Accogliere il mistero nella storia: la poesia di Luca Benassi

Accogliere il mistero nella storia: la poesia di Luca Benassi

L’onore della polvere, puntoacapo Editrice 2009; Di me diranno, CFR 2011

Accogliere il mistero: disposizione, questa, dinanzi alla quale gran parte degli umani si mostra riluttante, al punto da negarlo completamente a sé e agli altri, facendo di sé e dei propri simili dei “separati”, in eterno autoesclusi (Rilke additava, al proposito, la tenacia e la persistenza del mistero, quando scriveva, in quella da Worpswede, datata 16 luglio 1903, tra le Lettere a un giovane poeta: «E quelli che vivono il mistero in modo sbagliato e male (e sono moltissimi) lo perdono solo per sé e tuttavia lo trasmettono come una lettera ben sigillata, senza saperlo.»; la traduzione è mia). La poesia di Luca Benassi parte invece dalla scelta – libertà e responsabilità – di accogliere il mistero e già questo principio, nel principio, bereshit, la rende poesia autentica. Accogliere il mistero non equivale a lasciarlo, supinamente, su una rocca inaccessibile e, di conseguenza, ininfluente sulle minuzie quotidiane che ingombrano, soffocandolo, ogni respiro, che precludono non solo ogni aspirazione alla trascendenza, ma già soltanto l’esercizio dell’intelletto, del guardare dentro, del guardare a fondo. Accogliere il mistero significa per Luca Benassi avvicinarvisi, costeggiarlo, corteggiarlo, non indietreggiare dinanzi allo sforzo costante di comprenderlo, procedendo con un metodo simile a quello talmudico che Ottavio Di Grazia, nell’introduzione a Le Dieci Parole di Marc Alain Ouaknin, definisce “vertiginosamente interpretativo”.
Non stupisca, fin dall’attacco di queste mie considerazioni, che siano due elementi ad accompagnare la citazione di Rilke, vale a dire il riferimento esplicito all’Antico Testamento, così come quello, meno palese, a Paul Celan e, in particolare, a La rosa di nessuno; non stupisca, dunque, la volontà di intendere l’interpretazione della parola come atto di creazione. A partire dal titolo, infatti, la “polvere” appare come richiamo biblico a Genesi, 2, 7: «Allora Jahve Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita». Si tratta proprio di quel richiamo che Celan rovesciò in Salmo (da La rosa di nessuno, appunto: « Nessuno torna a plasmarci da terra e fango,/ nessuno dà voce alla nostra polvere.»; la traduzione è mia) e che ne L’onore della polvere prende consistenza e si manifesta nella prima sezione, Il nome e il battito. I cinque testi che la compongono portano il titolo Ecografia del… con l’indicazione della data e dicono della meraviglia della vita che si forma, dicono della sacralità del grembo materno, dicono, per usare le parole di Ouaknin, della «matrialità» dell’Eterno:

Ti vorrei capovolta nel tempo
come fossi tu a dover crescere
osservando la vita
da una membrana sottile di carne.
E invece con pazienza
distilli il senso della creazione
ti fai grande volta celeste, mare
e vento che già sussurra il nome
della nostra discendenza.

La meraviglia del mistero che si manifesta, a chi vuole scorgerlo, nell’essere umano che si sta formando, induce a due moti, entrambi vivissimi, entrambi sentiti con partecipazione totale: da un lato la commozione e il coinvolgimento personale («nostro figlio», espressione ricorrente in questa sezione), dall’altro l’impegno a trovare il nome per il nascituro e, ad esso strettamente legato, a rinominare tutto ciò che popola il creato. La meraviglia e l’impegno, lo stupore e lo sforzo, l’attesa gioiosa e la trepidazione sono abbinamenti e contrasti attraversati da una continua tensione, eppure tanto legati dal rovesciarsi l’uno nell’altro: «E l’uscita è come la tensione/ a entrare il buio, il chiostro stretto/ l’umido dell’indecenza che si fa/ amore, gioia e vita.».
La tensione si palesa con maggiore evidenza nella sezione successiva della raccolta, dal titolo fortemente evocativo di storia anche recente, La trattativa. Tutte le sezioni, le prime due citate e le altre tre parti, Il bacio, Marsia,  e Poeti,  mostrano le caratteristiche del dire di Luca Benassi, così efficace nell’unire le vette del mistero e la fisicità del creato, il simbolo e lo sparpagliamento, in immagini sempre dense, sia quando hanno la levità del sublime, sia quando sono quasi insopportabilmente cruente. L’azzurro della luce perfetta si incontra così, a breve distanza, con il rosso del sangue della tonnara, della «mattanza» (termine anche questo ricorrente). Fisicità e trascendenza, disincanto ed estasi non si escludono l’uno con l’altra. La simbologia dei colori è rinvigorita, si carica di ulteriori significati. Nel testo Il Mistero del Natale Edith Stein aveva già collegato intimamente la stella di Betlemme con la croce del Golgota, insistendo sul significato dei colori: « Ognuno di noi ha già sperimentato la felicità del Natale. Ma il cielo e la terra non sono ancora divenuti una cosa sola. La stella di Betlemme è una stella che continua a brillare ancora oggi in una notte oscura. Già all’indomani del Natale la Chiesa depone i paramenti bianchi della festa e indossa il colore del sangue e, nel quarto giorno, il viola del lutto». Luca Benassi ritornerà su questo intimo legame in Di me diranno. In questa raccolta, tuttavia, a conferire forza alle immagini si aggiungono allegorie della condizione umana, attentissime e travolgenti a un tempo, incastonate nei luoghi e nelle ripetizioni della quotidianità:

Bisogna aspettarli al varco i salmoni
al collo di bottiglia della foce
spauriti, mentre accalcano l’acqua
bisogna tendere la rete dove
la superficie si increspa di pinne
le branchie annaspano quel desiderio
che riproduce il transito di nuove
generazioni. Allora è il momento
di calare la rete, di tendere
alla gola il laccio, l’arpione aguzzo.
All’uscita della metro noi siamo
salmoni ignari verso la mattanza.

Di condizione umana, di esistenze nelle quali il vincolo originario d’amore si fa vincolo coatto parlano queste poesie, pur accostandosi sempre, con la tenacia di un foglio bianco e di una penna, al mistero insondabile. Comunanza e universalità di sorte accolgono, ancora, la dimensione individuale, che, rivolgendosi a un tu prossimo e distante, a un padre che ha voltato le spalle alla «promessa numerosa come le stelle del cielo» fatta ad Abramo, affronta a viso aperto «il tema scaltro dell’abbandono»:

Hai deciso di andare via
nasconderti dietro una colpa
che fa scudo e casa insieme.
Se sapessi che non c’è accusa
che nessuna pietra è lanciata
se non quella del silenzio
che tracima oltre l’orlo dell’imbarazzo.
Ma io so cosa ti piega gli occhi
la condanna che conosci bene
sottesa al tema scaltro dell’abbandono.
Ciò al quale non puoi sottrarti
è il volano delle generazioni
la carne che si fa carne, il seme del sangue
la promessa numerosa come le stelle del cielo.
È una discendenza che volta indietro la testa
al tuo arrivo estraneo, mentre posi la valigia
una volta al mese
e non ti riconosce.

Il poeta è umano, creatura scaraventata nell’immanenza (e qui la scrittura di Luca Benassi reca traccia della Geworfenheit heideggeriana, dell’esserci come essere gettato nel mondo) e creatura anelante al trascendente; è creatura che vive il suo tempo, creatura che, nella storia, non smette, nonostante tutto, di tentare di liberare l’Essenza dalla parola; creatura alla quale «si concede l’onore della polvere»:

Seguendo i tetti e le strade brulicanti
i vestiboli con i kebab, gli androni verdi, scritti
in lingue remote, si comprende
il verdetto, la sentenza in versetti lineari.
Aspettiamo nella rete che si tende
la mattanza rossa, il sangue che lavi
i marciapiedi, le muffe piene di mosche
il futuro sterile dei figli. E a te che calchi
questa crosta e il foglio e pascoli tranquillo
i delta, i fiumi delle case, le mogli attente e infedeli
i lavori battuti al minuto, il sesso dei monitor
che riduce il membro a un nervo scoperto come un filo
a te che imbocchi come un pesce la metro
e incappi la rete del mistero
a te che rantoli quando la lama esce e il sangue
gorgoglia nel polmone sfondato
quando la tregua e gli accordi vengono violati
a te, poeta, si concede l’onore della polvere.

Dal mondo classico viene il nutrimento e, rinnovata, l’immagine del prezzo altissimo da pagare a chi, poeta, minaccia l’idolo (l’idolo, si badi bene, non il divino): la vicenda di Marsia:

Hai ceduto alla lusinga dei fonemi, ai sestanti
coraggiosi disegnati nella polvere, ai libri
senza ordine sugli scaffali inaccessibili.
Hai disegnato la geografia e firmato accordi
per regolare il tempo del perdono.
Ma la sfida di questo tempo
è una barca sullo Stige e la moneta
che paghi il silenzio di Caronte
è senza faccia e iscrizione.

A fare da ponte con i personaggi di Di me diranno è, nelle sue acque gravide della storia dell’umanità – della storia della salvezza, per colui che scrive – Il lago, preceduto dal passo di Giovanni 21, 3-4, che inquadra la vicenda nell’itinerario del Verbo che si è fatto carne e “è venuto a piantare la sua tenda in mezzo a noi” e nell’alternarsi, nel convivere di stupore, delusione, gioia vera, strazio, di persone e luoghi che di quell’itinerario furono testimoni:

Non c’è rete al dubbio se non quella
tesa al pesce, a rinnovare il mestiere del lago.
Ritornai a pescare, come prima
come se nulla fosse accaduto sul mare di Galilea.
Certo, non nego la seduzione del tramonto
né le barche abbandonate all’eccomi
al ricordo dei giorni forti, promessi al pane e al vino.
Non nego la delusione che monta alla testa
il corpo d’un uomo che muore sul legno
e che non dà gloria o regno, o significato alcuno
(così mi pareva) alla sua Parola.
E non nascondo la paura del martirio, del compiersi
del verbo su questa spiaggia: le barche erano lì
lasciate da allora e le reti pronte.
Forse ebbi paura, o fui deluso, forse
ebbi solo fame o fu la vista incerta
dei compagni all’orlo della fede.
Di certo, mio Signore, dubitai
alla vista dell’acqua schiumante di miele
del tramonto, dubitai come la vertigine del tuffo
verso il nuovo arrivo. E tu eri sulla spiaggia ad attendere
con il fuoco acceso, di brace, il pesce già cotto
e il pane pronto
per essere spezzato.

Nell’architettura della raccolta, non è casuale che a conclusione del libro, giunga la sezione Poeti, nella quale non sono dichiarazioni di intenti, né proclami a dare polpa al discorso, quanto piuttosto il ricorso a limpide e semplici similitudini, ancora una volta provenienti dai regni naturali, ancora una volta, arditamente e in una veglia tenace, tese a unire umili essenze con l’Essenza:

Siamo come barattoli pieni
di spezie nella cucina
con le tisane da scegliere con cura
siamo l’ortica, il tiglio e la melissa.
Ci vuole la pazienza vegetale
che riempie la fatica dei balconi
per essere vetro fine che ama
la polvere, l’odore indifferente
delle essenze.
Mettete in infusione le nostre viscere
bollite come pesci o patate
e poi colate il succo rosso
che si incrosta al fondo della tazza.

Nella prefazione al libro di Luca Benassi Di me diranno, datata ottobre 2011, Gianmario Lucini metteva giustamente in guardia dall’impiego dell’etichetta “prosa poetica” per quest’opera. Si tratta – concordo pienamente con quanto scrisse Gianmario – di poesia, di sette componimenti poetici che fanno rifulgere e vibrare l’unione di misticismo e di realismo, di mistero e di fisicità che è cifra della poesia di Luca Benassi. I titoli dei sette componimenti – uno, già presente nella precedente raccolta L’onore della polvere, fa da esplicito anello di congiunzione – ne rivelano i rispettivi protagonisti, il fulcro dal quale prende le mosse la riflessione, che, di volta in volta, parte da un elemento noto dall’iconografia della Natività ovvero da un episodio del Vangelo, per farne brillare, palpitare le doti-simbolo così come l’energia formidabile, in grado di travolgere e capovolgere, insieme al filo, per molti invisibile, ma non per questo meno tenace,  che unisce, come aveva già intuito Edith Stein, il Natale e la Passione: l’asino, il bue, la stella, il fico, il gallo, la croce, il lago. «Di me diranno» è l’esordio del loro dire, con il tempo futuro che riporta alla forma verbale delle Dieci Parole; di loro si dirà, rispettivamente, la pazienza della soma, il fiato caldo, la luce che segna la strada verso il bimbo, la sterilità, il pianto amaro del tradimento, il segno della storia, il dubbio. A loro volta, essi dicono delle doglie e del dolore squassante del parto (l’asino), delle «onde su onde», dei «fosfeni lanceolati» del travaglio e del «tutto attonito» «nell’infinito del primo vagito» (il bue), del «canto di fotoni» verso l’infinito (la stella), dello sgomento pari a quello di Adamo ed Eva sulla soglia dell’Eden, dopo aver mangiato il frutto dell’albero: «ed ebbi freddo/ e paura» (il fico), del non rivendicare e non rinnegare (il gallo), della «speranza della tomba vuota», dell’urlo «di dolore che non dimentica il perdono» (la croce), del pane spezzato che attende, alla riva, certezza in risposta al dubbio e alla delusione (il lago).
Prosegue e si addensa, in Di me diranno, l’accoglienza del mistero; prosegue e si addensa, qui come lì, la ricerca, l’interpretazione del mistero all’interno della storia.

©Anna Maria Curci

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