PoEstate Silva #16: Gianluca Pirozzi, Nomi di Donna

PoEstate Silva #16: Gianluca Pirozzi, Nomi di Donna, Perrone, 2016

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AGATA

Trenta righe sono troppe o, piuttosto, sono poche per raccontare com’è andata a finire con Agata. Allora, non ne spreco neanche una e dico subito che stamattina lei, Agata, si alza, fa finta di mettere a posto quelle due cose che tiene in giro per la casa, così da dare un senso a quel suo dannato bisogno di ordine, e mi dice subito, senza neanche accennare ad un buongiorno, «Ezio, io vado. Tu ricordati che oggi, alle tre, devi accompagnare Carlo da tua sorella perché Guido ha promesso di portare i figlioli al cinema… All’Olimpia danno quel cartone animato, come si chiama, ah sì, I quattro cavalieri del vento – e noi… noi… beh, insomma, è inutile che ti dica che noi non possiamo permetterci nulla, neanche un cavolo di film per il bambino una volta al mese. Perciò, Carlo al cinema è meglio che ce lo porti lui, Guido… lui ch’almeno può!» ha concluso Agata con la sua solita aria di sfida. Io ho provato a dirle che proprio non ci riuscivo ad accompagnare il bambino da mia sorella, perché era già una settimana ch’avevo promesso a Gianni di passare a casa sua entro le cinque, per riparargli lo scaldabagno e che lui di più non poteva aspettare.

Allora Agata m’ha aggredito con il suo primo «Ma sei scemo?» ed è stato in quel momento, penso, che l’ho capito: la situazione era satura e non poteva più andare avanti così. Mi son detto «adesso basta, le do sette pugni, proprio lì, dritti sul muso, così la chiude quella bocca e la smette una volta per tutte di dirmi in continuazione che sono scemo e, magari, aggiunge pure: «Sono otto anni che non trovi lavoro!». Non è passato neanche un secondo, infatti, e lei mi fa: «Ezio, ma ti rendi conto che a maggio faranno nove anni, dico, nove anni, che non hai più un lavoro!». «Agata» ho provato a spiegare cercando di restare calmo «ok: sono nove… nove anni. Però, tu sai benissimo che io non ho mai smesso di cercare, di darmi da fare, di arrabattarmi così da trovare almeno dieci – dieci fottutissimi euro – da darti ogni sera quando rientri! È per questo che vado da Gianni… magari me ne sgancia il doppio per quel lavoro».

Come se non avessi parlato, Agata ha cominciato a gridare… a gridare sempre più forte. «Ma quando mi decido? Ma quando mi decido davvero a mandarti a quel paese e ad andarmene da questo inferno! Tutti uguali gli uomini! Ed io che per sfuggire a mio padre son venuta via con te, sono una povera scema. Me lo diceva anche mia sorella di non fidarmi di te: uno che si chiama Ezio, m’ha avvertito Aristea, non può prometterti nulla di buono!». «Buona quella! Lo sanno tutti che mestiere fa tua sorella e si permette pure di sentenziare sugli uomini altrui!». «Lascia stare Aristea! Lei sì che ci aveva visto lungo… come ho potuto pensare che fossi diverso? Ma adesso basta: tanto un posto ce l’ho: me ne vado da questo incubo. Ho deciso stavolta. Filo via da qui a mi trasferisco sul serio a Faenza. Lì – lo sai anche tu – non avrei alcun problema di soldi, perché lì Rosa, mia zia, m’ha detto di nuovo che non c’è problema anche se mi porto via il bambino e vado a stare da lei, ha già pronta una camera per me e Carlo. Ma quando mi decido? Cazzo! Quando?» ha sospirato appena un attimo e poi ha riattaccato: «Adesso è arrivato il momento: mollo tutto – cioè, mollo te che sei un buono a nulla e me ne vado da mia zia. Sarà vecchia, avrà le sue fissazioni ma è una persona onesta e, sicuramente, se le do una mano in casa, lei mi aiuterà!».

«Sai Ezio? Le ho telefonato proprio ieri e le ho detto di preparami la stanza perché io, Carlo e quelle due poche cose che mi occorrono andiamo a stare da lei. È così che si cambia vita Ezio caro, mica restandosene lì come un cadavere il giorno intero steso in quel cavolo di letto a guardare il soffitto e a fumare… Perché tanto è inutile restare qui, continuare questa vita di merda, solo tu puoi invece pensare che per noi tre siano sufficienti dieci euro al giorno! Ezio, te ne stai sempre qui dentro a ciondolare, dalla mattina alla sera. Mentre io… io, ogni santa mattina, pure la domenica, devo alzarmi e andare a pulire undici piani, uno di fila all’altro, e schizzare prima che si facciano le dodici, senza neanche il tempo di un caffè o una cavolo di sigaretta, correre ad acchiappare un 13 per attraversare tutta ’sta città – da un capolinea all’altro – e per fare cosa? Per andare a pulire il culo a una povera vecchia che mi dà quattordici euro per tre ore al giorno!». «Per la verità, te ne dà quindici di euro!» l’ho corretta come se questo potesse cambiare la mia condizione. Agata allora è tornata di là e non le ho sentito più dire nulla.

Dopo poco, però, s’è messa a fare su e giù lungo il corridoio, dal bagno all’ingresso e di nuovo alla porta, alla fine è tornata indietro verso di me, è entrata nella stanza e, col cappotto strizzato in mano per la rabbia, m’ha detto: «Me ne paga sedici di euro per la precisione! Ma questo che cavolo vuol dire? Se non era per mia sorella che ci lasciava ’sto monolocale, eravamo tutti e tre sotto un ponte da un pezzo! … Ezio, ma tu… tu, dico, ti rendi conto che non ci arriviamo più alla fine del mese! Siamo al diciassette e i soldi sono già finiti ed io non posso più chiedere i soldi ad Aristea! Sai cosa mi ha domandato mia sorella l’ultima volta? Lo sai?». «No che non lo so!». «Ecco, faresti meglio a non saperlo, perché Aristea m’ha detto: ma uno più coglione di Ezio non sapevi trovartelo?». «Siamo al diciotto del mese, non al diciassette!» l’ho corretta io ed ho continuato: «Agata, lascia perdere quello che ti dicono gli altri… dai, non fare così… qualcosa prima o poi accadrà!» e dopo ho anche tentato di addolcirla con delle frasi così, senza troppo senso. Ma Agata nulla, anzi, più provavo e  più mi sbatteva in faccia il suo rancore: «Sono stata una scema! Una povera idiota a credere di potercela fare con uno come te… a farmi mettere incinta a diciannove anni… Guarda! Guarda le mie mani Ezio! Guardale!» ha sbraitato come una pazza venendomi di nuovo vicino con le braccia tese. «Ti sembrano mani di una che ha poco più di vent’anni?» ha domandato con le pupille che sembravano schizzarle fuori dalle orbite. fuori dalle orbite. Io allora sono rimasto in silenzio, mi sono messo seduto sul letto a fissare la sveglia di fronte che è ferma da più di unasettimana sulle ventuno e ventidue.

Dopo un po’, poiché Agata s’era azzittita, mi sono alzato e sono andato in cucina per vedere che stesse facendo. Ero sicuro che stesse di là perché non avevo sentito sbatter la porta di casa. L’ho trovata in piedi, lei, ferma lì davanti al frigorifero: Agata sembrava ipnotizzata e ci stava guardando dentro. È stato allora che ho deciso: mi sono avvicinato, ho aperto il cassetto del tavolo. Agata allora si è voltata un istante verso di me, ha lasciato la porta del frigo spalancata e m’ha guardato con la bocca appena dischiusa per capire che cosa stessi facendo. «Ma che fai? Ezio. Ezio!» ha ripetuto «Ma sei scemo?» m’ha ridetto mentre io avevo già preso il coltello più grosso dal cassetto. Io sono stato più rapido di lei. Una, due, tre, quattro, cinque… fino a trenta sono arrivato. A trenta coltellate, signor commissario, mi sono fermato. Mi sono messo addosso la tuta da lavoro, sono uscito, ho preso la metro e sono venuto fin qui.

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©Gianluca Pirozzi

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