Gli Arcani maggiori #8: LA FORZA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Forza, carta della caparbietà.

 

Qualche ora più tardi, anche tu esci per tornare a casa. La ragazza che hai raccolto dall’attacco di panico ti ha tenuta impegnata a lungo. Sapevi che non dovevi farla ragionare, ma solo essere, essere corpo che funziona, perché lei ricordasse di funzionare quanto te.
Ora fa molto freddo, così sollevi il bavero per non prendere aria sulla gola. E poi c’è vento, e c’è poco che tu detesti più del vento che ti spettina. Diventa tutto così ingestibile, così disordinato con il vento. La tua amica, quella volta, ti aveva dato del pulcino; l’avevi folgorata con lo sguardo, ma lei rideva.
Sei sollevata di avere del tempo per camminare da sola, specie dopo la fatica che è stata prendersi cura di quella ragazza. Perché, anche se non hai fatto nulla se non lavorare di buon senso, qualcosa nel trattare con lei ti ha affaticata. Un’empatia, forse, deve esserti filtrata sottopelle.
Hai l’impressione di aver fatto qualcosa di enorme, ma di non avere idea di come tu ci sia riuscita. La tua amica direbbe che tu puoi fare tutto, ma è la solita esagerata. Tu ti arrabbi, e non sai come dirle che sei una persona normale. Sono una persona così normale, dici. Eppure, è questa la cosa strana, mai una volta che lei ti abbia smentita: anzi, il pensiero della tua normalità la accende, la fa sorridere, come se covasse storie di inquietudine e straordinarietà di cui è stanca. Ti guarda in silenzio, e quando parla lo fa per dire che vede la tua forza. Tu non sei forte, protesti. E hai ragione. Hai fragilità delicatissime, potenti idiosincrasie. Ma non è questo che lei intende. E così ti parla, mentre non ascolti. Vede una forza, dice, che ha una tonalità rara. Vedo la tua misura, dice lei. Vedo la tua pazienza.


Adesso che scendi le scale, hai la sensazione di percepirti addosso la forza che lei ti attribuisce. Ti guardi il palmo della mano, come se potessi trovarla lì, a forma di biglia, calma e rotonda e senza scanalature.
Quando eri bambina avevi visto impigliarsi un piccione in una parete di vite americana. L’uccello si divincolava, e a ogni strattone la zampa si incastrava più profondamente nei raspi. Doveva averlo compreso, il piccione, perché tu ricordi che, mentre lo guardavi fisso, l’animale aveva deciso di fermarsi, appoggiare il petto in una posizione innaturale, le ali aperte e la testolina china, e lasciarsi semplicemente annientare dalla paura. Potevi vedere il cuore battere sotto il suo piccolo petto convesso. Non sai che fine avesse fatto il piccione, perché dopo qualche minuto eri stata costretta a riprendere la via di scuola; ma sai che la ragazza dell’attacco di panico aveva la medesima espressione, quasi la medesima postura del piccione intrappolato. Hai assistito a questo. Hai assistito a ben altro, e in un angolo del petto conservi lutti contro natura. Eppure ancora ti avvii verso casa pensando al pane da scongelare.
Aver gestito con il palmo della mano una creatura che si dibatteva, e sapere che bisogna ancora cenare; forse è questa la forza di cui parla la tua amica, la ragione fondamentale per cui è così fiera di averti incontrata.

© Giovanna Amato

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