Essere felici o peggio in pace: su “Sedute in piedi” di Giulia Scuro

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C’è qualcosa di potentemente solitario nel primo libro di Giulia Scuro (Sedute in piedi, Oèdipus, 2017), sia rispetto allo scenario poetico odierno, sia per la situazione proposta, cioè il luogo della confessione laica per eccellenza, il chiuso delle sedute di analisi. Una doppia solitudine dovuta alla stessa operazione, spingere il confessionalismo alle estreme conseguenze postulando un’identità letterale tra autore e soggetto lirico (cosa ardita per un libro di esordio), e facendo al contempo andare in comico cortocircuito il dialogo terapeutico e ogni posizione di autenticità (e dunque, di fatto, sottraendosi allo sguardo nel momento di maggiore esibizionismo). La voce del paziente, colta nei momenti di massima sfiducia o caustica intemperanza, si diletta così a canzonare, provocare, sfidare l’analista (“Ora la lascio al suo bieco cantiere/ e mi accomiato con una banconota:/ della sua paga questa è la rata/ dovuta al mio errato bene”, p. 11; “Convive bene con la sua coscienza?/ Ne ha una di troppo o invece fa senza?”, p. 17), che sa soltanto opporre una condiscendenza materna senza frutto (“Giulia, il tuo codice bisbetico/ va a braccetto col cinismo ermetico/ che mi riservi, ma in questa sera estiva/ vorrei non fossi schiva”, p. 17). La lingua burlesca, l’uso comico e dissacrante delle rime, la prosodia che tende edipicamente a zoppicare (equivalenza profonda segnalata da Giancarlo Alfano nella quarta di copertina) risultano quindi funzionali non solo alla messa in berlina di una certa vulgata psicanalitica (al limite ripresa nei suoi simbolismi automatici, come qui: “Allora, andiamo con ordine:/ tu mi vuoi dire che il tuo naso/ è una proiezione del fallo reciso/ che tua madre conserva in un vaso?”, p. 24), ma soprattutto all’autoparodia di un soggetto in continuo conflitto con il nom-du-père. Lo Scuro diventa così l’istanza persecutoria, il contraltare ossessivo ad ogni proponimento dell’Io, separati per gioco letterario e metafora poetica (“Giulia la smetta, le do anche del lei,/ lo Scuro a cui dà la disdetta/ è in agguato ad ogni vorrei”, p. 18; “Non c’è dubbio né scommessa,/ io sono Scuro Giulia l’indefessa,/ se il mio nome rammenta la memoria/ di latini imperatori, eccessi e gloria,/ lo Scuro è barbaro e non dà tregua,/ mi rassegna al piacere che dilegua/ e perpetua la consegna ad ogni stregua./ È il mio lato a cui non piace/ essere felice o peggio in pace”, p. 33), ricomposti dall’analista nell’unità del quadro psichico (“essere giuria, giudice e imputato/ è il delirio del tuo io superdotato”, p. 21; “Lo Scuro e la Giulia sono sciocchi ad illudersi:/ la loro scissione è illusoria”, p. 32). Sotto il brillante manierismo linguistico, risuona la nota dolorosa di una sempre mancata adesione al presente, reso inabitabile da spinte regressive e sensi di colpa, metafore materne e ombre della Legge: “Potrei raccontarle di lei oggi/ e tergiversare sulle vite che non ho avuto,/ dirle quanto mi tormentano la notte,/ il giorno e la notte oltre il giorno”, p. 9; “Ora voglio che si imponga sul presente./ Chiuda gli occhi, cosa sente?/ Dottoressa, è un sentire inevaso, lo stesso/ di una pianta in un vaso”, p. 10; “Ti ostini nei delirii premonitori/ prevedi il bene, il male e gli orrori,/ risparmia al presente il bisogno/ di relegarsi al mondo, non al sogno!”, p. 15; “La forma che ha per me la speranza/ è quella di una folla lontana in controluce,/ il cui contorno nel folto in me produce/ la trita e ripetuta evocazione dell’assenza”, p. 22; “nulla più che l’ispessimento/ di una parete uterina/ fomenta i miei sogni dalla mattina”, p. 23; “Dottoressa, ciò che più temo/ è la felicità, mi creda, tremo”, p. 27; “All’onda stremata che mi avvolgeva,/ il mio corpo doveva apparire lattiginoso,/ viscido nevischio di medusa”, p. 36; “Cara dottoressa, è il senso di colpa,/ non c’è fine ad un male/ la cui ombra è ritorta”, p. 40. D’altra parte, molto di questa drammatizzazione, per quanto esasperata, potrebbe corrispondere al vero: l’ingenuità di alcune domande, assolute e senza uscita, che sembrano piuttosto ricadere nell’ordine del godimento (“Dottoressa, come si invecchia senza disperare?/ L’anima non accetta l’eco dei suoi giorni,/ l’infiacchirsi del passo, l’ispessirsi del fiato”, p. 13; “Come si affronta il niente da sola?/ Io sono con lei soltanto quest’ora”, p. 30; “Dottoressa, parliamo del tempo,/ come si fa ad accettarne i ritmi?”, p. 36); l’amarezza, lo sconforto e la rassegnazione al termine di certe sedute, e rispetto alla terapia per intero (“Ci penserò dottoressa, ora che l’ora è finita/ e il ritorno una strada in salita”, p. 26; “E forse ora non basta,/ lei al mio amore il dolore rimpasta,/ e ciò che è semplice/ tormenta, laddove un tempo era complice./ Forse è necessaria una pausa/ un intervallo che alla mia causa/ conceda il tempo della riflessione./ Non distinguo più il mio torto dalla sua ragione”, p. 41; “Nell’eco della sua voce, senza saluto,/ s’insinua il dubbio atroce che il delirio è compiuto,/ che giocare al suo ruolo confermi/ il mio male assoluto”, p. 44); la speranza che ambiguamente si rinnova per la volta successiva (“Salve dottoressa, come sta?/ Sono contenta che sia sempre qua./ Porto sicuro in cui porto me stessa/ e al monologo alterno una vana scommessa”, p. 29; “Dottoressa, la ringrazio per la domanda,/ quanti giochi di luce nella sua veranda”, p. 31; “Cara dottoressa, ieri/ ho pensato a lei, al bisogno di incontrarla tra la gente”, p. 33). Il titolo stesso designa nell’ossimoro plastico un disagio comico ma reale, lo stare sulle spine, il non saper che fare. La straordinaria energia che attraversa il libro nasce tutta da questa tensione tra un continuo abbassamento e uso spregiudicato della lingua, e il sentimento inevitabile e serio di dovere affrontare ogni volta il ritorno, che è “una strada in salita”.

@ Andrea Accardi

Tredicesima ora di lavoro

Dottoressa, salve, come sta?
Non fa troppo caldo per la città?
So che l’aspettano in vacanza
ma che per lei i pazienti,
accolti qui nella stanza,
hanno la precedenza.
Convive bene con la sua coscienza?
Ne ha una di troppo o invece fa senza?
Ora dirà di pensare alle mie scorze,
in quest’ora di terapia relazionale,
rammentare che al caso
non c’è rimedio né forze,
accettare che il fato
lancia segnali morse,
o che convivere con l’esistenza
è una continua randellata su ogni forse.

………………………………………………………Giulia, il tuo codice bisbetico
……………………………………………..va a braccetto col cinismo ermetico
………………………………………che mi riservi, ma in questa sera estiva
…………………………………………………………………..vorrei non fossi schiva.

Vorrebbe che esagerassi?
Che le maniere affettate che mi legano
si tramutassero in sassi?
Armi di selce levigate su un piano,
su cui sdrucciolare e ancorarsi?
Dottoressa, il codice etico
di cui lei si burla funge da perno.
È una breccia nel muro pneumatico
su cui orbita tutto l’esterno.
Funge anche da filtro,
e con quale rigore!
Maglie fitte in cui gli estri
distinguono l’impulso e l’afrore,
come un lapsus bivettoriale
che alle narici diverge i suoi uffici.

…………………………………………Giulia la smetta, le do anche del lei,
………………………………………………………lo Scuro a cui dà la disdetta
……………………………………………………….è in agguato ad ogni vorrei,
……………………………………………………………cospira con tagli d’accetta.

 

Ventunesima ora di lavoro

……………………………………….Chi vive fuori dalla realtà non ama.
……………………………………………Che direbbe adesso la Giulia sana?

Fatta l’immersione nel reale
e un arrembaggio alla tavola piana,
l’amo o abbocco alla lenza?
La voce tossendo si rischiara
come un’onda che infranta si ammara.
Dottoressa, mi dica, è tutta in salita
questa lettura delle mani che mi affatica?
Dottoressa, mi rincuori, io non sono fuori
di testa, eppure mi sento fuor di me stessa.
Nell’era delle macchine il desiderio è a gettoni,
gli stessi che do a lei, dottoressa,
rateizzando l’infinita spiegazione
dell’odio e dell’amore che inizia già a colazione.
La forma che ha per me la speranza
è quella di una folla lontana in controluce,
il cui contorno nel folto in me produce
la trita e ripetuta evocazione dell’assenza.
Andiamo dottoressa, si spieghi,
sarei un’accattona di dinieghi?
L’utero che mi sfiora è fatto di burro
cedevole al tepore si fa liquido al caldo.
Vorrei dirle che sono guarita
che di un riparo sanguinolento
non ho più necessità
vorrei dirle che è sparita
la mia regressione alla prenatalità.
Eppure, nulla più che l’ispessimento
di una parete uterina
fomenta i miei sogni della mattina;
vorrei fosse un guanciale quel grembo
che accoglie il piacere ma non l’eterno.
Dottoressa, lei lo sa bene,
è una veglia perduta quella alle pene,
non c’è consolazione né attesa,
solo la resa: a se stessi e all’offesa.
Dottoressa, la prego, altri cinque minuti,
devo ancora dirle che giganti baffuti
navigarono nei sogni oceani tutta la notte.
Che significherà? Che vorrei solcare altre rotte?
O che il mio complesso di Edipo mi ha messo alle strette
mandando in esilio, a bordo di una galera,
quella virilità che mi era chimera?
Purché, dottoressa, non mi lasci sola
ora che il pensiero si fraziona,
che la volontà comprende l’errore.
Quella che lei chiama dura realtà mi impressiona.
E l’amore è una falsa dimora, lei dice:
l’utero platonico che altro può darmi
se non il languore di un’esecuzione?

……………………………………Il viaggio nel perdono e nell’indulgenza
………………………………rammenta la finta pietà di una supplenza.

Ecco, l’ora è scoccata e la settimana dispiega le vele
dell’ansia a fette che salpa nel miele.

 

Ventottesima ora di lavoro

Dottoressa, come le ho già più volte
detto, pur con le molte
divagazioni del caso
io sono preoccupata per il mio naso.
Ho paura che la sua sporgenza
sia uno sfoggio di esistenza
e che al vederlo chi è di fronte
pensi a lui come ad un ponte
nella mia direzione,
fatto di binari olfattivi,
alla portata dei suoi incisivi.
Dottoressa, è un delirio
o solo fervida immaginazione?
Mi rassicuri, mi comprenda,
alle prese con l’ammenda
mi sprofondo nelle suole.

……………………………………………………..Allora, andiamo con ordine:
……………………………………………………tu mi vuoi dire che il tuo naso
………………………………………………….è una proiezione del fallo reciso
…………………………………………. che tua madre conserva in un vaso?

Esatto dottoressa, quanto ha ragione!
Conosce Lisabetta da Messina,
sventurata figlia del Decamerone,
i cui fratelli assassinarono l’amante in sordina?
Del suo amato la testa riposa
in un vaso sul quale ella piange
la condizione di mancata sposa.
La castrazione decapitata del suo amato
l’ha indotta ad una partenogenesi di basilico
per cui le lacrime hanno irrorato
una verdura che sul suo capo
ha attecchito da più di un lato.
Dottoressa, io sono convinta
che al suo naso la radice s’è avvinta
e questo pensiero mi ossessiona talmente
che immagino il naso come una gobba
vulnerabile ed esposta alla gente.
Il naso, ci pensi, è una bandiera
svetta sul muso con la punta altera
e con le narici ci apre la strada,
perlustrando, come una spada.
C’è chi dice “non vedervi oltre”
a significare che l’escrescenza facciale
sia dell’uomo il limite oppure una coltre.
La protuberanza tridimensionale
è anche la maniglia a cui si afferra
colui che ci mente o di noi si fa beffe.
Ma la mia espressione preferita
è sempre stata “naso di velluto”,
mi fa pensare a una stoffa brunita
sulla ferita che ingombra il ritratto
altrimenti piatto della nostra partita.

……………………………………………………Perché la consideri una ferita?
………………………………………………………………………..Non potrebbe darsi
……………………………………………………………………….che piuttosto la vita
…………………………………………………mostri nel naso il suo rafforzarsi?

Ci penserò dottoressa, ora che l’ora è finita
e il ritorno una strada in salita.

 

Ultima seduta?

Dottoressa, il tempo passa lontano da lei
e io non ho più domande giuste,
solo qualche lacrimevole vorrei
e un po’ di spesa nelle buste.
Non mi adagio nell’ozio,
mi ci dimeno, smaniosa:
m’inquieta e mi spossa
come al goloso una crosta.
Penso a lei in quei momenti,
a ogni cosa, dal citofono
alle scale, allo scranno
che lei concede ai pazienti.
All’inizio non trovavo mai posizione,
troppo ingombrante nelle mie anche,
mi barcamenavo, scivolavo,
e con me le monetine dalle tasche.
Altre volte mi facevo piccolina
sedendomi sul bordo,
impettita, per farmi più vicina.
Ero in lei occhi e mani
tra poltrone e divani,
anticamera e studio,
qualche volta anche al buio.
Ho nostalgia di ogni oggetto,
dalle riviste sempre aggiornate
alle collezioni da rigattiere ordinate,
ai ninnoli e posate spaiate.
Mi chiedo adesso: forse aveva paura del vuoto?
Anche gli incontri con noi,
a ripensarci, come fiumi di male e di bene
scorrevano in serie tra tazzine e saliere.
Ora mi direbbe:

Non ti manco io ma tu stessa,
saresti ben accolta e invece
cedi l’indagine alla ripresa
di un’immagine muta in mia vece.

Nell’eco della sua voce, senza saluto,
s’insinua il dubbio atroce che il delirio è compiuto,
che giocare al suo ruolo confermi
il mio male assoluto.

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