Manuel Cohen, A mezza selva #4: Salvatore Ritrovato

A mezza selva#4: Salvatore Ritrovato
La strana pace sentimentale della poesia

di Manuel Cohen

 

Il gruppo di diciannove testi raccolti in questo volume, di cui uno tratto da Come chi non torna (2008), undici da L’angolo ospitale (2013) e gli ultimi sette inediti, ottimamente tradotti in spagnolo da Emilio Coco, Eva María Perdigon, Laura Nieves e Caterina Mulé (qui rivisti da Gianni Darconza e Mario Meléndez) sembrano indirizzati a un pubblico più ampio, e concepiti come una piccola antologia portatile: una piccola mappa, una bussola per frammenti di autobiografia letteraria o, sia pure, un piccolo libro da viaggio, o più, un petit livre de chevet. Uno di quei libri di poesia che possono agire molto e profondamente nel lettore che potrà incontrare lungo la via. Salvatore Ritrovato, nato in Puglia nel 1967, è uno dei poeti migliori, più intelligenti, colti, significativi e meno appariscenti, meno apparenti o a la page, della sua generazione. Non mi dilungherò in questa breve nota a elencare la forza della sua ben strutturata formulazione retorica, affidata spesso a un verso base endecasillabico vieppiù mosso e dilatato in un contenuto prosimetro, oppure a strategiche soluzioni sonore affidate a sapienti e calibrate rime interne, o a clausole fulminanti in rima e semirima. Con più chiarezza, dirò che per quel che mi è dato di conoscere dal mio particolare osservatorio sulla poesia italiana contemporanea, posso affermare senza ombra di dubbio che Ritrovato sia l’autore ‘più sentimentale’, e ricorro all’uso di questo aggettivo con il rischio di essere facilmente frainteso. Poeta di squisito taglio esistenziale, si distingue da tanta poesia italiana per un naturale, e tuttavia ricco di risonanze di cultura classica, tono elegiaco: non a caso il critico Massimo Raffaeli, presentando la raccolta Come chi non torna, annota: «Il segno di Ritrovato ha carattere lirico-elegiaco, un tono mite e tuttavia passibile di improvvise escursioni (laddove premono gli spasmi del ricordo, tradotti in abrasive percezioni del presente) che sommuovono la regolarità del proprio ritmo.» Il dato sentimentale, in un contesto di generale aridità, cinismo e disincanto che sembra da qualche decennio indurre all’inazione o raggelare vaste esperienze e aree della poesia italiana contemporanea, si presenta nel nostro autore quale dirompente (e morbido) elemento di natura e di cultura: un elemento che, nella apparente mitezza, si fa strumento di decodifica dell’esistente e dell’esperienza del mondo, e si fa, suo malgrado, arma affilata di rifiuto delle logiche e delle mode. La prima poesia di questo volumetto, tratta dalla raccolta succitata, s’intitola La terra. Restituisce in toto quel sentire antico, millenario, quell’umanesimo sensibile caro all’ultima grande poesia del Novecento: ricorda, nella dilatazione dell’endecasillabo, e nella sua apertura alla prosa, la migliore istanza prosodico-ritmica di Mario Luzi, la sua ‘sopravvivente humilitas’, quella percezione e adesione all’humus, alla terra, al suo vitalismo panico e sentimentale, al suo registrare puntualmente le variazioni climatiche, la percezione esatta del Tempo: «[…] l’opportunità di comprendere/ anno per anno quello che non fu, non era/ un transito di voli ma un passaggio al confine/ tra me e l’inverno, il silenzio e niente.» La dimensione prospettica, la visione in prospettiva dell’esistenza, della realtà e della vita in sé, è un elemento forte di questo nostro autore. L’io lirico si confronta continuamente e si mette a nudo, inquieto e problematico, tra un dentro e un fuori dell’esperienza, in un continuo rispecchiamento (bellissima la suite di inediti che allude e richiama a un continuo fronteggiarsi tra schermi, vetri e specchi, o, altrove, finestrini di automobili) tra vissuto privato e dimensione latamente condivisa o Stimmung: una lente soggettiva, uno schermo ma anche un filtro lenticolare da cui e attraverso cui decifrare il mondo, gli eventi, l’esperienza vissuta come continuo scambio e incessante «andirivieni/ tra me e voi che mi aspettate» (cfr. Su una vecchia fotografia). E l’humilitas come categoria interiore e come strumento cognitivo, si traduce spesso in tonalità da basso-continuo o pseudo-mimetiche da interno domestico, feriale e quotidiano: «che sappiamo noi di noi oggi che io di qua/ tu di là rompiamo le regole dell’amore,/ quello che nella poesia rima unisono con cuore/ e molte altre, più tenere, rinfocola,/ che girano per casa in una sera come questa/ – una carota al pinzimonio, un film di storia/ alla televisione, il caffè d’orzo –» (Un fiore). Tutta la poesia di Ritrovato è mossa da una strana pace, che ritorna anche in un titolo di un singolo testo, a contenuta valenza ossimorica: e nell’inquietudine di un paesaggio alterato, a tratti paradossale, tratteggiato e raccontato con modalità favolistiche e iperrealistiche che rinviano a una realtà ‘per assurdo’, la strana (rara, imprevista e indefinibile) pace è quella dimensione emotiva e cognitiva che è dato di cogliere per istanti, per frammenti, per bagliori, mentre tutto sembra vacillare o passare ad altro, irreversibilmente. Mentre tutto sembra precipitare assieme a una rampa di scale dopo l’11 settembre, «il giorno più difficile per tutti» (), dove le certezze occidentali vacillano per sempre, e dove il vissuto privato sembra non sottrarsi a un gorgo o vortice o abisso epocale. Tuttavia l’abisso che risucchia le voci e l’io lirico non si annuncia con tonalità apocalittiche, ma si insinua nel presente della storia e nel quotidiano, intride di sé le movenze e le vite degli uomini, intacca ogni couche, ogni angolo ospitale necessario come una cellula di sopravvivenza della specie, «dove gli aerei non possono cadere.» Se c’è un autore che della sua intelligente lettura ‘sentimentale’ delle cose ha saputo in questi anni raccontarci dell’essere nel mondo, e che ha saputo restituire la percezione esatta e mai esibita dei timori, liquidi e precisi, del nostro tempo, questi è Salvatore Ritrovato.

(il testo, con il titolo La strana pace della poesia appare in prefazione a S. Ritrovato, Questa strana pace (Esta extraña paz), traduzioni in spagnolo di E. Coco, C. Mulé, L. Nieves, E. M. Perdigon, Progetto Cultura, Roma 2016)

 

(da Come chi non torna, Raffaelli, Rimini 2008)

LA TIERRA

El tiempo que cubre estas cimas crea como un manto
de leve musgo y olvido, deja señales
ralas y cálidas en las dolinas, en céspedes
donde el mar exhala olor a subterráneos paisajes.

Aquí la tierra decaída cae aún en perenne
permutación por un jardín de manzanas,
cede a las amenazas, empuja, erradica
de sí no flores sino ávidas primaveras
apaga su semilla en el vientre y en las venas
inundadas por raras pasiones, las pierde.

La tierra le enseña a mi mano, a mi mente
–sus rehenes– a moverse lentamente
al ojo a notar diferencias inesperadas
lejos de su cerebro
al oído las palabras caídas bajo torres
de piedras y abandonados calveros
al cuerpo la oportunidad de comprender
año tras año lo que no fue,
no era un tránsito de vuelos
sino un pasaje en el confín
entre el invierno y yo, el silencio y la nada.

LA TERRA

Il tempo che copre queste cime fa come un manto
di leggero muschio e oblio, lascia segni
radi ma caldi alle doline, in prati
dove il mare spira odore di sotterranei paesaggi.

Qui la terra decaduta ancora cade in perenne
permuta con un giardino di mele,
cede alle minacce, spinge, svelle
da sé non fiori ma avide primavere
ne spegne il seme nel ventre e nelle vene
allagate di rare passioni, lo perde.

La terra insegna alla mia mano, alla mia mente
suoi ostaggi a muoversi lentamente
all’occhio a notare differenze insperate
lontane dal suo cervello
all’orecchio le parole cadute sotto torri
di pietre e abbandonate radure
al corpo l’opportunità di comprendere
anno per anno quello che non fu, non era
un transito di voli ma un passaggio al confine
tra me e l’inverno, il silenzio e niente.

 

(da L’angolo ospitale, La Vita Felice, Milano 2013)

SOBRE UNA VIEJA FOTOGRAFÍA

¿Quién de vosotros me mira en este lúcido papel?
Qué murmullo ha desaparecido de la pantalla
muda de este kodak?
Treinta años y una palabra para tener
aquellas pupilas, filmar su dirección
adormecida por el carrete
el instante de maravilla, no basta.
Iré a vivir un día con vosotros
donde no fluye savia, y no rezuma
espíritu de hogar y la piedad se ofusca.
Y todo acabará, en un ostensorio
cincelado esmeradamente o en un cáliz
levantado en el altar; terminará el vaivén
entre yo y vosotros que me esperáis
allí abajo, en las escaleras, después de una boda.

SU UNA VECCHIA FOTOGRAFIA

Chi mi fissa di voi in questa lucida carta?
Che brusio è scomparso dallo schermo
muto di questa kodak?
Trent’anni e una parola per tenere
quelle pupille, filmarne il verso
sopito dalla pellicola
l’attimo di meraviglia, non basta.
Verrò ad abitare un giorno con voi
dove non scorre linfa, non trasuda
spirito di focolare e la pietà s’appanna.
Pure finirà tutto, in un ostensorio
cesellato con cura, o in un calice
sollevato sull’altare; cesserà l’andirivieni
fra me e voi che mi aspettate
laggiù, sulle scale, dopo un matrimonio.

 

UNA FLOR

Qué sabemos de nosotros hoy que, yo aquí
tú allí, rompemos las reglas del amor,
aquel que en poesía rima al unísono con corazón
y reaviva muchas otras, más contenidas,
que rondan por la casa en una tarde como ésta
– una zanahoria con pimienta, una película histórica
en televisión, el café de cebada –
¿Qué sabemos nosotros? Son palabras
que, si tú estuvieses donde yo estoy, amor,
o al revés, debería decirte la fajina está lista
y pesa, abre la puerta por favor,
debería darte la manta cálida para las rodillas
antes de que venga el frío,
y cuando vuelva a casa del campo,
de noche, si ya duermes, llevarte una flor.

UN FIORE

Che sappiamo noi di noi oggi che io di qua
tu di là rompiamo le regole dell’amore,
quello che nella poesia rima unisono con cuore
e molte altre, più tenere, rinfocola,
che girano per casa in una sera come questa
– una carota al pinzimonio, un film di storia
alla televisione, il caffè d’orzo –
che ne sappiamo? Sono parole
che se tu fossi dove io sono, amore,
o viceversa, dovrei dirti è pronta la fascina
e pesa, apri la porta per favore,
e darti il plaid caldo per le ginocchia
prima che venga il freddo,
e quando a casa torno dal campo
con la notte, se già dormi, portarti un fiore.

 

Salvatore Ritrovato (San Giovanni Rotondo, 1967) insegna Letteratura Italiana moderna e contemporanea all’Università di Urbino. Cofondatore, con M. Alloni, M. Cohen e altri, della rivista italo-svizzera «Profili letterari» (1991-1996), è tra i direttori di «Punto. Almanacco della poesia» (2011-…), collabora a svariate riviste accademiche e militanti ed è tra le firme storiche di «Poesia», «clanDestino» e «Atelier». Fra i suoi lavori critici, disseminati in svariati volumi miscellanei ed atti di convegno, si segnalano: Dentro il paesaggio. Poeti e Natura, Archinto, Milano 2006; Pianeta Volponi. Saggi, interventi, testimonianze, Metauro, Pesaro 2007; La differenza della poesia, Puntoacapo, Pasturana 2009; Piccole patrie. Il Gargano e altri sud letterari (Adda, Bari 2011); All’ombra della memoria. Sudi su Paolo Volponi, Metauro, Pesaro2013; Studi sul madrigale cinquecentesco, Salerno, Roma 2015. In poesia ha pubblicato: Quanta vita, Book, Bologna 1997; Via della pesa, Book, Bologna 2003, nuova ed. Puntoacapo, Pasturana 2015; Come chi non torna, Raffaelli, Rimini 2008; Cono d’ombra, Transeuropa, Massa 2011; L’angolo ospitale, La Vita Felice, Milano 2013; Questa strana pace (Esta extraña paz), Progetto cultura, Roma 2016; Cercando l’isola, Fiorina, Varzi 2017.

 

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