I poeti della domenica #288: Giovanni Giudici, Una sera come tante

giudici-fonte l’indiceonline

 

Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.

Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giorno per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.

Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega nel suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremmo avere domani una vita più semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?

Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di un futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai più semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi numera fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è più onore in tradire che in essere fedeli a metà.

.

da La vita in versi, Milano, Mondadori, 1965

3 comments

  1. Una mia poesia di tanti anni fa, quando il Poeta venne a trovarci a Perugia.

    A Giovanni Giudici

    Nel rosso caldo del bicchiere
    la verità del lume e la bugia
    dei tuoi misteri furbi d’innocenza,
    l’ansia dei sigari e Santippe
    con l’educazione svaniscono dei preti
    per mera poetica virtù. Trascolora
    il volto e il ligure sorriso
    del bambino al difficile canto sale
    di spartiti versi cantati di fronte
    all’impura evidenza dei vivi: il miracolo
    sboccia dal vero
    “o il nostro vero la felicità”.

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  2. Minimale, ma essenziale il Nostro in codesto specifico suo poetare che ci lascia, sempre ed ancora, sorpresi ed affascinati per la semplicità del dire che passa per la nostra mente come onda appena appena increspata. L’increspatura, però, ci scava ben bene e si fissa per un bel po’ nel ricordo intimo del succulento pensiero altrui. E così ci accompagna con naturalezza disarmante per le piccole cose frazionate nel quotidiano aire della vita nostra, questa perfetta, imperfetta sconosciuta- conosciuta. Ma ci siamo oppure ci sembra, di esserci? Vallo a sapere com’è quest’esistere in uno sconquassato equilibrio destinato, primo o poi, a decadere e precipitare nelle comuni fosse ben inceneriti e ricoperti di calce disinfettante. Inutile pensarci troppo data l’impotenza onnivora di cui siamo portatori…sani. Sì, ma malati di nostalgia e di vaste depressioni. E così sia, anzi meglio ancora concludere con il classico AMEN latino.

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