David Cappella: Sonetti da “Giacomo, a Solitaire’s Opera”

 

DAVID CAPPELLA

Sonetti 35, 36, 37, 38, 39 da

Giacomo: a Solitaire’s Opera

Traduzione di Angela D’Ambra

 

 

Note to the Reader

Giacomo: A Solitaire’s Opera is a “natural opera.” That is, it is the emotional arc of a poet’s life rendered in poetry. The sequence is divided into three acts much like a formal opera. Giacomo is loosely based on the life of the Italian poet, Giacomo Leopardi. His life, fraught with emotional and physical pain, did not stop him from writing some of the most exquisite lyrical poetry of his age, of all time. His view of human nature, of mankind in general was dark, but this was not necessarily because he was physically misshapen, though some think that is the case. Whatever his view of humanity or whatever his emotional and physical pain, Leopardi demonstrated great courage in the face of adversity while his poetry transcended his life.
Though the emotional life of Giacomo follows the life of Leopardi, his voice is, most assuredly, not Leopardi’s. The voice of Giacomo is the consciousness of a poet living his life. He is the artist navigating the world. Giacomo: A Solitaire’s Opera is not an historical or a biographical document.

 

Nota per il lettore

 Giacomo: A Solitaire’s Opera è una “opera naturale”. In altri termini, è l’arco emotivo della vita di un poeta reso in poesia. La sequenza è divisa in tre atti molto simili, formalmente, a un’opera. Giacomo è liberamente ispirato alla vita del poeta italiano Giacomo Leopardi. La sua vita, carica di dolore emotivo e fisico, non gli impedì di scrivere alcune fra le più squisite liriche del suo tempo, di tutti i tempi. La sua visione della natura umana, dell’umanità in generale, era cupa, ma ciò non è necessariamente un portato della sua deformità fisica, sebbene alcuni lo credano. Quale che fosse la sua visione dell’umanità, o il suo tormento emotivo e fisico, Leopardi dimostrò grande coraggio di fronte alle avversità e intanto la sua poesia ne trascendeva la vita.
Sebbene la vita emotiva di Giacomo segua la vita di Leopardi, la sua voce, non è certamente quella di Leopardi. La voce di Giacomo è la coscienza di un poeta che vive la sua vita. Egli è l’artista che naviga nel mondo. Giacomo: A Solitaire’s Opera non è un documento storico o biografico

 

XXXV.
Giacomo at odds with the world 

Shame is standing in an empty hallway.
Shame is standing in the hallway, aghast
as words scorify your heart, acid words
of a husband who does not want you
paying a call on the lady, his wife.
I did enter, and I was most polite,
though I vowed never to enter again.
I stand outside; I observe the movements
of people inside, their busy gestures
dancing a two-step with the foreign smiles
of listeners in the warmth of food and wine.
A baleful lingering coils around me,
a thick vine that strangles thin hope.
I am nothing – without love, without love.

XXXV.
Giacomo in rotta con il mondo

Lo scorno sta in piedi in un atrio vuoto.
Lo scorno se ne sta nell’atrio, basito
mentre parole ti scorificano il cuore, parole acri
di un marito che non vuole che tu
renda visita alla dama, sua moglie.
Entrai però, e fui oltremodo garbato,
malgrado il voto di non entrare più.
Resto fuori; osservo i movimenti
della gente dentro, i loro gesti animati
nel danzare una polca con sorrisi estranei
di ascoltatori nella vampa di cibo e vino.
Un bieco indugio mi serpeggia attorno,
un fitto rampicante che strozza esile speme.
Sono niente – senza amore, senza amore.

 

XXXVI.
Giacomo makes love to himself

Alone in bed at night, before sleep comes
the warmth in my groin nestles like a cat.
I stroke my pet with an easy rhythm,
one hand following its purring contours.
Only then do I conjure the soft thighs,
quivering breasts rubbing against my chest,
arms holding my waist tight and, oh, fingers,
that lightly trace, oh, a trail on my cheeks,
and, oh, my tongue that licks her full lips, oh,
wet with the urge, oh, to bite my mouth, oh
how I plunge into her, thrusting, thrusting
until I lay gasping, empty and spent,
my heart slowing as I turn to cushion
my head on the pillow, my soft lover.

XXXVI.
Giacomo fa l’amore con se stesso

Solo a letto la sera, prima che venga il sonno
nell’inguine il calore rannicchiato come gatto.
Carezzo la bestiola con ritmo rilassato,
una mano ne segue i contorni ronzanti.
Solo dopo evoco le cosce morbide,
i seni frementi che si sfregano al mio petto,
braccia che mi stringono il torso e, oh, dita,
che lievi mi disegnano, oh, un sentiero sulle guance,
e, oh, la lingua lecca le carnose labbra di lei, oh,
umide della brama, oh, di mordermi la bocca, oh
come in lei mi immergo, e spingo, e spingo
finché non giaccio ansante, esausto e vuoto,
il cuore che rallenta mentre mi volto a sopire
la testa sul cuscino, mio dolce amante.

 

XXXVII.
Giacomo weeps at Tasso’s grave

I cried at his tomb. I chronicled it.
I relished my tears falling as I knelt
at the stone slab. A rapt moment, when
I understood the immortal truce of death
stilled those armies of anguish that battled
on the plains of his soul. Tortuous wounds
no longer bled his imagination.
Fate wrestled him, and he surrendered.
He was a poet, and I wept for his life.
Consolation is a mausoleum,
more beautiful than the unearthed ruins
in that city. Standing there, I wondered
if the truest pleasure could be this:
that poets live on in their obscure graves.

XXXVII.
Giacomo piange sulla tomba di Tasso

Alla sua tomba piansi. L’ho narrato.
Assaporai le lacrime nel genuflettermi
sulla lapide. Un istante d’estasi, allorché
capii che l’immortale tregua della morte
placato avea le armate d’ angoscia in lizza
nelle piane dell’anima di lui. Non più ferite
subdole a svenargli l’immaginazione.
Il destino lo atterrò, ed egli s’arrese.
Era un poeta, e io ne compatii la vita.
La consolazione è un mausoleo,
bello più dei resti riesumati
in quella città. Là, in piedi, mi chiedevo
se il piacere più vero non sia questo:
i poeti, nelle loro oscure tombe, sono vivi.

 

XXXVIII.
Giacomo realizes he will leave Roma

Reality wavered like a mirage.
Every spectacle that I witnessed
twisted into frightening shapes.
I lost my equilibrium, so sick
with meager prospects, with crumpled visions
of city life and its slick vanity.
My wild hope for rife routine took off,
running away at a gallop.
I barely caught my breath as it bolted
back to the safety of thought, reason’s barn;
I tumbled off, panting, trembling.
I know. I should have snaffled this pony.
Yes, my foolishness mirrored
my body and my world, where hope was doomed.

XXXVIII.
Giacomo comprende che lascerà Roma

La realtà come miraggio vacillava.
Ogni spettacolo cui assistevo
si distorceva in forme orrende.
Persi il mio equilibrio, così affetto
da prospettive grame, da visioni in rovina
di vita cittadina con la sua vanità leziosa.
La mia folle speranza di routine ricca s’involò,
se ne fuggì al galoppo.
A stento ripresi fiato quando tornò a chiudersi
nel ricetto sicuro del pensiero, silo della ragione;
io capitombolai, ansimante, tremante.
Lo so. Il filetto dovevo mettergli, a quel pony.
Sì, la mia follia nel corpo mio si rifletteva,
e nel mio mondo dove ogni speranza muore.

 

XXXIX.
Homesick, Giacomo bids good-bye to Roma

When the last bell tolls, the carnival ends,
the crowd disperses, the mass of people
melt back into the individuals
they always were. I never could carouse
with the revelers. I never could play
a part or dance wearing a grotesque mask.
I am a mask. I play my role for life.
I was ready to leave for home,
sick for the mutterings of my small town:
the whispers of church-goers, the cobbler’s
muffled tapping, the wood-knocks of a loom.
You think it strange that I yearned to capture
back home what escaped me here? Not to me,
the disenchanted one, the broken one.

XXXIX.
Nostalgico di casa, Giacomo dice addio a Roma

Al rintocco dell’ultima campana, il carnevale
ha fine, la folla si disperde, la massa di gente
si disgrega nei singoli individui,
quelli di sempre. Mai mi riuscì fare baldoria
con i festaioli. Mai mi riuscì una parte recitare
o danzare con indosso una maschera grottesca.
Sono una maschera. Recito il mio ruolo a vita.
Ero pronto per il ritorno a casa,
nostalgico dei mormorii della mia cittadina:
i sussurri dei fedeli ottemperanti, il picchiettio
ovattato del ciabattino, i colpi del legno d’un telaio.
Vi pare strano mi struggessi per riconquistare
a casa ciò che qui mi s’aveva eluso? Non per me,
quello disincantato, quello a pezzi.

 

David Cappella, professore emerito di inglese e poeta-in-visita (2017-2018) presso la Central Connecticut State University, è coautore di due manuali di poesia molto utilizzati: Teaching the Art of Poetry: The Moves (1999) e A Surge of Language: Teaching Poet Day to Day (2004). Il suo Gobbo: A Solitaire’s Opera ha vinto il concorso Bright Hill Press Poetry Chapbook nel 2006. L’intero manoscritto apparirà in volume presso la Cervena Barva Press nel prossimo anno. Le sue poesie e saggi sono apparsi in varie riviste letterarie e antologie negli Stati Uniti e in Europa. Il suo romanzo, Kindling (2015), è stato definito “una potente e devastante storia di formazione”. Al momento, sta co-traducendo un libro di poesie della poetessa italiana Germana Santangelo: Tracce di un’anima; sta anche lavorando a un libro di memorie, Tugging the Mayflower Home.[1]

[1] Per informazioni si veda la pagina web universitaria del poeta: http://webcapp.ccsu.edu/?fsdMember=249

 

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