Il prato bianco, di Francesco Scarabicchi

Francesco Scarabicchi, Il prato bianco, Einaudi, € 12,00


La trasparenza dell’ombra

di Angelo Vannini

Si potrebbe pensare – per quanto io sia restio a un pensiero che voglia avanzare definizioni, e in ogni caso a puro titolo di ipotesi – si potrebbe pensare che il senso della vera poesia sia quello di metterci di fronte all’assoluta impossibilità di esperire il mondo attraverso la lingua, e di riuscire a farlo tuttavia – di riuscire cioè a far sì che le cose, che in vario modo sono, si aprano comunque a noi, malgrado tutto. La poesia – la vera poesia – sorgerebbe secondo questa ipotesi in una zona liminale, in quel territorio di confine tra la voce e il mondo, tra il tacere e il dire. Ci inviterebbe – permettendoci di essere con lei, come lei, ora di qua ora di là.
Oggi prendo in mano la penna per rispondere a un invito muto, da parte di un libro che mille volte mi ha parlato. Un libro con cui l’autore ha portato, venti anni fa, la lingua poetica italiana fino al suo limite interno, vale a dire alle soglie della dicibilità. L’occasione è quella, mai banale, di una ristampa: Einaudi ha deciso di offrire ai lettori della sua «Collezione di poesia» la possibilità di un nuovo incontro – o forse, dovrei dire, di un incontro nuovo. Il prato bianco di Francesco Scarabicchi è, in tutto e per tutto, un libro nuovo. Non nel senso che è stato rimaneggiato e aggiornato, perché l’autore non lo ha cambiato di una virgola. È nuovo perché non è stato ancora letto, perché ha ancora tutto da dire. E perché quello che ha da dire, oggi, nel 2017, è più necessario che mai.
Che cosa ha da dire, dunque, Il prato bianco? Non sarò certo io a dirlo, ma tu – tu che vorrai rispondere, e che ora insegui, passo a passo, il segreto. Solo un vuoto, segnali non ci sono, né suoni a definire una guida, a tracciare il passo. Mentre incedi verso ciò che non potrai mai accogliere, e che ti accoglie, ogni giorno cedi quel tanto che ti apparteneva, come se fosse altro. Il cammino indicato è semplice, così semplice da diventare straordinariamente difficile. Offre barlumi, e poi il buio. Non lasciandosi mai scalfire, non facendosi toccare, questa raccolta di poesie richiede una lunga, ostinata approssimazione, la delicatezza di un movimento amoroso. Esige solerzia dal lettore, domanda tempo. Quanto? Quando? E qual è il suo tempo?
È un libro che va letto la mattina presto. Personalmente partirei da una pagina qualunque, quando il sole non si è ancora levato. Nella penombra le parole guadagnano il loro spazio, l’una si slega dall’altra per finire, da sola, in un abisso, e quella frazione, il meno di un secondo che separa ogni parola dalla sua vicina, prende tempo, si dilata fino ad accogliere tutto, fino a portare il tutto a compimento, farlo andare per intero fino a dove più non è – una pausa, il silenzio che rimane, che regge tutto il libro come suo componimento. Oppure, si potrebbe anche fare un’ispezione singolare, partire dalla fine, vedere se a senso inverso tutto si dispiega e tiene, il tempo riguadagna il tempo che riviene – e se così facendo parla, anche, quello che non è stato detto, e se il detto misura nuovamente il perso.
Il detto e il perso. «Ogni volt / il silenzio/ attende i resti». Nato dal silenzio, è però il pensiero della storia che lo occupa, lo riguarda, come se l’uno e l’altra avessero occhi per ciò che non è stato, come se memoria non avesse ancora voce, fosforescenza, luce. Non c’è presenza che non sia decidua, senza l’arrivo della luce, senza il corpo fatto voce di quello che non sarà mai detto, che non appartiene a questa terra, perché una terra non ha tetto. In esso, tutto ciò che significa viene su dal niente: quello che lì è scritto si toglie, lascia spazio al non detto, a ciò che dietro e dentro è stato indetto, perché questo affiori in una forma pura o nel silenzio – è la possibilità dell’impossibile che a un tratto, inavvertitamente, si compie e tutto il dolore piano, calmo, della Storia arriva per bisbigli, si fa intendere dai figli come qualcosa che c’è ma che non può essere afferrato, qualcosa che è stato solo bisbigliato.
Le poesie del Prato bianco sanno dire ciò che non può essere detto. E se un libro dice quello che non dice è perché dietro – dentro – dietro – dentro – è stato, oltre la sorpresa del senso. Giova difatti a questa raccolta una temporalità verticale, l’istante dove tutto si rinnova, dove il futuro per un attimo precede, e accade. Perché il prato è bianco quando già la ha accolta, quando ha già fatto l’esperienza della neve non ancora giunta.
Le parole sono, in questo testo, «ombre dei morti». Esse giacciono in un freddo abissale, senza storia. Bisogna prendersene cura, necessitano qualcuno che le tragga in salvo. Curare le parole, portarle in salvo, significa accettare ciò che esse comportano, chi trasportano; imparare insomma ad accogliere chi si fa, per loro, presente. È per questo che nella grande letteratura le parole sempre sono ombre, ora trasparenti ora opache – con in più il dono di potersi concretizzare, di poter arrivare a nominare non appena una luce appare, nel mistero della voce, su ciò che non è caduto ancora, su ciò che è tenuto da quella luce stessa se si posa, quella luce che sottrae dal freddo, che del mondo è cura, nome e sedimento. La parola e il mondo: ecco cosa interroga la poesia del Prato bianco. «Seduto a lume spento,/ ho visitato/ il mondo senza me,/ quel nulla intero/ nel mistero del nome/ che si stanca/ fino alla fine/ che non ha sentiero».
Dopo la dedica c’è un canto che si apre senza canto, come pura constatazione, coscienza dolorosa e lucida della lacerazione, di quella separatezza che vota all’irrimediabile perdita del mondo. Ma che cos’è il mondo? Il mondo, in quell’apparire lontano che soltanto appare, che «è dato di vedere/ e non toccare», è il principio stesso di una desolazione, nome senza alcun senso, la perdita infinita del suolo che sento, nell’irrimediabile sradicamento di ogni radicarsi stesso, la mia immediata assenza dal mondo in cui entro. Il mondo, è sempre un «mondo di là», un mondo oltre se visto da qui dove siamo, dall’oltremondo che da sempre viviamo. E questo oltremondo cui siamo relegati, dove ci troviamo gli uni con gli altri e desolati, senza suolo e soli, è un mondo fermo, un mondo al di qua del mondo, che soltanto in trasparenza vediamo. Nel nostro rapporto con esso è come se ci fosse un mancamento temporale all’interno del tempo stesso, il quale forma l’urgenza di una distanza, destinata a non potersi realizzare – quella distanza che sola sarebbe in grado di separare il dolore e cancellarlo. Ma il dolore, c’è da credere, non può essere separato, ed è questa impossibilità stessa ad istituire il tempo come suo mancamento, in un continuo differirsi in sé da sé. «Il tempo chiede/ il tempo che gli manca/ nel perdono dei giorni,/ la distanza// che separa il dolore/ e lo cancella/ come gesso/ sul nero di lavagna». Separare il dolore sarebbe allora come colmare il vuoto, riempire ciò che non può essere riempito. «La vacanza», per l’uomo, «nel lontano da sé» è questa stessa persistenza del vuoto, la perenne inattualità di quella distanza volta a separare un dolore che resta lì e permane: è una vacazione, come il divenire ombra dell’ombra, quel suo irradiarsi in un interminabile proiettarsi accanto, un affiancamento che sottrae ogni possibile congiunzione, ogni desiderata tangenza. «La strada bianca// su cui l’ombra di un’ombra/ un’ombra affianca/ al nulla muto/ che non ha speranza,// quel povero deserto/ d’ore insonni/ in cui tutto, per sempre,/ è eterno e niente». Questo «eterno e niente», di cui non possiamo rendere conto, giunge alla parola come vuoto da cui trae origine la sua unica possibilità di dirsi, la muta possibilità del vuoto come parola e della parola come vuoto – giunge cioè alla parola come suo immancabile mancamento. È, della parola, il cadere accanto.
Che cos’è il mondo senza me? Chi lo visita? Come posso io non essere più io – come posso io andarmene da io? Precisamente: la poesia è, quando me ne vado da me. Quando, da me, me ne vado da me – una iniziazione, questo mistero. In effetti, una dimensione importante della poesia di Scarabicchi, che meriterebbe di essere trattata più ampiamente, è la sua grande ospitalità. Nella sezione Le serre silenziose troviamo una poesia in cui siede discreto, per tre versi, Giacomo Leopardi: «Solo per una volta/ a te confesso:/ come una facella/ messa all’aria inquieta/ che ondeggia/ è la mia vita». Qualcuno – l’io – qui si confida. Confida se stesso con parole che sono e non sono più sue. Ma che cosa significa, qui e altrove, confessare? E quando confesso, che cosa affido e a chi?
Solo per una volta: lo confesso soltanto per una volta, che sono solo quando confesso. Che sono solo quando confesso, anche se lo confesso a te. E che proprio a te confesso, che sono solo, per una volta, solo per una volta a te confesso che non sono più solo. È una confessione unica, soltanto per una volta, che può accadere in quella volta che è l’unica, quella volta in cui si è soli per una volta, per la sola volta in cui si è soli, la sola volta in cui la volta è sola – quando la solitudine si raddoppia, si fa eterna, diventa la sola solitudine possibile alla vita, a una confessione della vita. Perché la confessione serve la solitudine così come la solitudine serve alla confessione: ed è una doppia solitudine, una solitudine così sola da diventare doppia, da arrivare fino alla negazione di se stessa, fino a quella solitudine che non è più sola, che non è più solitudine e che piuttosto porta il nome di accoglienza, o di condivisione. Il paradosso della confessione è che ad essa serve, nella doppia solitudine, l’ascolto; io confesso solo a te, da solo, solo per una volta, solo una volta per tutte le altre volte in cui son solo, a te che ascolti me, che mi presti orecchio, perché io il mio, nella mia assoluta solitudine, l’ho perso.
Soltanto chi mi sovviene si allontana, «come fanno le nuvole,/ tacendo». E questo suo allontanarsi è tuo, frutto di una cortesia che dell’ospite ha il pudore, quel ritegno che di te fa un villeggiante della mia memoria, come di me l’abitante leggero della tua orma. La voce è là, dove qualsiasi ospite, cortese, potrà abitare, dove io e te, sconosciuti, soggiorneremo insieme. La voce darà giorno al nostro soggiornare, lo farà vero e vivo, là dove non ci perderemo insieme. La voce è, se permette a me di dirti “benvenuta, benvenuto, qui”. La parola dà voce a questa voce. Di questa parola, la poesia di Francesco Scarabicchi coglie destinazione e sorgenza; ogni voce, nel Prato bianco, è un passo – un passo fuori dal freddo del mondo, un passo rivolto verso il giorno dove io e te ci daremo albergo assieme. E lo fa accogliendo nella voce ciò che è irripetibile, prestandogli il soccorso necessario; essa nomina, ogni volta, di esso, ciò che non è altrimenti nominabile. La parola di Francesco Scarabicchi è solo una, la più esigente: la sola che sa dire l’indicibile.
Il prato bianco, come ogni vero libro, è anche una formidabile lezione di estetica. Esso insegna che c’è soltanto un modo per salvare dal niente, ed è quello di dire piano. È in questa discrezione che si cela la possibilità di custodire l’altro, la misura necessaria a far spazio al suo riserbo, alla grazia della sua venuta. L’altro che ha un passo senza peso, che lascia un’orma leggera anche quando cade.

Porto in salvo dal freddo le parole,
curo l’ombra dell’erba, la coltivo
alla luce notturna delle aiuole,
custodisco la casa dove vivo,
dico piano il tuo nome, lo conservo
per l’inverno che viene, come un lume.

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