La poesia come trasformazione alchemica. Intervista a Mariagiorgia Ulbar

La poesia come trasformazione alchemica
Un’intervista a Mariagiorgia Ulbar

Mariagiorgia Ulbar, Lighea, Elliot Edizioni, 2018

Ulbar, interrogo il tuo nuovo libro di poesie come fosse un oracolo: gli domando da dove iniziare questa intervista mentre col pollice della mano destra accarezzo il profilo dei fogli tagliati; lascio scorrere al tatto le pagine, poi apro a caso e leggo:

Iniziarono a parlare su uno stagno
dove lei poteva rotolarsi
e respirare
a filo d’acqua di giada ripiegata
e sotto toccava con la coda
il fondo di limaccia
che smagava la sua forza la prendeva come un pianto.

Lei è Lighea e dà il titolo alla raccolta. Lighea è la sirena protagonista di un racconto di Tomasi di Lampedusa – ho scoperto il riferimento alla fine della prima lettura, dopo aver attraversato questo tuo libro che a sua volta attraversava evocando luoghi cose sentimenti e persone: in chiusura, infatti, ci si imbatte in una tua breve nota, poche righe che mi è sembrato ricomponessero una piccola bussola tascabile con cui tornare indietro, ricominciare. Ho ricominciato e sono stato più attento – dalla seconda lettura è sempre così – ai dettagli del libro, le citazioni, i titoli delle sezioni in cui le poesie sono raggruppate, alla sensazione che un movimento naturale come una corrente mi portasse e alle domande che mi ponevo e che, in realtà, avrei dovuto porre (e ora, lettore privilegiato, pongo) a Te.
Dunque: Come arriva – o come rinasce (arriva o rinasce?) – Lighea nella tua poesia?

Lighea rinasce dall’acqua, da un colore, il verde-blu abissale che pennella il libro (io stessa mi sono accorta della preponderanza di questo colore solo alle riletture seguite a stesura e montaggio dell’intero libro). Sono le “verdinegras hondas” di Calderón de la Barca; Tomasi di Lampedusa è un punto in mezzo alla bolla d’acqua della mia memoria: un tempo lessi “La sirena”- il racconto mi era stato consigliato da un amico – e mi piacque quella figurina che spunta dal mare e scompare poco dopo e condiziona per sempre il sentimento del protagonista del racconto. Lighea ha attraversato gli anni come una figura di odore e luce per me, presente seppur scordata nell’abisso di altro venuto dopo – altre letture, altre storie, altri libri, altra esistenza – e ricomparsa paradossalmente in montagna, sui Sibillini, come soccorritrice. Lighea è riemersa per soccorso, soccorso di lingua, soccorso di immaginario, soccorso di simbolo. Ciò che dalla mia voce in versi si doveva sprigionare per mostrare indicare e dire ciò che registravo o presagivo necessitava del suo nome, della sua essenza non classificata.

Usi la parola montaggio e mi fai tornare in mente una frase che ho sottolineato di recente in un racconto di Sherman Alexie (Furto con scasso, contenuto nel libro Danze di guerra, pubblicato in Italia da NNEditore) in cui il protagonista (e narratore) che fa il montatore video a un certo punto dice: “in fase di montaggio vanno omesse tutte le informazioni superflue”; mi sembra un’ottima frase per spiegare che la scrittura non è mai ‘buona la prima’, una frase che forse tutti dovremmo avere sempre a portata di mano, un po’ la parafrasi di Il genio è 1% ispirazione e 99% traspirazione di Edison. È sempre difficile, secondo me, accorgersi del lavoro che c’è dietro un libro di poesia e da libraio mi piace prendere per mano i lettori e provare a portarli dietro le quinte (è un po’ anche questo il senso degli incontri con gli autori in libreria); e non credo tolga fascino alla letteratura, anzi. Allora: quanto tempo, quanti luoghi, quanti dubbi, quanta traspirazione ci sono per Mariagiorgia Ulbar dietro un libro di poesia, dietro Lighea?

Ci sono anni, ma non so dirli su una linea del tempo. Ho una visione sincronica degli avvenimenti, si confondono le ere, i giorni, il passato e futuro. Vivo in una società che riconosce il χρόνος (chronos), il tempo cronologico e sequenziale, e a essa inevitabilmente partecipo con le azioni quotidiane; scrivendo cerco il καιρός (kairos), che nell’antica Grecia significava il “momento opportuno, supremo”, un tempo indeterminato nel quale qualcosa di speciale accade e rivela. La natura della cosa speciale dipende dalle parole, quali uso e come le monto. Sulle pagine dei libri c’è ciò che ho plasmato e reso manifesto scegliendo, accostando, ripetendo, declinando. È linguaggio. Il linguaggio per me comprende sottrazioni, vuoti, spostamenti, errori. Parlando di spazi: alcuni luoghi geografici sono dichiarati, altri suggeriti, ma sono sempre luoghi che evocano suoni e forme, io li uso così nella scrittura, così mi si presentano alla mente. Mio padre ha lavorato per molti anni come cameraman e montatore video, ricordo bene, benché fossi bambina, i programmi di montaggio sullo schermo, le linee, i pezzi; lui faceva così: guardava, staccava, tagliava, riattaccava ovvero ricreava il racconto della realtà dentro una composizione soggettiva, che poi si esprimeva come nuova realtà, evidenza.

Una domanda che mi viene suggerita dai fatti della ‘vita di libreria’: perché si scrive un libro di poesie nel 2018, perché e con che tipo di speranze (sapendo quello che sappiamo: lo sappiamo tutti ormai che quando un libraio propone al lettore un libro di poesie sembra che gli stia piazzando sul palmo della mano una granata con la sicura tolta e pronta a esplodere) si pubblica un libro di poesie oggi?

Non penso mai di scrivere un libro, o meglio, non formulo il pensiero in questi termini, però so quando un ciclo ha preso forma e dunque posso lasciarlo andare, anche in un libro di poesia che viene pubblicato nel 2018! Non ho speranza alcuna: nell’ambito della poesia è difficile parlare di speranze, se per speranze si intende aspettative economiche o di fama. Con ciò non intendo che la sorte dei miei libri non mi interessa, perché se così fosse non accetterei nemmeno di pubblicarli. Sono contenta di sapere che i miei versi si muovono tra pensieri e oggetti, si fanno vividi. Non ho nessun tipo di sfiducia rispetto alla poesia, non faccio comparazioni né mi lamento delle sorti dell’editoria di poesia: tutto è in movimento, d’improvviso tutto si smorza e altrettanto improvvisamente risorge. Il linguaggio, il ritmo, le pause di silenzio, il mistero nascosto dentro le parole che attraversa i secoli non vengono mai sopraffatti dalle contingenze di un momento storico. Ricordi la storia del roveto che ardeva nel fuoco senza consumarsi?

Non la ricordavo, non sono sicuro di averla mai conosciuta. Ma nel 2018, questo è certo, è davvero facile colmare in scioltezza uno scarto improvviso: citi l’Esodo. Mi piace l’autorevolezza che le tue parole si prendono di diritto, come pure la tua voce poetica. Già con il libro precedente, Gli eroi sono gli eroi (Marcos Y Marcos, 2015), ho notato questa caratteristica che mi sembra manifestare una grande centratura rispetto all’atto della scrittura. Te la sei cercata (scherzo): cos’è per te la poesia?

Cantare. Plasmare una forma con l’argilla. Fare una trasformazione alchemica. Dire una formula. Disegnare o fare una fotografia. Produrre una essenza che si può annusare. Dimenticare. Resuscitare. Stare zitta. Riposarmi. Eccitare gli atomi. Vedere. Stare zitta. Interrogare. Fraintendere. Aprire. Proteggere.

Accidenti! Stai parlando di arte. Ma la medaglia-scrittura ha un’altra faccia, secondo me, e fondamentale: la lettura. Ti va di raccontarmi brevemente i tuoi scaffali di poesia? A quali poeti sei più legata? Che tipo di poesia cerchi oggi da lettrice?

Quanto detto nella risposta precedente vale sia per la scrittura che per la lettura, non ho fatto distinzione: pensando a cosa è per me la poesia non potrei dividere lo scrivere dal leggere. È un modo di stare al mondo. I miei scaffali di poesia sono disordinati, multilingui, non c’è ordine alfabetico né sezioni che raggruppano i libri per epoca o nazione. È una materia magmatica, potrebbero anche non esserci nomi.

Nel libro consigli la lettura ad alta voce del poemetto dedicato alla sirena che intitola la raccolta. Personalmente sono solito leggere a voce alta per me, è un’abitudine che ho preso col tempo, e trovo che ci siano delle scritture in particolare che lo impongano, e impongano il loro ritmo, mi viene subito in mente il Canto alla durata di Handke, almeno fu così per me, camminavo in riva al Danubio e tirava vento. Gestire il fiato, rispettare la punteggiatura e gli ‘a capo’, impostare, o non farlo; cosa accade a Lighea e al lettore leggendolo a voce alta?

Cosa accade a chi legge Lighea ad alta voce non lo so per tutti. Qualcuno mi ha raccontato di aver seguito il consiglio e di aver avuto piacere a farlo, qualcuno si è bloccato, qualcuno si è bloccato per imbarazzo, qualcuno mi ha detto di averlo letto a voce alta ma bassa. È interessante. Per me la lettura ad alta voce è stata una conquista graduale: fino a qualche anno fa provavo imbarazzo a farlo, ero insicura, provavo imbarazzo in solitudine e dunque in pubblico provavo addirittura dolore, che mi bloccava la gola, il cervello. Ho iniziato a farlo per necessità – perché erano uscite mie poesie sul Quaderno italiano di poesia contemporanea ed erano stati organizzati incontri di lettura – e poi via via con sempre maggiore concentrazione, presenza, fino al piacere. Leggere ad alta voce è incontrare la propria voce, che ha un corpo fisico, un colore, una capacità evocativa, una persistenza. Vuol dire dedicarsi a ogni singola parola, vederla, masticarla, farla risuonare, amarla come entità prima che come concetto. Vuol dire inoltre e soprattutto capire il silenzio, la pausa, contemplare il vuoto come spazio necessario per il pieno. Leggere ad alta voce è una scoperta vertiginosa.

A proposito di vertigini: sono in libreria; fuori, è saltata l’illuminazione e la notte è scura e profonda, dentro, una lampada rischiara il bordo degli scaffali ricolmi di libri. Questa è stata un’intervista via email nel corso della quale un giorno ci siamo incontrati per la presentazione del libro in libreria, è stato una domenica, è stato più un reading che una presentazione perché sinceramente non trovo che si possa parlare tanto di poesia (ecco perché non ho poi tante cose da chiedere sul libro in sé) ma si debba tornare a leggerne (come per lo zen, meglio procedere per sottrazione). Quando ci siamo incontrati, entrando in libreria accennavi all’odore, dicevi “Questo odore…” ma siamo stati interrotti o forse ti ho interrotta io perché ho questa brutta abitudine del ‘botta e risposta’, dell’anticipazione e della rimessa diretta, e sempre la sensazione che il tempo voli e angosci le cose che ci si potrebbe dire. Allora: che rapporto hai col tempo, cos’è per te una libreria oggi?

Il tempo qui non vale niente – rispondo col titolo che ho dato a una sezione di Lighea, e mi chiedo ancora adesso, ripensandoci, se l’ho posto come didascalia, evocazione o come speranza. Si può trasferire su ciò che è per me, è stata, dovrebbe o potrebbe essere una libreria.

 

© Gianpiero Distratis

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