Una frase lunga un libro #90: Mercè Rodoreda, Quanta, quanta, guerra…

guerra

Una frase lunga un libro #90: Mercè Rodoreda, Quanta, quanta, guerra…, traduzione di S. M. Ciminelli, La Nuova Frontiera, 2016; € 16,50

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Sono nato a mezzanotte, in autunno, con una macchia sulla fronte non più grande di una lenticchia. Quando facevo arrabbiare mia madre, lei, girata quasi di spalle, diceva, sembri un Caino. Josep aveva una cicatrice sulla coscia sinistra, nella parte interna, a forma di pesce, che faceva ridere. Rossend, il figlio dello straccivendolo che ci prestava l’asino e la carretta per portare i garofani al mercato, aveva la punta del naso rossa e faceva ridere. Ramon, il figlio del macellaio, aveva le orecchie appuntite e faceva ridere. Io non facevo ridere neanche un po’.

Questo libro ha un prologo. In quelle pagine Mercè Rodoreda spiega da dove sia arrivata l’idea di questo romanzo e allo stesso tempo la difficoltà di scriverlo. Due tipi di difficoltà, la prima riguarda la vera e propria narrazione dell’argomento. La guerra, in molti l’hanno raccontata e lo hanno fatto benissimo, si dice Rodoreda e allora pensa ad altro, pensa a una storia che attraversi la guerra, che dentro la guerra nasca e che dalla guerra ritorni; senza però che la guerra venga quasi mai nominata. A Rodoreda interessa raccontare l’effetto della guerra sulla gente, sul paesaggio, sulle emozioni, sulle rimanenze che sono le vesti strappate, i morsi della fame, qualche notte stellata, una stretta di mano, un addio, una pena, un pezzo di pane raffermo, un ragazzo, un uomo, una bambina, una gallina, una vecchia orribile, una ragazza bellissima, un camino acceso, una coltello. La guerra. La seconda difficoltà di cui parla Rodoreda riguarda il tempo e l’uso della lingua. Le occorre tempo per scrivere, le occorre trovare le parole giuste, le occorre accartocciare parecchi fogli. Ne occorrono 700 per farne 400; e così scrive:

È lontano il tempo in cui pensavo che per scrivere un romanzo bastasse conoscere il catalano e saper battere a macchina.

È saggia Rodoreda, ma questa frase è una lezione che va bene per tutti, anche per il più giovane degli scrittori. Poi viene il romanzo.

Siamo in Spagna, da qualche parte c’è la guerra, una guerra senza nome, una guerra che distrugge il paese, tutti partono, nessuno sfugge alla guerra. Per alcuni è un desiderio, per altri è un dovere, per altri è un modo di andarsene dai piccoli paesi, dai luoghi in cui nulla pare accadere. La guerra, mentre distrugge, permette a chi non lo conosce la prima scoperta del mondo. La guerra a cui ragazzini non hanno accesso, salvo poi parteciparvi quando perdono qualcuno, se vengono bombardati, se restano senza un braccio, senza una gamba. E poi c’è un ragazzino che si chiama Adrià, un ragazzino che sogna di vivere libero, senza terra, senza patria, senza soldi, senza casa. Adrià sogna di andare e non importa dove, di andare ovunque, e allora la guerra è una scappatoia, una prima scusa. Adrià si unisce ad alcuni ragazzi più grandi di lui e lascia il suo paese per andare in guerra. Ma la guerra è una scusa per Adrià, è qualcosa che avviene intorno, lui vuole solo muoversi. E si muoverà con un passo che sta a metà tra realtà e sogno, come in un eterno dormiveglia attraverserà luoghi e incontrerà persone. E in ogni incontro ci sarà dolore e in ogni incontro ci sarà magia; e ogni incontro nascerà da un colpo di fucile sparato non molto distante, esploso magari il giorno prima.

Adrià si addormenta stranito, si risveglia abbracciato, entra in una casa e qualcuno lo sfama, salva un impiccato che non avrebbe voluto, una bambina lo segue, un fattore lo accoglie, un cane lo ama, ruba e lo stesso fattore lo percuote e lo caccia, e incontra l’uomo più pigro del mondo, e incontra Isabel che si butta in mare, e incontra Eva per cui si perde, Eva che è tutto, Eva che il dolore più grande, che è l’amore, che è la pace ed è la rappresentazione, poi, della devastazione della guerra. Eva che è bella e che poi non è. Adrià seppellisce un bambino, incontra un uomo che lo aiuta e lo accoglie, una vecchia buona e una vecchia cattiva, un pescatore buono, una montagna incantata, un’acqua troppo verde, un canto, un altro sparo, il mare tutte le notti, una strada, un sentiero, una ferita, un ritorno. Di sogno in sogno, di mondo in mondo. La guerra è questa per Mercè Rodoreda, qualcosa che è soprattutto una conseguenza e che può essere raccontata come da dentro a una nebbia, come un suono accennato perché già troppo accaduto. La guerra è un bombardamento ed è un uovo rubato per fame, la guerra è sempre un posto dove si muore senza alcun motivo. La guerra è una rovina da cui esce un ragazzino innocente e impaurito, ingenuo e scaltro, avventuroso e perplesso, un ragazzino magro che va e che torna. La guerra è un posto dal quale qualcuno ritorna, dove nessuno dimentica.

Rodoreda è una delle più grandi scrittrici spagnole, lo dimostra ancora una volta qui raccontando una storia terribile e magica allo stesso tempo; mostrandoci come dentro la tragedia, in mezzo al dolore, possa accadere qualche meraviglia e ci siano preziosi motivi di resistenza e sopravvivenza.

Hai mai volato? Io di notte, volo. Per questo non sono mai disperato.

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© Gianni Montieri

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