proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

Staccare i poster dalle pareti era stato il primo gesto di un distacco progressivo. Presagiva un processo di conversione, ma non sapeva a che cosa.
Ricordava, di un libro che aveva letto molti anni prima, un capitolo dedicato ai sacerdoti che avevano perso la fede, ma non l’abito. Preti già anziani, incapaci di ricominciare una vita, anche se impreparati a finirla. Custodi di una catastrofe silenziosa, avevano continuato ad amministrare i sacramenti, a predicare ai fedeli. Mai si sarebbe scoperta la loro crisi, se non l’avessero rivelata, dopo la morte, diari angosciati. Alcuni l’avevano confessata a un parente o a un amico, che ne aveva poi parlato a distanza di anni. E lui li immaginava nella loro stanza, tra i libri di una religione morta, tra le reliquie di una fede che era diventata una finzione.
Quanti tormenti dovevano avere preceduto la decisione di non credere; quante lacrime, per rassegnarsi non solo al futuro, ma al passato, a una vita dedicata a un dio che non esiste, a un aldilà che non oltrepassa l’esistenza.
Lui rammentava, con la precisione che hanno i sogni, immagini che aveva visto leggendo il libro, colloqui al tramonto sulla terrazza di un convento oppure parole gravi nella penombra di uno studio. Queste immagini si sovrapponevano a quelle della sua vita e non sapeva quali fossero più reali. E in quei segreti che non aveva mai ascoltato ritrovava il suo, in quei destini di disperazione muta il suo destino.

Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, 1989

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