Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

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Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento.
C’è sì di quest’uomo, tra le pagine, il peso del taglio che il tempo ha fatto sulla carne degli anni, ma c’è meno inquietudine adesso. Quest’uomo, amico fraterno, sembra ora lasciarsi prendere, lasciarsi toccare. Si lascia ora toccare benevolmente dal tempo, voglio dire.
In un’intervista del 2014, Pusterla aveva dichiarato a proposito Argéman, allora in uscita: «Un animale mi ha colpito, al punto da diventare poi uno dei centri di questo libro: la libellula. Il suo volo franto, ora leggero e veloce ora immobile e in surplace, mi ha fatto pensare a certi meccanismi del pensiero e della percezione, meno lineari di quanto a volte pensiamo. Ecco: provare a imitare il volo di una libellula. Questo mi piacerebbe saper fare». Già, «ora immobile»: il volo si è placato, per così dire, il vento (chiude così difatti Variazioni sulla cenere) è «discreto». Ora è tempo di sospensione, di accogliere forse, perché no, il memento “pulvis es, et in pulverem reverteris”. Accogliere dunque la cenere del mondo insieme alla cenere che si è.
Ripeto: non manca la ferita del mondo, degli eventi, della “Politica” nel senso più alto, del nostro stare in mezzo al mondo. Ma lo si sente: è un sedersi della corsa, potremmo dire.
C’è una panchina di legno, in cima a una favolosa collina, nel favoloso paese di Latsch, nei Grigioni. Su quella panchina sono incisi i nomi di Fabio e di sua moglie Claudia, e un verso, tratto da Argéman: «Lingua di neve alpina / Lingua di terra orientale». Da quella panchina si guarda sotto Bergün, si guarda in faccia il Piz Ela. È un luogo dell’anima, è la valle del cuore. E se significativamente quella poesia di Argéman concludeva così: «Svanisce dietro le cime / o al fondo dei deserti. / Quando la tenebra è lama / e gli occhi rimangono aperti», così chiude l’ultima poesia della prima sezione delle Variazioni, che a quella panchina fa riferimento: «La strada che prosegue fa un po’ meno paura».
Prendiamo lo scampolo finale di Lettera da Tinizong, poesia di Concessione all’inverno, del 1985 (mentre Tinizong è un paese – oggi nel comune di Surses – sempre nei pressi del Piz Ela, dell’Albula, nei Grigioni): «L’esilio comunque è in questo non essere / intero mai, non esistente del tutto / nell’istante, e sempre distante / dal vero».
Qualcosa, qualcosa di molto importante da allora è intervenuto. L’esperienza della vita ha davvero prodotto il bene della saggezza. In verità quel qualcosa è qualcuno, un angelo necessario, un angelo cui appartenere: è Lucio, il nipote di Fabio, il figlio della figlia Nina. Il suo brillare, il suo aprirsi oggi al mondo, aprono una strada di senso. E se l’angelo già evocato in queste Variazioni appare anche nel tremendo (col suo volo che va a toccare il Collegio degli Angeli, a Treviglio, per continuare poi tra le altre – anche terribili – figure evocate: i bambini caduti in Siria, la notte del nigeriano Victor, il canto strozzato e perduto dell’Internazionale), c’è tutto il senso, ormai, di aver compiuto un cammino, di aver colmato – almeno in parte – la misura dell’esilio.

Cristiano Poletti

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