Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Esce oggi In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, la nuova raccolta di poesie del poeta bolognese. Propongo le prime tre poesie della raccolta (tratte dalla prima sessione, Il vento che insegue veloce) e alcuni passaggi dalla prefazione, che ho avuto il piacere di scrivere.
Ma prima di lasciarvi alla lettura mi preme fare due ulteriori considerazioni che non hanno trovato luogo nella prefazione. La prima considerazione è semplice: questa nuova raccolta chiude un ciclo, come dice Brusa stesso, e lascia già intravedere una nuova fase, diversa, della sua scrittura. Lo scarto con Il cobra e la farfalla prima, e con La raccolta del sale poi, è evidente poiché è chiaro che si è chiusa la fase di formazione della scrittura, mentre si è trovato il proprio segno. La seconda considerazione invece è di Marco Simonelli, che firma la postfazione, e per questo non poteva figurare nella mia prefazione. Simonelli fa subito notare che chi decide di abitare un corpo «accetta di viverlo anche in punta, vale a dire nei suoi aspetti più aguzzi e pungenti», e molto probabilmente questa poesia «nasce da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita». E a dircelo, fa notare sempre Simonelli, è la poesia stessa («più Nemesi che Musa») che si pronuncia nel primo componimento. Come un poeta classico, Brusa cerca un «contatto diretto con il lettore» attraverso la poesia e il suo codice, che è codice del corpo. (fm)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone Editore, 2017

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D’uso io annuso l’aria che tira

: perché ho memoria

perché ricordo ogni emozione
.    che porti

perché scandaglio la storia
.    ed ogni tua percezione
e scatto come grilletto
.    cercando lo scontro
o cercando la fuga

.

non sono nata
.    per le cose del mondo
ma per giudicare l’ingiusto
ed il peso con cui ti stira le membra

perché sono l’emozione grezza
.    che non capirai mai
ed è per me che avrai
.    salva la vita.

.

*

Del corpo non
.    ho ragione
e del fiato corto o
.    del pelo
che cresce a dispetto

ho cercato il mio viso
per nominare la curva
.    delle spalle
e una scusa per
.    l’inclinazione del naso
o l’arco che tiene
.    l’occhio sinistro come
.    quello di mio padre

ho consumato il tempo
nella distanza di un corpo
.    che chiedeva compassione

perché appartengo alle ossa
che conoscono parola.

.

*

Come vela
.    tessuta di niente
al primo vento di stagione
.    mi arrendo
senza tensione

e così i giorni,
.    i mesi
e gli anni – stesi

una boccata d’aria
e questo universo mi sfugge
.    nelle piccole cose

.         : non di taglio,
ma sperso di pochi rivoli.

..

dalla Prefazione

«: perché ho memoria […] perché scandaglio la storia».
La rima non è casuale perché la memoria è lo strumento necessario per comprendere, come in precedenza il sale aiutava a conservare nonché a curare il corpo, e col corpo l’anima. E il corpo è posto sotto il caproniano “sale del mondo”, ossia il sole. Tutto già torna, se si vuole; tutto è già compreso in pochi versi, come capita solo coi veri poeti. Ma la poesia è costante ricerca e nella ricerca è costante interroga­zione.
Prosegue, così, il percorso di ricerca di Alessandro Brusa attraverso la poesia, per attrazione («cercando lo scontro») e repulsione («cercando la fuga») al contempo: un moto sia centripeto sia centrifugo del pen­siero, non lineare, non unico; un voler sapere oltre, di più di sé, di più del proprio corpo; corpo inteso sia in senso fisico («membra») sia ‘metafisico’, ossia limite della comune percezione da valicare.
Del resto, e viene detto subito, del corpo normalmente inteso il poeta non ha “percezione” nel suo na­turale e quotidiano divenire; di esso ha coscienza della struttura che lo sostiene, le “ossa”, perché l’ossa­tura è la parola stessa che sostiene il discorso poetico.
[…]
Si forzano, perciò, le strutture grammaticali, sintattiche, della lingua poetica, già di per sé stessa meno sorvegliata di quella della prosa, e della lingua parlata in genere; non rari sono i vocaboli apparentemente irrelati, quasi avulsi dal contesto in cui sono comunque inseriti; ma è proprio questa la frattura del corpo: il varco descritto in Di grida è questo senso, quando Brusa afferma «questo verso nuovo/ ha dell’ingresso le spalle/ e un varco di anni e/ di battenti chiusi». Ci si fa strada là dove i battenti sono rimasti chiusi per anni (nella «terra di novembre», vistoso elemento biografico) con un “verso nuovo” che è portatore di una grammatica nuova, necessaria per nominare ogni cosa: il corpo e la sua reificazione.
[…]
Ed ecco, allora, che pure l’erosione dell’uso normativo della punteggiatura si fa lingua; e se già stupirono i due punti a inizio verso nel precedente La raccolta del sale, qui si osa introdurre il verso dalla virgola, che non è più pausa sintattica ma elemento rematico che richiama quanto precede il verso («se qui resta la mano,/ infissa, piano/ , appena sotto lo/ sterno.»; Mareggiate…).
E così ci si rende conto, progredendo nella lettura, che tutta la raccolta pare reggersi su pre­cise paro­le/immagini ricorsive: strade/vicoli, deserto, sale, ombra/assenza, corpo (e sue parti), vento/respiro, tempo/anni, terra/terre.
Anche la ripresa del dialogo in poesia con la figura paterna andrà letta nella direzione della ricerca del corpo, poiché attraverso il recupero del corpo che ha partecipato alla creazione di un altro corpo, en­trambi ridotti all’essere «istanti/ cui non compete verità» (Di questa na­scita…), i corpi stessi si riconoscono e si appartengono, come viene detto nella breve e splen­dida Di questo corpo ho fatto testo. Ed è sempre in questa sezione, intitolata Nel nome del figlio, che si chiarisce il significato di quella che poco sopra ho definito afasia atipica di Alessandro Brusa: è l’afasia che ha colpito la poesia del padre a lanciare un’om­bra che atter­risce il figlio che cerca di porre un rimedio indicando non una via d’uscita ma il punto di origine della poesia paterna, quel verso di obbedienza perduto.
Ma la ricerca del corpo richiede tempo, ed è il “tempo” la dimensione – quando non è addi­rittura inven­zione – umana da interrogare ora, perché non è il tempo nostro che ci appartiene: è il tempo a venire, come si legge nella chiusa di Li ho amati tutti, poesia dove si ricongiungono le membra disperse nel passato nella sicurezza di una raggiunta «trasparenza di prospettiva vera» nel segno dell’amore e della relazione con l’amato capace di dare «lo sfondo/ degli anni/ : non di tutti, solo/ dei prossimi».

.

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