I poeti della domenica #321: Stefano D’Arrigo, Pregreca

 

PREGRECA

Gli altri migravano: per mari
celesti, supini, su navi solari
migravano nella eternità.
I siciliani emigravano invece.
Alle marine, nel fragore illune
delle onde, per nuvole e dune
a spirale di pallide ceneri
di vulcani, alla radice del sale,
discesi dall’alto al basso
mondo, figurati sul piede
dell’imbarco come per simbolo
della meridionale specie,
spatriavano, il passo di pece
avanzato a più nere sponde,
al tenebroso, oceanico
oltremare, al loro antico
avverso futuro di vivi.

Isola, sole e luna e moventi
mortali, misteriosi paradigmi
di sfingi, puma, leoni ruggenti
con faccia d’uomo, profilo d’enigmi
rugosi sotto palpebre di belva,
appostati in una oscura parola,
nella loro stessa ombra, in una selva
colore di funebre lava viola.

. . . . .

da Lipari, Milazzo, Caucana,
dal Conzo, dalla Favignana,
dalle miniere di Monte Tabuto
(le gallerie di selci come greti
di fiumi discesi insino
all’aldilà, navigati sepolcreti),
da Monte Pellegrino, nelle grotte
dove qualcuno chiese aiuto
nella profonda notte,
da Levanzo, da Stentinello,
da Megara Hyblea, da Paceco,
da Naxos, per ogni budello
d’arenaria dove la vita un’eco
lasciò fuggendo, una bava
di lumaca sull’ocra, sulla lava,
una frana di formica, un cieco
verso d’uccello, un’impronta digitale
sopra un vaso a spirale,
lo stampo della vita
rigato da un polpastrello,
un grido, un graffio: quello e quello

. . . . .

cacciati di qua, dai ruggenti
enigmi, gli innocenti,
coi perduti averi, le vite,
le labbra per sempre cucite,
emigravano nell’aldilà.

S’imbarcavano per quelle rive
in classe unica, ammucchiati
o clandestini nelle stive
di necropoli come navi olearie.
All’impiedi nelle giare, rannicchiati
sui talloni, masticando qualcosa
nella notte, forse tossico
(quali pensieri? quali memorie?)
nella tenace, paziente posa
dal cafone resa famosa

. . . . .

e realtà e allegoria di gesta
future, d’offese senza difesa,
d’uomo che a uomo fa vita arresa,
le mani dietro la testa,
allacciate alla nuca,
alle spalle scavata la buca.

Navigavano nell’argilla,
nel soffice tufo, nelle pieghe
della pomice, coprendosi di rughe
a emigrare stilla a stilla
fra la polvere e le atre schiume
delle necropoli occhiute
esposte ai lidi, battute
da echi grigi, lontani,
di salsedine e cenere insieme,
di gridi rochi di gabbiani.

Per l’altomare di pietre
senza stelle, fra stasi
e procelle di silenzio, anelito
a non svanire nel nulla, a essere
seguiti, ritrovati poi
in una scintilla da me, da voi,
si lasciavano dietro, quasi
soffiati dall’alito
nel vetro dei vulcani,
segni incisi, saluti
siciliani, gesti muti:
il dito sulle labbra, le ciglia
alzate, il silenzio indomito
di chi vive come in una conchiglia,
vivo e già morto e graffito.

Oh disegni dell’aurora, quali
sogni di libertà detti
in gergo di congiurati
rei confessi vi furono allusi,
quali pegni inespressi, stretti
da mani di vivi con occhi
di morti come nodi al fazzoletto,
con la fatalità di chi
emigra e si riposa vinto
nella posa del feto,
i pugni chiusi sugli occhi,
i ginocchi contro il petto
come in ventre al mistero, in un segreto
barlume di labirinto.

Oh alfabeto di morti
emigranti, oh linguaggio di dita
figurato di morte e di vita,
chi sotto metafora impresse
un così lucente raggio
al suo scheletro, chi riflesse
dal vetro un messaggio
di libertà che a noi viene, da noi va
ieri, domani, aldiquà, aldilà?

Con linea esile, d’aria dura,
grafia labile, esotica
libertà qui si figura
cerbiatta malinconica
che tremula, esterrefatta
corre l’alea ma intatta
metafora vola dall’aldilà,
libertà sempre in fuga, intravista
sulla immemore pista
dei morti, così ignota
da arrossirgli ancora la gota

libertà un palpito a prua delle barche
trasmigranti come arche
nel sale che asciuga le impronte
di chi muore ed emigra
con una ruga in fronte

antico ardire, inerme bramosia
libertà sia di vivere sia
di morire, oscuro geroglifico
dall’eco dileguata di segreti
murmuri immensi di alfabeti.

Gli altri migravano su chimere,
per mari d’aria e remare d’anime,
con dolce tuono di procellarie.
I siciliani emigravano invece
su navi scalfite su patere
(alito di venti e vele di rame),
in pietrapomice e arenarie,
in tufo calcare e salgemma,
calati in stive di pece,
i pensieri spiumati di mimosa:
in giare e nicchie, ritti
o chini sui talloni, nella posa
dei cafoni, nel loro stemma
di senzaterra, di sconfitti

carne da macello, qui o là,
in Australia, nell’aldilà,
oltremare, dovunque sia
una miniera, un qualsiasi
budello per seppellire
l’enigmatica frenesia
di chi per morte s’imbarca
come su di un’arca
di libertà, coi bisogni
stretti alla vita e i sogni
zavorra viavia
da gettare e alleggerire
i petti di nostalgia
mentre diventavano scheletri
e le armi al piede, i vetri
di ossidiana segnavano,
buia e struggente
meridiana di paure,
l’emigrare e le sue figure.

Forse non era l’aldilà
tutta questa gran novità,
forse pure di camorra,
di enigmi e d’omertà
era regno l’aldilà,
forse pure sottoterra
sfingi, puma, leoni ruggenti
mantenevano la guerra.
Anche di là gli innocenti
emigrarono, strage su strage,
dal calcare di Pantalica
in America, nel Borinage.

 

Stefano D’Arrigo, Codice siciliano, Mesogea, Messina 2015, 19-25

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