Stefano Vitale, dalla raccolta inedita “Lo stato dell’arte”

Dalla raccolta inedita Lo stato dell’arte (2018)

 

PROLOGO

Ascoltare il caos
nell’aperta voragine dei pensieri
senza direzione né rassegnazione
cercando riparo nella nicchia del caso
riflesso d’un più vasto supposto destino
che tarda a venire altrove impegnato
e tutto si riavvolge
in quel che era e ancora sarà
affinché s’accenda un lume paziente
nel tempo lento d’una sarabanda.

 

Il disordine ci assedia
scava una trincea
sotto i nostri passi
gesti incerti arrancano
sulla salita delle ore scivolano
sul ghiaccio delle improvvise
decisioni, sconclusionato mescere
di spostamenti d’aria nel terremoto
che avvolge lo sguardo
che tenta di raccogliere i pezzi
del nostro profilo
che vorremmo ancora
intero, ancora per poche ore,
per favore.

 

Restiamo prigionieri dei confini
qui tracciati, avvinti al nostro corso
nell’immobile andatura
d’una strada sdrucciolevole e sconnessa
smarriti tra buche e fossi
anche solo per scommessa.
Ma siamo questa terra
mossa da passi nervosi
da corse sciancate, risucchiati nell’aria
respirata avidamente e tramandata
di molecola in molecola
sino a ricongiungersi con l’altra parte di noi
nascosta tra i terrazzi d’un paese sconosciuto
tra le dune d’una spiaggia
lontano da quel che siamo
né mai conosceremo.

Lungo il muro che costeggia la strada
appare un uomo chiuso nella sua armatura
spettro d’argento che cigola e sbuffa
macchina della nostra paura rimossa
abisso d’un ombra segnata
dalla piuma del pensiero
fantasia che fissa il limite
tra la verità e il carnevale.

 

I.

Campi incendiati d’occhi rossi squillanti
infestano il grano di feroce bellezza
ruvida certezza di luce d’infanzia
travolta nel salto del tempo crudele
nodo al fazzoletto che adornava il collo.

II.

S’illumina d’incanto
persino l’inganno del taglio
tensione che lacera e sorprende
tra il bordo del muro e il buio del fossato
ci costringono le circostanze
alla bellezza del tempo rubato
che ora sfugge nel suo bagliore.
Intanto pesa e pulsa il parassita
nel corpo offeso che ubriaco colora
di tristezza le ore
in minuti frantumati
come gusci di noce.

III.

Cerchiamo nelle stelle
giuramenti eterni e sorprese
di nuova vita e troviamo
solo silenzi spaesati,
balbettanti singhiozzi,
passi stentati di rampini arrugginiti
e vele scucite da rammendare,
con pazienza da ricamare.

 

Ci sono giorni felici
in cui salta il confine protetto
e si scioglie il dubbio
di pretese e infondate verità
e il battere quieto del martello
d’un pensiero ricuce la tela
delle ore rinate e rimesse in fila
sul fronte d’una nuova destinazione
ritorna l’antica primordiale carezza
della luce d’un senso ancora mai visto
di passi senza una meta,
gesti e mani senza la servitù d’una paga.

 

Cosa risuona sotto il rullare
della pioggia?
Cosa risveglia la luce chiara
del giorno?
Il respiro della terra
brucia barili d’energia
consuma radici, nuvole e mari
mentre rotolano sassi
tra le gole del desiderio di capire
che cosa significhi essere qui
tra gli altri, su questo treno, su questa strada
in queste stanze la notte ad ascoltare
il suono dell’erba lontano crescere.

 

Siamo costretti a restare in piedi
in faccia alla pioggia
che frusta le povere piante
noi nel travaglio dell’attesa
che cessi il crepitio dell’acqua
che sfumi l’ansia del peso
di queste nuvole scure
e di nuovo si possa
curare il dolore delle foglie
ripulire il tavolo e le sedie affrante
riordinare i vasi arruffati
ed asciugare le lacrime della sera
piccoli gesti obbligati
dell’inesauribile volontà di rinascere.

 

Le mutazioni del vuoto
riempiono di tenerezza
i sogni rimasti impigliati
nella rete del tempo
sprecato ad ascoltare
il bisbiglio dei crepuscoli.

 

Mi guardo nello specchio
e scopro il mio ritratto
ma non trovo le parole
per dirne il nome
e lascio agli altri questo ingrato compito
e tengo per me l’ombra della storia
come fosse una resistenza necessaria
al moto delle cose, alle mezze verità
e risospingo empio il tempo
oltre il suo morire.

 

La pura superficie è quello che resta
e piangono le giuste parole
chiuse nella stiva buia
dei giorni immaginati lontano da qui,
nell’opacità del presente
il tempo è ormai scaduto
la risposta è sbagliata
e si cambia programma
zapping infernale che non ci libera
dalla domanda primordiale:
che cosa non siamo?
Che cosa non vogliamo?

 

I.

Fuggiamo nel bosco di città
il nemico corre accanto a noi
con sguardo atterrito
forte ci abbraccia.
E s’incunea, s’aggroviglia.
Dio, come ci rassomiglia!

II.

Pochi pensieri nascosti
tra le nuvole nere
la linea di fuoco
nessuno riesce a vedere
la vita alla cieca
non chiede perdono
per il conto da pagare
prima di sprofondare
nello specchio rotto
che abbiamo dentro
noi che restiamo e domandiamo
dov’è l’errore, dov’è la distrazione?

III.

Tutto s’è perso
smarrita è la via del ritorno
qui conta solo il tempo dell’andare
occhi sbarrati sulla strada deserta
restare a guardare il treno partire
e tutto s’è perso e anche il ricordo
è un bambino nato morto.

 

FINALE

Non sappiamo da dove
né come piovano le parole
arrivano goccia a goccia
specchio scheggiato che riflette
le crepe del nostro viso ubriaco.
Siamo questa forma
che si forma
nella necessità del dire
interrogati, per piacere o vanità,
ma non lo possiamo
né lo dobbiamo dare a vedere
che nel sapere si nasconde l’inganno
ma pure la salvezza
incerta geografia della mente
materia misteriosa
di fragile cristallo e lucidi coltelli.

 

© Stefano Vitale

 

Stefano Vitale (1958), vive e lavora a Torino. Nel 2003 ha pubblicato (con Bertrand Chavaroche e Andy Kraft) la plaquette Double Face (Ed. Palais d’Hiver, Gradingnan, Francia); nel 2005 Viaggio in Sicilia (Libro Italiano, Ragusa), Semplici Esseri (Manni Editore, Lecce). Per le Edizione Joker ha pubblicato Le stagioni dell’istante (2005) e La traversata della notte (2007, prefazione di Giorgio Luzzi) che hanno dato vita a spettacoli di poesia e musica. Ha partecipato inoltre a diversi Festival e letture pubbliche. Sue poesie sono pubblicate in riviste e antologie (ricordiamo Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta, Puntoacapo, 2013: Il fiore della poesia, Puntoacapo, 2016). Nel 2012 ha pubblicato la raccolta Il retro delle cose (prefazione di Gabriella Sica) sempre per Puntoacapo. Nel 2013 Angeli presso l’editore Gribaudo nella collana “Disegno diverso” con le illustrazioni di Albertina Bollati. Dal libro è nato lo spettacolo omonimo di teatro-danza andato in scena al Teatro Astra di Torino nel 2014 e nel 2015 nel quadro di “Torino Spiritualità”. Ha curato, con Maria Antonietta Macciocu, l’antologia di poesia Ma l’Amore no. Frammenti di un percorso amoroso (prefazione di Bianca Pitzorno) per le Edizioni “SeNonOraQuando?” (2015). Nel 2016 ha scritto una silloge di 24 poesie per il catalogo e la mostra La figura messa a nudo di Ezio Gribaudo presentata all’Accademia Albertina di Torino. Nel 2017 pubblica presso “La vita felice” la raccolta di poesie La saggezza degli ubriachi (prefazione di Alfredo Rienzi). Giornalista pubblicista, è redattore della rivista “école”. Idee per l’Educazione (Como) dove cura la rubrica “Anni Verdi” e del giornale on line www.ilgiornalaccio.net con le rubriche “Fatti e Misfatti” e “Oggetti smarriti” dedicata alla critica letteraria e di poesia in particolare.

One comment

  1. Morsi e rimorsi, a latere visioni visionarie dell’aire della vita d’un uomo, uomo universale. Lo sconcerto costante, nell’osservazione di desideri e disincanti, incontri e scontri, zolle da vomeri scalzate e, in punta, le scintille di pietre scheggiate. E così l’andare consunto piano piano, col resto da consumare in un quando ed un dove indefiniti, impenetrabili sulla scena d’una incomprensibile, fatale esistenza. E lo scorrere delle dita sul laico rosario quotidiano, ad ogni passo un grano sgranato, il sussurro di pensieri colloquiali a mo’ di conforto appena appena accennato. Catene di versi e di parole in ritorni conditi e ripetuti, tutto questo in dono agli astanti in platee e palchi di teatri, teatri pieni zeppi di spettatori, non paganti, sconcertati.

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