In una poesia di Kavafis

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Desiderio significa stare sotto le stelle. Sotto il cielo, in attesa. È la condizione madre di Kavafis, poeta notturno, del desiderio e delle ombre: ombre che convoca, chiama a sé e fa sue. Perché le vuole accanto, perché gli facciano compagnia.
Intimità, piacere, illusione, silenzio, ombra: tutte parole che sono in lui, e che noi conosciamo, riconosciamo benissimo.
Le sue prime esperienze omoerotiche avvengono probabilmente a Costantinopoli, Istanbul, intorno al 1885. Lui è sui vent’anni ed è al seguito della madre e dei fratelli in fuga dalla rivolta scoppiata in quegli anni in Egitto. Si muove tra bettole, taverne, casini, luoghi che poi continuerà a vivere ad Alessandria, con dentro tutte le figure destinate a rimanere immortalate nella sua poesia.
L’anima di Kavafis è (è sempre stata) assolutamente pagana (Auden d’altronde avverte in uno dei suoi Shorts che: «Qualunque sia la fede che professano / tutti i poeti, in quanto tali, sono politeisti»). Un pagano, sì, un poeta antico con la sua “religione carnale”, come rilevò giustamente Vittorio Sereni, ma è anche una persona stregata dal rito (si pensi anche soltanto alla poesia intitolata In chiesa), ed è soprattutto dominato dall’idea di un piacere fuggito via, per sempre, nel sempre. Con l’andare degli anni e della nostalgia non potrà che fare di sé un asceta, un mistico senza Dio, inchiodato alla solitudine.
La sua diversità è entro questo termini: l’audacia e la libertà esercitate nel rapimento amoroso, «furtivamente», si risolvono in qualcosa di antico e statico come una divinità, che sublima la realtà nell’estasi, nell’uscita da sé, per edificare un ricordo, per risvegliare “un’ombra fuggitiva di piacere” e darle luce in poesia. Il vissuto è effimero e sfuggente, sappiamo, mentre un ricordo è scolpito, come una statua. Ci vengono in soccorso ancora le parole di Sereni: «la sua poesia vive tutta» – come in un quadro di De Chirico – «tra statue che si sono mosse».
Tutto questo è avvolto da un senso arcaico, originario (e perciò sempre contemporaneo) della perdita, della giovinezza perduta, del tempo andato: «trascorre nel sangue il desiderio antico» scrive Kavafis.
Così nasce e si muove in lui l’idea del Piacere, di questo speciale piacere fuggito. Pensiamolo come contemporaneo di D’Annunzio… Come non somiglia all’altisonante retorica d’annunziana, la sua poesia, che si proietta invece in un’idea di cinema, di movimento, piena com’è di personaggi, caratteri, dettagli. Come si fanno moderni e visivi i suoi versi…
Nella via è il titolo di una delle sue poesie più semplici. Porta in sé il nucleo, per così dire, di altre, bellissime poesie “dal cuore cinematografico”, come A rimanere o S’informava della qualità.
Ecco il testo:

Quel suo volto carino, un poco smunto;
gli occhi castani un po’ cerchiati;
venticinque anni e ne dimostra venti;
con un che dell’artista nel vestire
– il colore della cravatta, la forma del colletto forse –
cammina senza scopo nella via,
ipnotizzato ancora dal piacere illegittimo,
dal piacere illegittimo provato, così intenso.

(traduzione di Nicola Crocetti)

Eccoci di fronte a “dettagli parlanti”. Sono colori, forme, apparenze, che si legano a un animo svagato, a una camminata senza scopo, ovvero alle caratteristiche ricorrenti nei ragazzi dipinti da Kavafis. Il piacere è personificato, ha un ruolo, agisce, ipnotizza. È «il Reggimento del Piacere», che passa «con musica e bandiere», scriverà in una prosa verso la fine dell’Ottocento.
Evocazione, percezione: ogni aspetto della vita, come ogni incontro, è miracoloso per Kavafis. Tutta l’intensità dell’attimo prende corpo nella fuggevolezza dello sguardo, perché è lì che s’incide il piacere, in eterno. La bellezza è inafferrabile e continua a essere «una gioia senza fine», perché è stata fonte di piacere carnale, ma anche spirituale.
Lo spirito è intelligenza, e ti comanda di «cedere, cedere sempre ai Desideri», di legittimare ciò che invece è illegittimo agli occhi di una società chiusa e incapace di affermare la libertà.
Cedere, e scriverne, così che tornino ad accendersi le candele al secondo piano di via Lepsius 10, l’appartamento che Kavafis abitò ad Alessandria tra il 1907 e il 1933. E come è stato per lui può essere per noi, oggi, fermi nelle nostre case – come scrisse Ceronetti – «ad aspettare che tornino, i fantasmi che abbiamo incoronato».

Cristiano Poletti

 

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