Sonia Caporossi, Da che verso stai?

Sonia Caporossi, Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi. Postfazione di Enzo Campi, Marco Saya Edizioni 2017

Di che cosa si occupa la critica? Quale è la sua funzione, quali sono gli ambiti di ‘esercizio’? I saggi di Sonia Caporossi qui raccolti entrano subito in medias res e sgombrano il campo – prendendoli di petto con le armi, da altri buttate al macero o lasciate ad arrugginire, del «principio di ragione» – da qualsiasi tentazione a indugiare sia in lamentazioni di prefiche (al grido di “La critica letteraria è morta!”), sia da procedimenti che poco o nulla hanno a che fare con la critica. L’intento comune a tutti i contributi è chiarito fin dall’introduzione: l’approccio al testo letterario, il metodo ermeneutico che possa dirsi veramente tale, la critica vera e propria, ancorché – come vedremo più avanti – programmaticamente impura, si avvalgono di strumenti che vanno costantemente posti al vaglio del procedere delle opere e dei giorni, vale a dire dei testi e dei contesti: «abbisognano ugualmente di un approfondimento e di un aggiornamento continuo, di una verifica fortiniana dei poteri, dei saperi e dei doveri ad essi sottesi.»
Alla disamina e alla messa al vaglio degli strumenti si accompagna l’analisi, oltremodo interessante, di fenomeni e fenotipi, che fornisce a chi legge una ulteriore bussola per orientarsi in selve, fumi, radure e chiarità dei campi dell’indagine annunciata e affrontata con polso fermo, conoscenza ampia e brio felice nel coniare immagini e comparazioni. Se ci imbattiamo in formule effervescenti come dissipatio Auctoris, sindrome di Rimbaud, insieme di Cantor, principio di Heisenberg, avremo tuttavia l’accortezza di non considerarle meramente come accattivanti ganci dell’attenzione. Il loro pregio sta nella loro natura (viene da pensare a una riuscita fusione tra genesi e finalità dell’enunciato), giacché si tratta di pregnanti sintesi di un discorso ben articolato e ben argomentato. Insomma, signore e signori, dietro il titolo sul cartellone non si corre il pericolo di imbattersi in un fondale vuoto, ma, per ogni contributo, c’è una pièce densa di pensiero e azione, con tanto di plot e sub-plot, galleria di personaggi, smascheramenti (di miti in voga, di dicerie e, soprattutto, di false polemiche), agnizioni, riconoscimenti, ripartenze e una robusta colonna sonora. D’altro canto, ciascuna di queste pièce aspira a pieno diritto a essere considerata come parte di un opus metachronicum (i livelli meta-, metalinguistico, metastorico, meta culturale sono parte fondamentale del pensiero critico di Caporossi), per prendere in prestito il nome di una ricca e originale opera narrativa dell’autrice, in continuo progresso e con personaggi-punti di vista in vicendevole richiamo.
“La dissipatio Auctoris” si occupa, così, del fenomeno dell’obsolescenza non solo della dimensione letteraria, ma del poeta stesso. Sonia Caporossi esamina, facendo nomi, cognomi ed esilaranti eccezioni, il frequente manifestarsi dell’esaurimento precoce di novità poetiche pur degne di nota «in una sorta di assorbimento e autocannibalismo del poeticum stesso» e lo collega a un atteggiamento di fondo di «consumo coatto» nei confronti dell’opera d’arte, sul quale tornerà a riflettere, anche in contributi successivi, in particolare in La poesia-comunicazione, l’utopia e la deviazione dell’immaginario.
La vocazione pedagogica è centrale, e Caporossi non ne fa segreto. Anche qui, occorre fare attenzione a senso e significato, a filologia e comunicazione, perché l’educazione linguistica (bene fa Enzo Campi nella Postfazione ad affermare: «E allora, forse, tutta la questione si basa sulla mancanza di educazione linguistica alla complessità della scrittura, in quanto mezzo comunicativo e non semplicemente informativo») e letteraria non può, non deve fermarsi a una semplice trasmissione della cultura, ma osare, sì, osare, «educazione estetica alla poesia». Il richiamo al sapere aude di Kant del testo Che cos’è l’Illuminismo del 1784 attraversa, di fatto, l’intera raccolta, oltre a essere esplicitato in un contributo di indirizzo dalla bella e chiara consistenza: Alla ricerca del neomassimalismo italiano e della prosa in poesia: verso una nuova prosa d’arte, nel quale Caporossi presenta, con sagace ironia, la propria «sacra Trimurti» del massimalismo italiano, rappresentata da Gadda, Morselli e Manganelli, ai quali associa una «quarta emanazione», Paolo Volponi, senza dimenticare Tommaso Landolfi.
Alla luce di questa vocazione pedagogica va letto il programma di «critica impura», impura anche perché «commista con il reale», impura perché affonda le mani nel magma fluido e in trasformazione, critica impura che rigetta l’idea di un canone cristallizzato, quale che esso sia, ovvero, con termini abusati e fraintesi, “classico” o “sperimentale”, una critica impura che Caporossi così definisce: «Al lettore in quanto tale, della critica canonizzante importa sostanzialmente solo fintanto che la critica lo blandisca, ovvero fintanto che, tramite la costruzione di un canone, la critica non si riduca a ufficio stampa editoriale, dismettendo la vocazione non solo accademica, non solo militante, ma anche quella che io e Antonella Pierangeli, da qualche anno a questa parte, ci siamo piccate di definire “impura”. E la critica impura aborre il canone come fattore cristallizzante, concependo l’atto critico come un perpetuo fieri in un moto magmatico di indefessa e mai coercizzante fluidità. Il dilemma infatti è il seguente: può darsi in natura un canone composto da gente ancora in vita, col principio di Heisenberg lì appostato ad inficiare, ogni minuto che passa il Signore, qualsivoglia osservazione critica, oppure un canone di tal fatta può darsi solo come operazione artificiale?»
La critica impura sa, per esempio, che una classificazione per generi letterari può attribuire, oggi, una falsa luce all’oggetto da prendere in esame. Per questo motivo, Sonia Caporossi suggerisce una visuale per archetipi. Chi scrive (e ha curato venti anni fa un’antologia sul Doppelgängermotiv nella letteratura di lingua tedesca dell’Ottocento e del Novecento), sa quanto questa prospettiva sia fondata e, anche pedagogicamente, efficace.
Strumenti, funzioni, ambiti di ‘esercizio’, ricerca, studio, “sapere aude”, osare sapere, saggiare, gustare, per essere in grado di discernere, di distinguere, ad esempio, la poesia dall’ansia di visibilità, storicamente e metastoricamente. Vi sembra poco?

© Anna Maria Curci

 

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