Eleonora Rimolo, Temeraria gioia

Eleonora Rimolo, Temeraria gioia, Giuliano Ladolfi editore 2017

Mi capita spesso di iniziare le giornate, a ore solitamente antelucane, con la lettura di un libro. Non sempre, tuttavia, la forza del libro è tale da imprimere il suo passo alla giornata che è iniziata leggendolo. In questo caso, invece, l’eco nei pensieri è stata persistente e perdura tuttora, tanto da spingermi ad affermare che il giorno che inizia sugli archi e sui carriaggi di Temeraria gioia di Eleonora Rimolo è un giorno che porta intatta la sfida della ricerca, di quell’affrontare, cosciente e visionario, i battenti – cupi e sfavillanti sanno essere, quelli – di un uscio sull’oltre, il varco per la parola.
È cosciente, quell’assalto permanente, che la nostra (associo ora mittente e ricevente del messaggio poetico, perché entrambi sono volti a un comune orizzonte di riferimento) Aurora si muove «senza carro» e con «dita di prosa»; visionario, quell’assalto,  anche nell’ipotesi della cecità, teso a scorgere «la grazia infinita del finire». Una gioia del ricercare vivendo che rischia, sapendo di rischiare, l’osso del collo, che danza con la sinestesia del «brillio dei piedi piccoli» e che porta, eppure, la rivendicazione responsabile del ruolo di chi plasma un canto su quanto è rimasto indietro, su ciò che è stato scansato, scartato (e riecheggia quel «lasciatemi essere il cuore pensante della baracca» di Etty Hillesum): «lasciatemi dire/ la foglia immarcescente».
Sembra che altro non possa essere, questa temeraria gioia dell’azzardo della continua ‘cerca’, se non atto d’amore, e che questo amore non possa che essere smisurato, come è senza misura la gratuità: «amo senza misura» è una dichiarazione di intenti, oltre che una presentazione di sé, che (finalmente, dico io) se ne infischia di inutili e infingarde dispute sulla presenza e sulla sparizione dell’io nella poesia lirica.
Una poesia, quella di Temeraria gioia, che, ciononostante, non potrebbe mai essere liquidata, etichettata come “ingenua”. Quella che si ferma a raccogliere il testimone dell’ultimo, dell’inascoltato, è una voce che cerca e pronuncia le parole nella «notte barbara», che s’arrischia sul confine, che costeggia «il bordo tagliente della gioia», appunto. Incombe, nella notte barbara, il fardello di un impegno assunto e rinnovato, che ha un prezzo alto, quello della perdita dell’incanto, di una trasformazione dolorosa, che l’allitterazione rende con maestoso senso della sconfitta, della «sciagura/ del non aver abusato della rosa, dell’averla/ lasciata lì, tra il rigagnolo e la riva, cenerognola».
Una poesia che mi giunge felicemente complessa e matura, dal vertice alla base, dalla chioma ai piedi, in tutta la sua carne e con tutte le sue ossa, ché il titolo oraziano, così come tutta la sezione Pulvis et umbra, e l’esergo con i versi di Callimaco non sono un semplice pagamento di tributo, ma sono saldati a un’intenzione netta, lucida, perseguita con serissima cura: «rettitudine e sale, soltanto due elementi/ evitano la lesione: il resto è giovane».

© Anna Maria Curci

Nessun contorno noto compare,
sfigurato, nella clessidra,
e questa lagna sussurrata
del vento tra le fronde
non è che un falso fischio
prolungato,
non un lamento come
il nostro corpo
quando sbatte contro se stesso
fa della silenziose capriole
e l’urto non lo scalfisce
ma sempre al punto di vedere
arriva Aurora senza carro
che veste di nero il cielo,
Aurora
dalle dita di prosa.

*
Ripensare ai bambini così,
molte fasi lunari da attraversare
col brillio dei piedi piccoli
diamanti della costa ornati
e alcune sere davanti
accaldati dopo il gioco poi
attratti dalla marea, a mano
a mano che monta l’estate
sereni e vuoti quei pensieri
sul pelo dell’acqua viaggiano
ed il tempo ci occorre
adesso
per gonfiare i petti e rincorrere
dalla fine dell’orizzonte
le idee che crescono:
percepire della leggerezza
la puntura, subire la letizia
senza piegarci mai.

*
Lasciatemi dire
la foglia immarcescente
la processione degli orfani e delle spose,
lasciatemi fare l’umano e capire
che non si può bastare a nessuno.

*
Sopra l’ultima pennellata
di confine io chiedo a te,
fuoco su altra luce, quella
oscurità dove affondo
il gomito e le fauci,
e nella cecità amo,
amo senza misura.

*
Incombe la pagina, chiede di essere svolta,
eppure troppe sono le curve vanescenti della visione,
parecchie marce distorte conducono alla sciagura
del non aver abusato della rosa, dell’averla
lasciata lì, tra il rigagnolo e la riva, cenerognola.

*
Rettitudine e sale, soltanto due elementi
evitano la lesione: il resto è giovane
saliva che si sposta da bocca a bocca
e sporca il vegetale, questo nostro ammasso
irrigidito conduttore dell’esclusiva
energia senile, cumulo sciolto di storie.

 

Eleonora Rimolo è nata a Salerno nel 1991 e vive a Nocera Inferiore. Laureata in Lettere Classiche e in Filologia Moderna, è ora dottoranda in “Studi Letterari” all’Università degli Studi di Salerno. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Dell’assenza e della presenza (Matisklo, 2013) e La resa dei giorni (AlterEgo, 2015, Premio “Poesia Giovani Europa in versi 2016”, organizzato dalla Casa della Poesia di Como). È redattore per la sezione online di «Atelier». Sulla rivista cartacea «Atelier» di dicembre 2016 è stata pubblicata una breve suite da Temeraria gioia.

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