Poesie di Michela Gorini da “La produzione di amore”


 

tu mi hai chiesto un senso
– moti del corpo –
ho approssimato l’altro
fino all’osso

il suono perduto il senso perduto
è quella voce che cerchi

perché la voce cammina
si dirama si irradia
suona mistero comprensione
misura il suo
silenzio

l’occhio tace
dice muto distanza
prossimità e infinità

io non ho strategie
mi estrania il corpo
buio ancora mistero
parole in disuso

solo posso sfiorare l’origine o il punto
di scorrimento
Sacro

il corpo si muove e
non si muove un muscolo

grida la voce
dentro il corpo spinge
non si spegne la
corrente

non ho strategie

urlare ascoltare trattenere
la mia morte e lucidità
appiccicate alle ossa

[strategie]

 

vuoto – vuoto – vuoto –
negazione – vuoto

giro come dervisci
una mano danzante
dentro il sacchetto dei numeri
nasce il mio destino fortuito
lo scelgo segnato dal caso
mi sciolgono dentro necessità e intemperie
la neve impropria mi lascia
livida appoggiata alla mia
negazione – vuoto

sparsa girevole muta
strillo al suono del mio
ruvido carillon

[carillon]

 

poi ti chiedo di te
ti chiedo di me ti chiedo poi
ti chiedo fino usarti
il catalogo della tua estensione flessibilità fino
consumare dolcezza celata fino
ascoltare la nostra fine nei tuoi baci che mi
circondano mani bocca pelle guance dita fino
l’anima animale male
il mio male destino mi fai
nella tua presenza così
adorate le mie stanze sento
non il tuo bisogno la nostra estraneità
così ancora mi hai turbato ancora
trattenuta l’istante in cui cercavo
fuga al tuo rapimento dove non
potevo sapevo esistere lontana
smarrita sparsa ovunque nelle mie
verità ai tuoi piedi consumate
nell’arbitrarietà di una nostra
scrittura distante depurati di ogni
sentimentalismo

riflettendoci,
non potevo più amare parole che
ti lasciavano ammaliato provocato disturbato
anche tu ne eri assente senza renderlo
linguaggio muto fuori ti chiedo
parole di me
del nostro esistere

[poi ti chiedo di te]

 

forse può sembrarci paziente
[te ne prego dillo amore, se tu sai]
ricordare la tua santità
fluente pervasivo
ti vedo a volte dio

amo le stanze tue di sospiri
illusione attese mi travolgono
di forza rigidità quella tua
struttura portante la
mia fragilità

divorami disidratami
col tuo fuoco amante
senza sete
nutro senz’acqua
la tua arsura
ti conduco al parto

[amore dillo]

 

le tue scarpe
serrati i piedi l’arida pelle si stacca non respira
lo chiamano linfoma
le tue unghie
incuneate di gesso apparente si sfaldano
intrattabili svesti le mani che l’acqua carezza
i tuoi denti
ritratti ad attendere un tempo disinvolto
perduto che non hai reso
i tuoi capelli
tagliuzzati dorati di canapa grigiore e seta
scelta la tinta che ti ha governata
la tua voce
amara e dolce purezza durezza

finché spazio non ci separi

io e una lingua incompresa a tentarti
ignobile sofferente
amo quella tua
imperturbabile movenza

[le tue scarpe]

 

ho declinato il tuo volto in più forme
madre impura

impura e spuria nella tua esosità
perché tu non sei ciò che crediamo

quello stesso tuo ingresso me lo resi sbarrato
– mio eterno rancore
appartengo alle stesse cromate catene
[predisposte da te]
preminenza e dolcezza e barbarie

per questo tuo amore tutti spicciano parole
irriverenti sfacciate e ciascuna mi sposa
poi mi tradisce di tagliente voracità

ti divoro nella tua persistenza
ti resto distante e ritratto
costante i tuoi semi innesti e
diramazioni che non ho

[come il figlio]

 

nel tuo sogno non ti ho detto
che ero io ma ho voluto
esserla per me
mi hai cercata nel mare – appuntata
alla bacheca delle tue conchiglie
pregandoti di lasciarmi entrare per la mia
irruenza e solitudine
mi sono impiegata a parlarmi di te

ci ha tolto sete il nostro pane quotidiano
continuavo a perderti prendendoti
per eccesso di partecipazione
perdevo la funzione della lingua dei denti
della produzione di amore

volevo far nascere la vita riprodurla
col sapore di me di te
leggere istantanee da riunire nel tuo salvavita
ho smesso di cercare allora, la tua immediatezza

forse eravamo noi
ogni istante
l’amore crudo inquieto
costante acceso

il lamento della mia sorte indivisibile
della mia sostanza inappagabile

la morsa interiore che mi chiude
i denti la bocca come può
e mi disarma e tu – lontano –
che mi doni presenza e mi parli
e mi disarmi col tuo solo
essere vivo

[conchiglie]

Michela Gorini è nata a Pesaro nel 1971, dove vive e svolge libera professione come psicoanalista. Si è formata a Roma e specializzata secondo l’orientamento psicoanalitico di Jacques Lacan. Da sempre interessata alle tematiche del femminile, vi si è presto dedicata, leggendo voci plurime e avvicinandosi alla poesia e letteratura di genere. Nei suoi scritti riecheggiano parole e riferimenti alle autrici che l’hanno accompagnata nel viaggio.
Nel 2018 è uscita la sua opera prima, che contiene l’ultima produzione sull’amore e il corpo, una raccolta di poesie edita per Dot.com Press Poesia, Milano, dal titolo La produzione di amore. Il testo è curato da F. Krauspenhaar, la prefazione da G. Frene. La raccolta è articolata in 4 sezioni, nella prima la voce del corpo femminile che strappa suoni e tremori all’intimo sentire per produrne parole; nella seconda il sentire si tramuta in domanda d’amore all’amato, che diventa sonorità, eco, rumore della propria mancanza; nella terza l’amore per il materno e la figura della Madre; nell’ultima parte l’amore perduto nell’istante in cui non si è trattenuto tra le mani l’impossibile dell’incontro. (N.d.A.)

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