Alba Gnazi, Verdemare

Se Dafne incontra Ondina sulla riva
si sporge l’una, l’altra emerge cauta.
Non più umane per scelta o non ancora?
Gli arti intrecciati ascoltano la cincia.

(A.M. Curci)

 

Alba Gnazi, Verdemare. Cronologia inversa di un andare, La Vita Felice 2018

Un incontro tra Dafne e Ondina, tra l’umana che si fa albero e corteccia e la creatura dell’acqua che osserva e sprofonda e poi riemerge. Questo è ciò che ho pensato, sin dalla prima lettura di Verdemare, la seconda raccolta di Alba Gnazi, recentemente pubblicata dalle edizioni La Vita Felice.
Verdemare si colloca perfettamente all’incrocio tra l’omaggio agli affetti più profondi, il «carteggio postumo», la memoria, la commozione (la dedica A Nonna Anna costituisce a mio parere una chiave di accesso ai testi raccolti) e la luce della bellezza. La bellezza è di casa, qui, ma occorre saperla riconoscere, così come accade in miti e fiabe quando la persona amata, per scelta o per condanna, mette alla prova l’amore assumendo tratti aspri, sembianze acri, mimetizzando la maestosità, dissimulando la dolcezza. La bellezza è qui, anche quando questa è «bigia», quando ha la luce cruda e crudele della partenza pressante, dell’inverno inclemente, quello stesso al quale Ingeborg Bachmann conferì valenza universale nei versi de Il tempo prorogato («ché le interiora dei pesci si sono raffreddate al vento./ Arde misera la luce dei lupini/ il tuo sguardo segue la traccia nella nebbia»).
È la prima delle nove sezioni che compongono la raccolta, Invernata toscana, a introdurre chi legge a questa peculiare bellezza, che non si potrebbe concepire separata da un paesaggio particolare, quello regionale indicato nel titolo, paesaggio che allo stesso tempo diventa allegorico, esattamente come avviene in Exposure (“Allo scoperto”) di Seamus Heaney, il quale è peraltro, insieme a Eliot, Montale, Amelia Rosselli, destinatario di uno dei Quattro omaggi dell’omonima sezione. Allora è la gora, luogo e termine ricorrente in questa prima parte, la gora di dantesca, così come di luziana memoria, a farsi lume al procedere: «Alibi di fine inverno/ presidiano gore e/ boschivi intermezzi» (Winter Line).
Leggo Biancazita, la poesia che conclude Tornare all’acqua, la terza sezione, come il centro di una raccolta che non perde mai il ritmo, anche quando lo cambia, anche quando passa dall’affresco-metafora dell’inverno permanente della prima sezione alle forme stringate della seconda, che porta il nome del sottotitolo del volume, Cronologia inversa di un andare, all’epica amorosa dei Quattro omaggi, la quarta sezione, alla memoria intrecciata di nonna e nipote nell’ottava, sezione che porta lo stesso titolo della raccolta, Verdemare. La consuetudine con il dialetto pugliese della mia “nonna Anna” mi fa leggere Biancazita come “Biancasposa”, alla quale brinda la «Musa in carne e fole», quella «Vite rubra, fulva/ di operosi compromessi» che ne apre la seconda strofa. Bianca come l’alba (e Alba è il nome dell’autrice) che si schiude nell’incipit, Biancazita pare davvero alludere a una manifestazione antropomorfa del rinnovarsi quotidiano delle promesse della natura: «Schiusa è l’alba, solatìa nei riquadri/ a valico tra i profili dei monti; sul paese/ con le mani ai fianchi;/ rassetta a oriente i malintesi/ stretti con l’eterno,/ coprendoli di nebbie.».
Alla promessa di luce di Biancazita risponde la complessità di Luce migra, altra poesia che riunisce magistralmente il naturale e il concettuale, o, per dirla con le categorie schilleriane di estetica, l’ingenuo e il sentimentale: «Proteggi lo scintillio, la cupa risonanza del barlume,/ la sciarada di luminarie che riluce/ dove passa il tuo silenzio;/ intendi il riflesso che vibra/ in cuore d’alba, il predestinato barbaglio,/ la lanterna;/ luce migra e tu sii migrazione,/ sii mappa, sii sudor di lucerna». Sarà allora l’accoglimento della complessità in un rinnovarsi di concepimento e gestazione a dare sostanza plurisensoriale e, insieme, spirituale alla poesia.

© Anna Maria Curci

Winter line

Alibi di fine inverno
presidiano gore e
boschivi intermezzi.

Inconsumabile la verità
di ogni piccolo fiore
lasciato a sovrintender
la libertà della pietraia.

Il calanco tra i rivi riscuote
il canto sommesso del porcospino
innamorato degli anemoni di aprile.

 

Invernata toscana

Verso i bordi la gora
spolpata dal freddo
s’infitta e aggancia
i solchi a piè del muro,
nero e secco tra le carogne
dei muschi e una crosta di meriggio
innervata da querce e pini.

Schiva sguardi, il gheppio,
nell’aria netta che stenta calore e fruga
nell’ora media, tra i pesi eristici
di ghiaccio e fuoco-mida,
i lupanari spalancati del tramonto;
schiocca un alito, il rapace,
sfronda le ali; fischia: e di ombre
s’imbruma la macchia che nel verde
lo aspetta, tra le cime lo risputa, poi
del tutto scompare.

Così certi tempi e certi volti, così
il muro sulla gora e la meriggiata,
il calore dei nostri fiati, il silenzio che
un pensiero zittì, noi:
ultimi e compiuti
nell’invernata toscana.

 

*

Radico nei pollini
mi poto come quercia
dalla rotta millenaria

*

Biancazita

Schiusa è l’alba, solatìa nei riquadri
a valico tra i profili dei monti; sul paese
con le mani ai fianchi;
rassetta a oriente i malintesi
stretti con l’eterno,
coprendoli di nebbie.

Vite rubra, fulva
di operosi compromessi;
Musa in carne e fole che
a Biancazita brinda, e a rimorsi
svecchiati dal libeccio,
tali ai passi del fattore a lato via,
che urge al tempo e al mestiere
con le falde sospese sugli occhi
per meglio vedere.

Ma da venute che scuotono illusioni
ad andate che altrettante ne cancellano,
più accosto, più largo s’insedia il cuore, arroccato
ove i pendii fanno spalla
ai tramonti, o su uno sterro sfregato
da perseidi innamorate del proprio lampo,
dirimpetto al mare.

 

Luce migra

Proteggi lo scintillio, la cupa risonanza del barlume,
la sciarada di luminarie che riluce
dove passa il tuo silenzio;
intendi il riflesso che vibra
in cuore d’alba, il predestinato barbaglio,
la lanterna;
luce migra e tu sii migrazione,
sii mappa, sii sudor di lucerna;
estendi raggi e prosegui,
riposa nella luccicanza.

 

Verdemare – I
(Carteggio postumo, memoria, dialogo e visione – a nonna Anna)

I.

Assumo il limite, l’orlo
di un lembo d’aria che portavi
tra le mani annodate a far lanugini
di coraggio e baci in fil di pena: quel vedermi
crescere perfetta e mite, a te troppo
simile.

T’ho portato margherite e sogni sicuri,
il calendario non osservava contraddizioni:
così sarebbe rimasto – t’illudevi –
tutto, mentre scendevi le ripe che sconnesse
digradavano verso l’epilogo, col cappello a far
tenebra sulla fronte e gli occhi foschi
di verdemare e rimpianti.

Venisti via dai tuoi vent’anni senza invocar requie;
venisti dove nulla era pronto
a farsi per te casa e nido: immune al
bisogno di certezze, affamata, eppure
pronta ad amare in solitudine quel che
sempre ti sarebbe sfuggito, quel che
sempre
t’avrebbe umiliato.

Il sole fantasticava tinte
ed era un avvenire
arato tra i mezzogiorni
sottratti alle congestioni dell’estate;
noi sedute al fresco
sbaccellavamo incanti
trasognati di madri reclutate da
bui invisibili; la tua voce
si perdeva nel frastuono di cicale e
nostalgie. Avevo sempre i palmi freschi
e ti toccavo la fronte
per ricondurti da dove
t’eri smarrita.
Tu chiudevi gli occhi, e continuavi
a sbaccellare con soffi spenti.

 

Alba Gnazi è nata nel 1974 e risiede nella provincia di Roma, dove esercita la professione di insegnante. Nel 2015 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica: Luccicanze (Cicorivolta Edizioni).

8 comments

  1. … Una perla rara in fase di commento critico: “poesia che riunisce magistralmente il naturale e il concettuale, o, per dirla con le categorie schilleriane di estetica, l’ingenuo e il sentimentale”… Una pepita d’oro del poetare: “luce migra e tu sii migrazione”. La mia gratitudine ad Alba Gnazi e ad Anna Maria Curci.

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  2. Come sempre inconfondibile, sapiente e acuta la nota critica di Annamaria per dare senso alla voce della Poesia e qui al pulsare autentico di Alba Gnazi . Non vedo l’ora di leggere Verdemare. Per il momento ringrazio per il dono.
    Maria

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