proSabato: Sotto il segno di Saturno. Intervista a Susan Sontag (P. Decina Lombardi)

© Lynn Gilbert

Caparbia, vitale, corposa, e non solo d’aspetto. Susan Sontag è una donna che sprizza un gran desiderio, una grande “voglia” di pienezza. Lo dice la sua attività assai varia, segno di molta curiosità e di molti interessi, e lo rivela la sua conversazione. I punti di riferimento di una scarna biografia potrebbero essere lo studio, l’impegno civile, i viaggi, tutte cose che convergono nella sua scrittura. Nata a New York, laureata in filosofia ad Harvard, specializzata a Oxford e alla Sorbona, è critico d’arte, regista teatrale e cinematografica (Duet for Cannibals), ha scritto numerosi saggi (Contro l’interpretazione; Interpretazioni tendenziose; Sulla fotografia; La malattia come metafora); romanzi e racconti (Il benefattore; Kit della morte; Io, eccetera). È considerata una teorica del Movimento di liberazione della donna e della opposizione radicale americana. Insomma, a quarantanove anni, è una delle figure femminili più significative per l’attenzione, lo spirito critico graffiante e la volontà di interpretazione con cui ha affrontato problemi e fenomeni del nostro tempo.
Accanto alla lettura di autori a lei particolarmente cari, quali Artaud e Benjamin, accanto ai numerosi riferimenti letterari, da Nietzsche a Bataille, da Rimbaud a Sade, da Cioran a Duchamp, Sontag ha affrontato nei suoi saggi temi quali la pornografia e l’invecchiamento, il cinema di Godard e quello di Bergman, l’importanza dell’immagine fotografica nel mondo contemporaneo, e l’uso metaforico della malattia: e la mitologia del cancro che rischia, con la colpevolizzazione del malato, di rendere meno reale la malattia. E ancora, troviamo nella sua opera reportages (su Cuba e il Vietnam, la Svezia e la Cina) e riflessioni sulle politiche del Movimento di liberazione femminile.
A caratterizzare questi testi, di testimonianza e riflessione, è la verve polemica, l’impegno morale e, ripeto, una tenace quanto irrefrenabile voglia di decifrare miti ed eventi contemporanei. Le è stata rimproverata l’esilità delle sue analisi teoriche, ma le sue argomentazioni sono sempre sostenute da un poderoso bagaglio di strumenti critici e, soprattutto, da una grande intuizione che a volte, a posteriori, appare profetica.
Un anno fa Susan Sontag ha curato la regia di Come tu mi vuoi interpretata da Adriana Asti e rappresentata in varie città italiane. Questa sua prima regia teatrale l’aveva contrassegnata con una cifra a lei cara: la fotografia. Alla commedia di Pirandello aveva aggiunto un prologo e un epilogo in cui la presenza dell’apparecchio fotografico aveva la funzione simbolica di carpire una testimonianza. Anzi, nella scena finale, l’Ignota era focalizzata in un riquadro, come nell’obiettivo, e sotto il lampo del magnesio la macchina fotografica la fissava, come frammento, prima di riconsegnarla al buio, al silenzio dal quale era uscita per incarnarsi, durante una breve pausa spazio-temporale, in un personaggio da commedia.
Un modo, questo, di sottolineare la frammentarietà dell’esperienza che, seppure con effetti diversi, sia la fotografia che la scrittura catturano e fissano.
L’attitudine alla “cattura”, incontrando la Sontag. mi è sembrata un dato essenziale del suo temperamento e della sua ricchezza interiore. Voglio dire che la sua è una voracità di fare ma anche di capire, afferrare in profondità l’esperienza vissuta. E l’esclamazione dell’eroina di Come tu mi vuoi: “Essere? Essere è farsi”, sembra proprio la sua parola d’ordine.
“Le fotografie forniscono testimonianze…, sono incitamenti al fantasticare…, ma sono anche un potente strumento per spersonalizzare il nostro rapporto col mondo, e la loro conseguenza principale è quella di trasformarlo in un grande magazzino, o in un museo senza pareti, dove ogni soggetto è degradato ad articolo di consumo e promosso ad oggetto di ammirazione estetica”.
Tali concetti, espressi nel libro sulla fotografia, li ritroviamo sviluppati in due dei sette testi della raccolta che sta per uscire da Einaudi col titolo Sotto il segno di Saturno (Under sign of Saturn, saggi scritti tra il ’72 e l’80). Alcuni ritratti fotografici di Walter Benjamin, in cui lo scrittore compare ad occhi bassi e con un’espressione di cupa malinconia, la “Saturnine acedia”, sono lo spunto per ricostruire un carattere e ripercorrere le tappe di un percorso interiore attraverso gli autori prediletti (Proust, Kafka, Baudelaire, Kraus, Goethe).
SS Regalia, un libretto che riproduce uniformi e accessori delle SS e The last of Nuba. un’elegante e accuratissima pubblicazione di fotografie di Leni Riefenstahl, sono invece l’occasione per riflettere su una moda che riabilita “subdolamente” l’erotismo del nazismo. In Fascinating fascism (1975) Sontag lancia infatti un allarme contro quanti, intellettuali e non, quasi inavvertitamente si lasciano conquistare da una tendenza contemporanea ad un’estetica fondata su un’idea di bellezza come purezza, salute, forza fisica. L’esaltazione delle fotografie della Riefenstahl è pericolosa — dice l’autrice — perché i criteri con cui questa artista oggi fotografa i Nuba, una popolazione sudanese dedita al culto della propria bellezza, alla cerimonia e al rituale della lotta, sono gli stessi con cui un tempo, appoggiata e privilegiata dal regime nazista, filmava gli atleti di Olympia (durante le Olimpiadi di Berlino nel 1936) o gli abitanti de La Montagna, pura, rispetto alla valle corrotta, o, ancora peggio, filmava in Trionfo della volontà, l’adesione delle masse al regime di Hitler. La sua posizione non è cambiata, oggi come allora infatti afferma: “Io sono spontaneamente attratta da ogni cosa che sia bella. Bellezza, armonia… Invece ciò che è semplicemente realistico, ordinario, quotidiano e spaccato di vita, non mi interessa”.
I films e le fotografie di Leni Riefenstahl, secondo Sontag, trovano un pubblico perché hanno una loro forza, un contenuto che prende terreno nell’odierno ideale romantico che si esprime in varie forme del dissenso culturale e della propaganda verso nuove forme di aggregazione quali la neo cultura rock, l’antipsichiatria, l’interesse verso il Terzo mondo e il fascino dell’occulto.
La gente, aggiunge Sontag, ama la Riefenstahl per la bellezza formale della sua opera, senza capire il significato del suo lavoro, e la sua idea dell’arte. Alle femministe può anche dispiacere dover sacrificare una donna che ha fatto dei films che tutti ritengono di prima qualità, ma la sua riabilitazione in definitiva è una menzogna. Eccessivo spirito polemico o intuizione, presentimento, di un fenomeno strisciante e pericoloso?
Un manifesto femminista del New York Film Festival del 1973. organizzato da una nota artista che è anche una femminista, rappresentava una bambola bionda il cui seno destro era al centro di un cerchio formato da tre nomi: Agnes Leni Shirley (Varda, Rienfenstahl, Clarce). Oggi la pubblicazione di questo saggio di Sontag, molto più ricco di argomentazioni rispetto al passato, susciterà discussioni e polemiche, o almeno motivi di riflessione? È auspicabile. Per quanto riguarda l’altro versante della scrittura di Susan, lascio parlare lei.

II tuo rapporto con la scrittura, soprattutto nella tua ultima raccolta di testi narrativi, Io. eccetera, mi sembra molto sensuale. Un gesto liberatorio, istintivo, a volte gioioso ma discontinuo.
 Certo un atteggiamento assai diverso da quello polemico con cui affronti i temi dei tuoi saggi. Che ne dici?

Scrivere è un mestiere ossessivo. Per farlo bisogna trovarsi in un tale stato di angoscia che scrivere diventa l’unico modo di fronteggiarla. Insomma, diventa una necessità. Scrivere però comporta altre angosce. Io, per esempio, quando non scrivo, sto male, al punto da chiedermi cosa stia a fare nel mondo. Allora mi metto a viaggiare, perché non è vero che lavoro in continuazione. Oppure faccio regia. E questa è un’attività che mi porta fuori da me stessa, mi occupa totalmente, fino a uccidere in me lo scrittore. In questi periodi per me esistono solo le scene, gli attori, le luci e tutti i problemi legati alla realizzazione cinematografica o teatrale. Mi capita però di provare altre piccole angosce, come quella di non riuscire a scrivere nemmeno una lettera.
Io sono una che deve fare qualcosa, in continuazione, altrimenti piombo in uno stato di angoscia terribile. Certo, la scrittura è per me, come tu dici, un bisogno molto sensuale, molto immediato, ed è tra i miei interessi, le mie occupazioni, quella che mi prende di più e mi impegna totalmente.

Tra vita e letteratura, mi sembra, cerchi di stabilire un rapporto d’equilibrio… Forse inconsapevole, forse instabile. Come se non volessi, o non potessi, affidarti esclusivamente alla scrittura…

Sì, ma questo mi succede perché ho la “voglia” per farlo, perché ho trovato un altro modo di impegnarmi in altre attività. Ho fatto del cinema, ho cominciato a lavorare per il teatro, ma tutto sommato debbo confessare che non sono una persona molto equilibrata. Ho una grande difficoltà a starmene senza far niente, e non mi annoio mai. Leggo molto, ascolto la musica, seguo la pittura e mi interesso di cose che non hanno molto a che vedere con quello di cui mi occupo più direttamente. Leggo molti libri di storia e di storia dell’arte. Io credo che si tratti non tanto di equilibrio, quanto di “voglia”. Io sono una di grande “voglia”. Come primo impulso, vorrei fare tutto, ma so bene che non posso, non so fare tutto. Non ne ho il talento. Il mio ideale sarebbe poter fare il massimo, andare più lontano possibile.

Spesso usi il viaggio come metafora. L’inquietudine di uscire da qualcosa di cui si è parte, o semplicemente lo sdoppiamento, il desiderio di fuga è il leitmotiv di un tuo romanzo, Il Kit della morte, e di Io, eccetera. In che misura questa “fuga” ti riguarda?

È vero, molti miei racconti hanno come tema il viaggio. E una voglia di sfuggire a me stessa, è il desiderio del superamento del sé, non semplicemente l’idea del viaggio fisico. Parecchi personaggi delle mie fictions vogliono essere “altri” e migliori. E proprio la ricerca del tentativo di essere migliori, è qualcosa che mi appartiene e che io affido ai miei personaggi. Certo, non mi identifico in nessuno di loro ma è evidente che affido loro questa parte di me.

Che importanza ha l’esperienza diretta?

Tutti i miei testi sono basati sull’esperienza diretta ma, non so, forse è un’illusione, ogni volta che scrivo qualcosa ho l’impressione di superarla. Di superare l’esperienza che mi ha fornito l’occasione, mi ha costretto a scrivere. Per esempio mi è capitato con Lamento per la morte di un’amica. Io avevo un’amica assai cara che si è suicidata, e ho l’impressione che essere riuscita a descriverla mi abbia aiutato a superare quanto è successo. Mi è servito anche ad andare più in là, a capire. Ma la scrittura, per me, non è uno strumento terapeutico, è un modo di approfondire, non nel senso psicologico, ma in senso morale. Andare più in là per me significa essere più ricca come essere umano. Insomma, anche per aggiungere qualcosa a quanto dicevamo prima, la scrittura, è un po’ pretenzioso dirlo, ma non trovo altre parole, è uno strumento spirituale, di salvezza. Ripeto, non nel senso psicologico, me ne infischio della psicologia, ma nel senso dell’approfondimento della coscienza. Quando in Baby descrivo dei genitori-mostro, non è perché voglio finalmente liberarmi di mia madre, ma perché voglio cercare di capire, di “andare più in là” nella comprensione di una situazione umana. Anche questo, soprattutto questo, significa diventare migliori in quanto esseri morali. Certo è un istinto, un progetto utopistico. Riesco anche ad essere ironica nei miei confronti, mi rendo conto della portata di quello che ti sto dicendo, ma so che se non avessi questo bisogno morale non potrei scrivere. In un’epoca come la nostra, per fare qualcosa, senza una religione, senza un credo, senza una fede, penso che sia necessario un progetto spirituale nel senso moderno che la parola può avere. E questo, almeno, è ciò che mi spinge a scrivere, che si traduce nel mio bisogno istintivo di scrivere.

Tieni un diario?

Naturalmente!

E il tuo ultimo libro?

È una raccolta di saggi, sette per l’esattezza, dedicati ad autori ed opere che mi hanno interessato, e seguitano ad interessarmi molto, e in cui ritrovo degli elementi surrealisti. Si intitola Under sign of Saturn, che è il titolo del saggio su Benjamin, spero proprio che sia il mio ultimo libro di saggi! Almeno per un bel po’ di tempo. Ora sto lavorando ad un romanzo, e mi prende molto; non so ancora quando lo finirò.

Hai parlato di elementi surrealisti, e la presenza del saggio Approaching Artaud in questo tuo ultimo libro è significativa. Che influenza ha avuto su di te il surrealismo?

Il surrealismo mi ha influenzato ma nello stesso tempo mi ha fornito una chiave. Penso che sia alla base della sensibilità moderna, nel bene e nel male. E insieme la nostra poesia e la nostra volgarità. E quando dico che la fotografia è un’arte surrealista, mi riferisco naturalmente all’idea di una sensibilità surrealista.

Ti sei interessata molto alla fotografia, gli hai dedicato un breve testo. In Under sign of Saturn per parlare di Benjamin parti da alcuni suoi ritratti 
fotografici e uno dei saggi nasce dall’analisi di un libro di fotografie di Leni Riefenstahl. Hai anche scritto che “il fotografo saccheggia e consacra”. Leggendo Io. eccetera, che non sono certo dei racconti in senso tradizionale, ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte a dei testi “fotografici”. Non ti senti uno scrittore-fotografo?

No, perché nei miei racconti ci sono molte riflessioni. Penso che nelle mie fictions utilizzo delle foto e che, a dispetto di me stessa, forse, poiché appartengo al mio tempo, lavoro in un’ottica che è condivisa dalla fotografia. Nel senso che la tecnica fotografica si basa su rotture, cose diverse messe l’una accanto all’altra, su frammenti. Nel libro sulla fotografia ho detto che è questa l’attrattiva: la frattura, l’aspetto frammentario, l’esperienza del mondo catturata. Ecco anch’io lavoro attraverso una scrittura di frammenti.

E qualche volta di frammenti deformati? Come li può deformare la tecnica fotografica?

Esattamente. Cioè io esprimo qualcosa alla maniera di uno scrittore, che è differente da quella di un fotografo, ma con delle basi estetiche, formali, che sono simili, perché anch’io sono sotto l’influenza, detto tra virgolette, dell’estetica surrealista. Non sono una scrittrice surrealista, sarebbe ridicolo ma, ripeto, penso che il surrealismo sia alla base dell’estetica moderna.
Per riprendere il discorso di prima, ci sono dei temi — demistificazione, sdoppiamento — che hanno a vedere con la fotografia. L’idea che essa raddoppia il mondo è l’argomento di molti racconti. Quello che tu dici, l’hanno detto anche dei critici americani, lo so. Ma il mio approccio non è intellettuale, è spontaneo. Soprattutto il primo passo. Comincio nell’intuizione e nell’ignoranza, poi lavoro, scrivo e riscrivo. Sono molto severa con me stessa.

Hai tutta l’aria di una contenta di sé, comunque. Voglio dire, nonostante l’angoscia che ti “costringe” a scrivere, o forse proprio per questo, mi sembri una donna che si è realizzata, come si suol dire.

Ah, no! Sono estremamente scontenta di me stessa. E anche molto critica. Vorrei essere una grande scrittrice. Sono molto conosciuta, sono letta, ma essere una grande scrittrice è una cosa diversa.
L’unica cosa di cui sono veramente contenta, l’unica veramente importante, perché è un’emozione, un’esperienza indicibile, è mio figlio che oggi, a ventotto anni, è il mio migliore amico.

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Intervista di Paola Decina Lombardi in «EFFE», marzo 1982.

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