‘Storie dal giardino’ di Francesca Ruth Brandes (rec. di Antonella Bontae)

Francesca Ruth Brandes, Storie dal giardino. Poesie, La Vita Felice, 2017, € 10,00

In questo denso libro le immagini del manufatto dell’artista veneziana Wanda Casaril rimandano ai filamenti dei versi di Francesca Brandes che avvolgono di fascino.
Sono arabeschi di un giardino immaginario eppure così materici − l’erba, il prato, i fiori, l’aiuola, le siepi, il sottobosco, la foglia, gli arbusti e i lacci −, dove la zolla di terra è opera di uno scavo interiore, fino a giungere ad un’anelata epifania di luce.
Un luogo che ispira la ricerca del bene, del buono, e in questa indagine il suo corpo si trasforma in un essere arboreo, ricordando i versi del 1923 del poeta Rainer Maria Rilke:

noi quando amiamo,
sale alle braccia immemorabile linfa.

La scrittrice è una persona che ama in modo totale, come i cani e ne possiede uno (p. 24), s’immerge in una nuova esperienza pensando al vigore e all’energia usata dai pesci per nuotare controcorrente, consapevole che per ottenere la gioia − il lemma ricorre nove volte nel libro − sia necessario sopravvivere al dolore.
La seconda sezione chiarisce di che si tratta: la poesia su Leyla Zana, la pasionaria del Kurdistan, una deputata turca che ha difeso i diritti del suo popolo, subendo anche l’incarcerazione, ci rimanda ad altre sorti.
Quella dei migranti di minore età, perché Brandes fa parte di “Medici senza frontiere” e trasmuta in voce poetica il suo sentire, riallacciandosi al loro e al nostro urlo trattenuto in gola.
Ghiaccia il cuore l’arrivo di Moussa, che è partito indossando cinque magliette, quattro maglioni, ossia portandosi la casa appresso (quando nel nostro paese i nostri figli s’imbottiscono di abiti al ritorno da una vacanza solo per superare il check in di un volo aereo economico).
Eppure è la luce al guidare il suo percorso, un tragitto alla ricerca di senso, giacché il cuore si riscalda subito, in un lampo, quando il quattordicenne Said Islam si mette a scrivere una lettera alla madre.
Anche i fiori gialli, omaggio degli abitanti di Lampedusa ai migranti annegati e a quelli vivi, appaiono nel loro colore abbagliante, tanto da riflettere le stelle del firmamento, sotto il quale vive l’intera umanità.
Così dalla sensazione di essere un albero capovolto con le radici all’aria, mentre continua il manifestarsi del ruotare universale, si passa al ricordo dell’amico pittore Elio Jodice, dove la cenere delle sigarette fumate rimanda alla cenere mortuaria.
Il giorno in cui la migrante Pateh Sabally è deceduta dopo la traversata marina, infatti, la bellezza della città lagunare s’intristisce di vuote calli, anche se la danza può diventare un altro passaggio per recuperare luce.
Con uno sguardo ad un altro artista, lo scultore Giuseppe La Bruna, laddove sono le sue forme-polene a fungere da guida in questo viaggio, Brandes torna ad esprimere il desiderio di pace, con l’auspicio che si espanda alle capitali dell’Armenia, della Bosnia, d’Israele − tutte teatro di orrori − e si rinnovi in forma di albero-frutto-giardino.
La lista dei minori prosegue: come superare il fatto che Karim si trovi ad inventare un nome per i morti sconosciuti del deserto e che la decenne Mara arrivata da Aleppo sia colma di orribile orrore?
La risposta la reca di nuovo il giardino con gli alberi che ridono delle debolezze, delle incomprensioni, degli errori e delle contraddizioni tutte umane, offrendo la speranza di un miglioramento.
Nella lirica finale la frase del compositore John Cage …cambieremo in modo meraviglioso… si riferisce all’accettazione dell’incertezza del cambiamento che è inteso come valore in sé.
Ci richiama alla nostra possibilità di modificare la rotta, in direzione di una ragnatela di azzurrità salvifica che non può che illuminare il cammino di noi tutte e tutti..

© Antonella Bontae

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STORIE DAL GIARDINO

La mia trama è infantile
a tratti si smaglia
condensa arabeschi di nebbia
nel giardino abbandonato.
Pagine consumate
da una gioia inconsulta
improvvisa goccia d’acqua
sulla ragnatela.

Ci sono fiori da vedere
se ci stai attenta
da scoprire e cantare
quasi un vessillo.

La gioia non ci coglie
se non dal dolore
frutto raro del prato
microcosmo d’aiuola.

 

Hai tutti gli abiti addosso
cinque magliette
quella con Topolino
la sbiadita del Milan
il numero è venuto via
due di tua sorella
rosa con Sailor Moon
una con la bandiera
di uno Stato sognato
stretta alla pelle.

Quattro maglioni polverosi
e il giubbotto azzurro
meno male, niente sandali
Nike senza calzetti.

Moussa dove sei
ti porti la casa appresso
dove sei oggi
tanto solo
che ti abbraccerei.

Ti ausculto piano piano
polmoni liberi, cuore nel ghiaccio.

 

“Non senti? – mi dici –
Gli alberi ridono
di noi,
agitano le chiome,
scuotono le foglie
all’aria.

Ridono del nostro amare
a tentoni, come i ciechi,
come chi non sa
l’essenziale, il dichiarato,
la vista dell’orizzonte
le montagne innevate
dopo il temporale,
il canto degli uccelli.

Ecco – mi dici –
ridono di noi, gli alberi.
Del particolare ossessivo,
dell’odio misurato a gocce,
del nostro non capire.
Ti guardo
e non sei mai stata così bella
e chiara
con gli occhi che ora sì,
lo sanno.

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