Danilo Laccetti, La luminanza

foto gianni montieri

Danilo Laccetti, La luminanza

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Nel punto in cui si trova illumina un quadrato; decisamente angusto, a metà tra il termine, piuttosto cupo, d’una rampa sotterranea e un lungo, basso, stretto passaggio di cemento che va a morire nel buio, non sa dove; resta accesa giornate intere a volte; a volte si spegne per ore. Chiunque passi è assai raro che le rivolga lo sguardo; non è malanimo, non crede affatto voglia comunicarle disinteresse o, peggio, disprezzo: svogliatezza, solo svogliatezza. Sulle scale i passi, ora frettolosi, ora annoiati, quando affrontano la lunghezza del corridoio, li avverte nervosi, direbbe quasi spauriti. Un profondo, interminabile silenzio segue.

       Ci sono giorni in cui avverte rumori di cui ignora significato e provenienza: fruscii si prolungano, s’animano soffi, ticchettii in mezzo a rabbiosi sbuffi; interrotti accelerano e di nuovo muoiono. Certi grumi di polvere sono capaci, a un tratto, di vorticare, formare mulinelli, che via via perdono forza, vanno ad adagiarsi da un lato, restando silenziosi per del tempo, salvo all’improvviso riprendere vita per una nuova, oscura forza che li muove. Crepe camminano sulla parete di fronte, brevi, capricciose; in un angolo una screpolatura ampia s’è aperta, lasciando precipitare in terra pochi frammenti di sé. In quel punto rivela una macchia; qualcosa di poco chiaro ha iniziato a gocciolare.

       Una sera eccolo, uno straccio di carta; scarto rugoso, biancastro. Rotolava lungo le scale, cosa fosse, non si sa; uno, due passi, si fermava. Le passò sotto, piroettò; un urto contro la parete e lì è rimasto. Ancora adesso.

      

       Se occorre dare luce a un ambiente non così oscuro come questo, si può far uso di una lampada dalla superficie ampia, su cui l’intensità luminosa si dispieghi uniforme; hai facoltà, per giunta, di fissarci gli occhi, il suo potere di accecamento è talvolta pari, spesso anche inferiore, a quello di una sorgente dalla superficie assai più ristretta, la cui intensità, però, si concentri in un piccolo spazio; questa, dicono, è la legge della luminanza. Il potere di accecarti accresce con la diminuzione dello spazio di cui dispone la medesima sorgente di luce.

       Che dia molta o poca luce, che la sua cosiddetta luminanza sia maggiore di tante altre lampade assai più corpulente, collocate in ambienti ariosi, elevati, pieni di cose, cose che passano e cose che se ne stanno immobili per tantissimo tempo, tutto quello che qui si trova, tra la porzione ultima delle scale e questa specie di profondo corridoio la cui fine non si intravede, tutto ciò esiste, si dice, unicamente perché lei lo fa esistere; il colore stesso del cemento, gli spigoli delle scale, le crepe, la polvere che s’accatasta, il frammento di carta al buio scompaiono, semplicemente non sono. Con orgoglio, un orgoglio che allevia la sua solitudine, lo pensa e se lo ripete. È vero: quando, com’è naturale, i filamenti elettrici, che la compongono, si consumeranno, ci sarà notte; solo per lei. Tutte le cose che sono qui continueranno ad esistere: la carta, la polvere, le crepe, le scale, il cemento.

       “Dare luce” non è “esistere” né “fare esistere”, ma apparire. La luce è il più antico e perverso, radicato e patetico, sovrano e sventurato fra gli inganni; conforta, medica, inorgoglisce scioccamente; nel nominarsi, proclama l’inconfessabile terrore di non poter essere. Le cose, loro, esistono davvero, da sole, senza bisogno d’altro. La luce appare; così vanitosa, superba, fragile, subdola. Morte che si manifesta.

© Danilo Laccetti

 

Danilo Laccetti esordisce con il “cortoromanzo ingannevole” Trittico della Mala Creanza (Leone, 2009), seguìto dal romanzo satirico Storie di Pocapena (Leone, 2010). Nel 2016 dà alle stampe, in un’edizione privata in cinquanta esemplari numerati, Unico viaggio. Sinfonia di racconti, prose e divagazioni per voce sola (ne parla qui il linguista Luigi Matt). Ha curato la pubblicazione di classici tascabili per l’editore Leone, la prima edizione annotata di Un viaggio a Roma senza vedere il Papa di Faldella (Greco&Greco, 2013) e Roma immaginaria (Arbor Sapientiae, 2014), un’antologia delle Variae di Cassiodoro con profilo storico dell’Italia ostrogota, recensito sul «Journal of Roman Studies» (2016). Suoi contributi sono apparsi sulle riviste: «Atelier», «Critica impura», «Il Segnale», «L’immaginazione», «Nazione Indiana», «Nuova Prosa», «Testo a fronte», «Zibaldoni e altre meraviglie». Un suo testo giovanile, Atalaricus Rex, è stato oggetto di una mise en espace di una settimana nell’aprile 1997 al teatro dell’Orologio di Roma per la regia di Valentino Orfeo; con quest’ultimo collabora alla messa in scena di testi di Cechov e Beckett. Nel 1999 viene invitato da Mario Martone, allora direttore del Teatro Argentina, a un seminario di regia. Di recente ha scritto due sceneggiature di brevi cortometraggi: Niente e nessuno, ispirata al racconto L’abisso di Leonid Andreev, e Il giorno di Matteo. Nel gennaio 2015, dopo quattro anni di lavoro e trecento pagine scritte, lascia incompiuto il romanzo storico La scoperta di Ortoppido, ambientato alla fine dell’età umbertina in un borgo immaginario sul lago di Bolsena; due estratti di questo romanzo sono stati pubblicati sul n. 69 di Atelier (con lo pseudonimo di Francesco Anestia) e sul n. 66 di Nuova Prosa.

 

 

 

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