesia allora può esserne la casa, l’abitazione, dimora-monumento nella costruzione e decostruzione operata da logos e pathos per sinergie e per scontri, per attriti e per nuove ricomposizioni.
«Genero metafore di pietra» è il verso con cui ci viene incontro il libro di Cristina Polli, un verso (una poesia!) di austera, imponente bellezza, dal cui peso e dal cui vincolo sarà impossibile sottrarsi, tutta l’opera ne è percorsa come da un’eco argentea e tagliente. Chiave ermeneutica delle pagine a venire, questo primo componimento-pietra sostanzia “a spigolo vivo” le fondamenta e il perimetro della fortezza-poesia, lo svettare delle sue pareti ripide e inespugnabili, la sua essenza di nucleo fortificato e fatalmente protetto entro cui poter prendere sicura dimora e del quale poter decidere i gradi di pervietà. Parole come “roccaforti”, “torre d’avorio”, “fortezza”, “arroccata”, squadrano da ogni lato, nel volgere di pochi versi, una costruzione poetica che non lascia spazio ad equivoci quanto a fattura e destinazione d’uso.
In  questa fortezza, «In un tempo sospeso sull’essere/ la poesia accorda il suo suono».
In questo arrocco, da questo riparo, provveduto a «deporre/ le armi del giorno», la voce poetica potrà lavorare sui nodi di ore e dolori, e levare il suo “canto di perdono”.
Dalle ringhiere/balaustre di questa “torre d’avorio”, l’io poetico potrà esporsi alle interrogazioni dei marosi che recano “echi di schiume/lontane” riaffioranti, di “notturne voci d’eterno sciabordio”. Guadagnata altezza e distanza, lo sguardo potrà sorvolare l’abisso e spingersi “oltre”: l’occorrenza di quest’avverbio/preposizione, utilizzato anche nella sua forma sostantivata, autorizza a ipotizzare un’aspirazione di superamento, un profondo desiderio (ricorrenti e ritmanti sono i “vorrei” e gli “ho bisogno”) di oltre-passare una condizione di blocco legata a una separazione che ha pietrificato l’io lirico, condannandolo, si direbbe, a una generatività a sua volta litica: ecco dunque che quell’altura e quella roccaforte, dalle quali osservare «l’orizzonte che si compie da solo» come un destino, sembrano configurare una Stonehenge del teatro interno e della voce, un “incavo d’aria” silenzioso in cui la “luce incunea l’oscurità”, in un respiro di pieno e di vuoto da cui si vedono una spiaggia deserta e, più in là, un mare di metallo. È uno spazio sacrale, sacrificale, che lo stesso io lirico sembra aver concorso a creare, un circolo di pietre inespugnabile, ineffabile, misterico, che serba il suo segreto “nel buio degli archetipi” e di cui “l’assorta fatica” sopravvive nelle meditazioni, insieme al dolore e al senso di una stanchezza vana: «Noi, Sisifo assorto in trasporti di pietre» mette in scena una noità dolorosa e dilatoria dell’Incontro, fino alla sua insensata e rovinosa, difensiva interdizione.
Se mi è concesso l’azzardo, oso affermare che si avverte l’incombenza di un convitato di pietra, tra le ombre di queste pietre-metafore, tra queste presenze di assenze che tornano a farsi dire e a farsi voce e nome: c’è un’assenza a lungo abitata come un destino tra i destini, ed è “lago inesplorato”, un “lago d’alba”, una presenza femminile che si vedrebbe incorniciata dentro “un anello incrinato” della catena, posto che si avesse voglia di portare “la catena agli occhi”.
Se, come acutamente osservato da Anna Maria Curci, leggendo questo libro «sembra di ascoltare la voce di quella figlia di Ulisse di cui non abbiamo testimonianza nei libri antichi», è vero, d’altra parte, che non troviamo qui, al fianco di questa figlia, alcuna Penelope. O, forse sarebbe meglio dire, avvertiamo che ne è stato esiliato il nome insieme al dissolversi del suo sembiante, del suo sguardo. Ma «Non ho volto/ se il sembiante dissolto/ cancelli»: l’io lirico sa, la sua “solerte coscienza”, cui non è concesso riposo o oblio, lo avverte con cruda chiarezza, sa che l’avere «imparato/ a lasciare andare» a non «rattenere distacchi», è stato un tendere verso l’auto-erosione, verso il proprio stesso disapparire. Il nome esiliato, «Eva/ esiliata/ del nome/ di madre», sembra corrispondere all’assenza di sguardo che in un passato mitico (non importa quanto legato a un dato biografico o a alla realtà fantasmatica dell’immaginario poetico) può aver provato duramente l’Io lirico privandolo di una sicura sponda di riconoscimento e dunque creando zone d’ombra nella sua fondazione identitaria e costringendolo a un doloroso arroccamento difensivo. Affrancarsi da queste “barricate” co-costruite, oltre-passare macerie e un senso diroccato, è finalmente possibile nella nuova “madreterra”, nella dimora della parola, nella poesia: più precisamente, in ciò che in poesia coniuga pensiero e patire, rimanendo “nell’essenza del dono”, lasciandosi trovare da ciò che era oscuro, forti di un abbraccio-contenimento finalmente conquistato.
L’esito cui perviene questa poesia è pertanto ben lungi da lusinghe nichilistiche dalle quali talora pure appare esser stata tentata la voce poetica [«vorrei dissolvermi in lacrime»; «Vorrei che svanisse ogni traccia/ […] di sguardi/ perduti […]/ di melodie inespresse»] o dall’atarassia («la carne non mi appartiene»): questa poesia è un volo di ri-cognizione e ri-significazione del dolore, di ri-appropriazione del significante/sembiante e, infine, di affermazione di sé («E ora è donna/ che conosce e dice»).
Legata a figure reali o totalmente fantasmatiche, questa imago materna, matrice di ogni assenza, abisso di defezione, risulta ora come riparata e aperta a una sua differente prensione. Si legge nell’ultimo componimento «l’abisso […]/ […]  voglio/ sorvolarlo/ per rapirti/ tratteggiando/ l’aria di richiami/ e immaginarti sguardi assorti.»
Lo spazio aperto dalla parola poetica, la parola abitata, ha il respiro largo e necessario per compiere l’immersione in «quel lago inesplorato di destini».
“Abitare la parola”, dunque, consente alla voce poetica di conoscere e di dire, di sottrarsi all’incanto-incatenamento cui potrebbe indulgere «sulla riva/ ammaliata dall’onda circolare/ se non fosse orfana della vera meraviglia»: la poesia, la sua potenza conoscitiva, sorregge il dolore e lo dice. E solo dicendolo può dire di sapere l’Amore, di nettare e di feccia, prendendo dell’Amore “tutto e ogni singola cosa”.

© Patrizia Sardisco

 

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