Gabriela Fantato, La seconda voce (rec. di Giorgio Galli)

 

Gabriela Fantato, La seconda voce, Transeuropa edizioni 2018

Una concretezza metafisica domina l’ultimo lavoro di Gabriela Fantato, intonato al meglio della tradizione letteraria lombarda. La seconda voce è un libro in cui è difficile entrare, che all’inizio sembra quasi ostile, respingente. Un libro scontroso, che per prima cosa ti presenta le sue spine. La lettura è concessa solo a chi non se ne lascia impaurire. E allora si scopre che quelle spine sono erette a protezione di una ricca sostanza umana. Come in certe musiche ruvide e toccanti – penso a Brahms, a Janacek, allo Stabat Mater di Poulenc.
Se la poesia scaturisce sempre da un trauma, questa poesia scaturisce dall’origine collettiva dell’attraversamento di un disincanto. Concreta e tenacemente “politica”, la Fantato assume a punto di partenza il dramma del suo paese e della sua generazione. Ma guarda a fondo in un cosmo ristretto per attingere il massimo dell’universalità.

«Eravamo i ragazzi eskimo e blue jeans
e come credevamo, come lo sognavamo
il mondo tutto nuovo dentro una milano che piano
ci svaniva tra le mani, piano ci ha buttati via

tutti, di lato.
Sotto le caviglie rotte della storia.»

«Ecco, là davanti, le cose,
tutte le cose – ferite, spaiate, radunate
dentro il sonno di un popolo,
smisurato l’oblio
e così nessuno vince la pena del finire.
E il buio.
Certo, la moneta chiude il cerchio,
ma le corde non tengono…

Resta solo lo scontro dentro
l’alfabeto perduto della carne,
dove si usura la fatica dell’amore,
la forza del destino.»

 

«La vita è uno straccio gettato
sopra i resti di chi fu
——————–e se n’è andato,
di chi ti ha stretto forte e chi
——————–non ha capito
e i sorrisi a crescere sopra
il male, sopra la corsa a perdifiato,
quella giù dritta, là in collina quando
cercavi ancora cuccioli
——————–e segnali
quando credevi che nascere era un sogno.»

Da questo disincanto universale si staccano figure marginali, esseri silenziosi e strappati. Creature la cui vita “vita dei senzanulla”, “vita dei senzavoce”. E la letteratura è proprio ciò che se li prende in carico – nell’assenza di una società ridotta a pura competizione e nella timidezza di un dio fragile, sempre citato con la minuscola:

«e dio è un dio piccolo di pane e buio,
come le figure da presepe, come la ragazza
senza più sorriso eppure salva,
salvata dentro il dolore.»

Questa pietà può realizzarsi solo in un post-vita di cui, ancora una volta, solo la poesia si può far voce:

«Resta la voce che ci fa
timidi e terribili,
una forma antica che ci tiene
con i piedi infilati nella storia
e ci fa eroi dentro la pietà.»

Desolata e sensitiva, la voce della poesia diventa tutto e aspira a perdersi nel Tutto:

«Immergersi, scivolare dentro
i giorni diventare acqua, fiume e
lago che non sa la fine della notte,
scorrere nelle crepe, farsi vuoto e pieno,
concave le mani, immobile il battito,
senza nome […]»

È la forma ultima e più tenace di resistenza – la forza della presenza, il puro restare qui:

«Aironi, storni e pernici
si fermano qui e fanno una casa di fili,
sterpi e pietra dentro l’alluvione,
inventano il sole che toglie l’inverno
e chiamerà i ricordi.
Proprio come noi nel tanto che non tiene
in bilico su una sola zampa
                                     resistiamo.
È questa la tenacia della gioia?»
«Coltivo una radice, la dolce vita vegetale
nella lentezza della meraviglia.

Tu resti al tuo Delta, muso nell’erba
e la pazienza contro l’argine che cade.
Io scivolo bocconi tra le lenzuola
che raccolgono la vita, la morte appena
sfasata.»

Questo raccogliere “la vita, la morte appena sfasata” sfocia – direi inevitabilmente – nella scrittura di apocrifi. Apocrifi intesi come li intende Marco Ercolani – da cui la Fantato si dichiara esplicitamente ispirata – e cioè come riaffermazione di dignità, come dare con la scrittura una seconda possibilità a quegli esseri strappati, a quelle “vite pulviscolari” (Cucchi) che il treno disumano della Storia recente ha travolto. Emergono così dei personaggi accomunati dall’avere un dolore e dall’essere morti -morte e dolore sono le due grandi rimozioni della società contemporanea – come i ragazzi del 1979 travolti dagli anni di piombo, come il “vecchio barbone, detto il pirata, che aveva fatto la sua casa di rottami, foglie, legni sulla riva del Delta del Po”. E soprattutto come tante donne ferite e uccise dalla violenza maschile: Martina, violentata nel bagno di una discoteca; Natasha Kampusch, rapita a dieci anni, tenuta segregata per otto anni da un uomo “innamorato” di lei; come Hina Saleem, pakistana emigrata in Italia, uccisa dal padre perché voleva vivere con un italiano non musulmano. Stupendo il canto di Hina, moderna Antigone che assume su di sé lo scontro tra nomos della tradizione e nomos del cuore. Nel fiotto dei suoi sentimenti si avverte ancora amore per il padre e la famiglia, come non avesse ancora realizzato del tutto ciò che le è successo. Si avvertono lo sgomento dell’Incomprensibile, la paura della morte di chi è già dalla parte dei morti:

Nessuno scende mai dove le radici
sfiorano le guance e cli occhi sono
un inverno limpido nei contorni delle cose
(nessuno sa la verità minerale
solenne come il deserto, nessuno sa
strapparsi le parole e gettarle al vento

L’ultimo componimento, altissimo, è dedicato all’ultima notte di Marina Cvetaeva, la notte del suicidio. Qui arriva a sintesi tutto il percorso precedente: la pietà per i perseguitati, per i buttati fuori dalla storia; l’apocrifo come atto d’amore e di dignità; l’aspirazione a tornare nel Tutto, a ricongiungersi al grembo della terra:

«Solo il buio ti offre soddisfazione, le necessità di sempre.
Volevi – essere, nient’altro, un imperativo battuto dall’urlo,
scritto dentro il tempo.
La morte ti è cresciuta in grembo, come un figlio,
come la vita.»

Resta un interrogativo, suscitato dalla poesia di Martina. La violenza rappresentata – ad esempio i particolari realistici dello stupro in bagno – vi assume un carattere sforzato, come di un corpo estraneo. Ma, a pensarci bene, la violenza non può che essere un corpo estraneo per chi non ne è capace.
Mi vengono in mente due dipinti che raffigurano il martirio di un popolo: Guernica di Picasso e Il bue scuoiato di Chagall. Entrambi esprimono il grido di vista delle vittime, eppure Picasso riesce a “mostrare” la violenza, Chagall no. Il suo bue è straziante ma rimane un emblema. Il toro di Picasso e la donna che urla no, sono corpi straziati. Chagall non era capace di violenza, Picasso sì. La violenza – quella agita, quella fisica – è irrappresentabile per i “buoni”? È un interrogativo che ho posto alla stessa Gabriela, e pongo ora a tutti.

© Giorgio Galli

One comment

  1. Ancora, come sempre, uno spaccato di vita intriso di sogni, naturalmente infranti, che si dipana cordialmente per farne un’appartenenza, laica comunione con gli altri, il fu cristiano ‘prossimo’. Così la Nostra coinvolge la propria vita con la nostra, e ci riesce con grande naturalezza e sincerità. E’ nostra amica, dunque. Comunque resta quella instancabile vena di pessimismo per i torti subiti, per i sogni regolarmente infranti, per le contingenze continuamente deluse nella scarsità dei risultati, senza gratifiche specifiche e concrete. Allora questa voglia irrefrenabile nel dire, esporre in versi, cosciente – la Nostra- di poter costruire una strutturale autoanalisi di cui sembra avere tanta, ma tanta necessità. Ritengo che questa sua efficace silloge, alla fine, abbia raggiunto lo scopo di risollevare uno spirito deluso, ma desideroso di conoscersi nella clarità esistenziale ed avere sollievo per ‘il male di vivere’ incontrato e riscontrato con il quale ha dovuto costantemente lottare. Le prospettive per l’avvenire sembrano orientate verso accettazioni esistenziali più positive, o almeno neutre, dunque verso – o versus ?- una vitale normalità di umana realizzazione.

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