Al ragionier Ugo, nel giugno 1995

Al ragionier Ugo, nel giugno 1995

di Chiara Tripaldi

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I figli unici sono destinati a vivere in un mondo di adulti. L’ho sempre saputo, da quando a otto anni i miei genitori mi portavano alle cene a casa dei loro amici, con figli troppo grandi rispetto a me o addirittura in casa di coppie che non ne avevano.

Mi mettevo al tavolo degli adulti, quello alla cui altezza arrivavo perfettamente, “ come sei alta, Chiara”, mi dicevano.

Una sera, mi ricordo perfettamente, eravamo a cena da Adriana e Michele, che abitavano in paese, avevano una grande casa con i pavimenti in cotto, che a me piacevano un sacco, mi ci poggiavo culo a terra a sentire il fresco, nella taverna dove invitavano gli amici. I figli di Adriana e Michele erano due ragazzini di qualche anno più grandi di me, che non mi badavano molto. A me non importava granché: mi piaceva molto ascoltare i discorsi degli adulti, imprimermi nella mente tutte quelle parole di cui non conoscevo il significato. Quella sera avevo imparato “un pesce fuor d’acqua” e la tv, cosa insolita, era accesa.

“C’è Fantozzi, il primo, quello più bello” aveva detto papà, che nel cinema come in tante altre cose, mi aveva dato un’educazione precoce. A otto anni mi permetteva spesso di sedermi sul pavimento dello studio, dove c’era la nostra televisione, fra la poltrona sua e quella di mamma. In quell’anfratto, a gambe incrociate sopra il tappeto turco, ho visto passare i grandi classici del cinema italiano e non. Fantozzi, però, l’ho visto per la prima volta in quella casa estranea, una sera di giugno. La tv andava sopra il chiacchiericcio dei grandi, una cosa straordinaria, dicevo, perché alle cene si mangiava e si parlava senza rumori di fondo, si rimbalzava sulle storie d’ospedale (papà e Michele erano colleghi) e sulle ultime notizie politiche, con il solo rumore delle stoviglie e lo scatto della fiamma che accendeva molte sigarette.

Così conobbi il ragionier Ugo: un uomo il cui aspetto dimesso cozzava contro un linguaggio straordinariamente complicato che mi affascinava ma si accordava magnificamente a una serie di disavventure capaci di strapparmi il sorriso anche se non ne coglievo l’intrinseca drammaticità, la critica alla società capitalista, all’intellettualismo, alla mancata solidarietà di classe, ai parvenu.

I discorsi si interruppero esattamente nel momento della festa di Capodanno: il Ragioniere e famiglia si aggiravano in quello che mi pareva uno scantinato umido mentre un cameriere continuava rovesciargli addosso ogni portata, fino a che, nel momento che ancora mi piace ricordare ogni 31 dicembre, il direttore d’orchestra furtivamente spostava le lancette dell’orologio anticipando l’arrivo della mezzanotte. Ricordo le risate degli adulti, il commentare la sfortuna del povero Fantozzi e degli impiegati tutti, così diversi dai liberi professionisti che i miei genitori e i loro amici erano, a posteriori, il loro era un riso ingeneroso di compassione per la meschinità di una vita subìta e mai agìta. Fin da quella visione di bambina, e dalle altre, rigorosamente a fianco di papà, che ne seguirono, ho imparato il senso del tragicomico, che coincide curiosamente con un tratto del mio carattere. Ogni volta che devo prepararmi a un “evento” mi risuonano in testa le “tragiche iniziative” del rag. Filini ufficio sinistri, alleggerendo il senso di inadeguatezza riguardo la scena dell’apertura della caccia, la descrizione dell’abbigliamento raffazzonato dei due ragionieri, quello spaesamento da “inetti” contemporanei.

Fantozzi è, nella mia biografia, una consolazione quando mi sento un po’ spaesata, ma anche il creatore di immagini archetipiche meravigliose, dalla festa di Capodanno che accompagna ogni ultimo dell’anno in cui finisco nel posto sbagliato, dalle corse al centesimo di secondo per andare a lavoro la mattina alle volte in cui ho sognato un cartellino da timbrare e una corsa olimpica di uscita dall’ufficio alle cinque del pomeriggio.

Per quanto riguarda l’impatto sull’italianità, credo non ci sia stata morte recente più sentita di quella di Paolo Villaggio, del quale Fantozzi è solo la più tragica e beffarda delle maschere.

Dall’elogio del ricordo d’infanzia alle polemiche sugli anni più recenti di Villaggio, stampa e social media hanno vissuto una giornata di fuoco.

La polemica riguardo il tweet di Wu Ming e il reale significato della Corazzata “Kotiomkin” ne Il secondo tragico Fantozzi sono una diretta conseguenza dell’italianità che con ferocia e cinismo Villaggio e Salce dileggiano: l’anatema scagliato contro il presunto danno culturale commesso da Villaggio/Fantozzi contro il capolavoro di Ėjzenštejn, la puntualizzazione riguardo la sua durata (solo 70 minuti), la presa di distanza da quanti non hanno colto nella figura del cinefilo Guidobaldo Maria Riccardelli una satira del finto intellettualismo delle classi dirigenti – per quanto correte – non sono altro che una trappola per topi intellettuale.

Perché non limitarsi a dare a Cesare quel che è stato di Cesare e non trasformare Villaggio in un divulgatore della buona novella contro il sistema?

La critica a tutti i Riccardelli d’Italia è sottile ma prorompente, attuale, estremamente raffinata e come ogni satira, è destinata a raggiungere solo una parte di pubblico, rimarcando forse la differenza di lettura che il cinema offre. È forse un po’ eccessivo prendere spunto da qualche tweet che inneggiava alla “cagata pazzesca” della Corazzata per trarne un giudizio morale sull’effetto Fantozzi.

Lasciamo al ragioniere il compito di consolarci quando ci sentiamo vittime della sfiga, quando ci sale l’ansia perché ci presentiamo in palestra con una maglia scolorita, quando programmiamo meticolosamente con un amico una corsa mattutina di un’ora e ci fermiamo con il fiatone dopo quindici minuti, quando alla cena aziendale ci danno il cibo surgelato, quando ci perdiamo nelle maglie della burocrazia, dei titoli altisonanti, dei capo uffici pretenziosi.

Io, di questo, da quella cena, lo ringrazierò sempre.

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© Chiara Tripaldi

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