Paolo Ottaviani, inediti

UN SOLDATO MI DISSE NON SPARARE

Un soldato mi disse non sparare
tutti sulla collina sono morti
guarda oltre il campo spento il brulicare

delle ombre, incerte sagome, contorti
spiriti in cerca ancora di una pace,
non sono i vivi diversi dai morti

che di cenere coprono ogni brace.
Quasi tra sé cantava e controvento
(forse intravidi un suo ghigno fugace,

strano timore da spaesamento).
Parlo con i miei morti,
bisbiglio alle mie piante.
Credo finito il sogno negli assorti
volti dei cari, oltre il nudo versante.
Quale strana collina
ora ci accoglie? Siepi d’albaspina
lampeggiano nel bianco
felicemente bianco
il gelsomino nel chiaro orizzonte
poi mi risveglio e ritrovo Caronte.

*

UN RAGAZZO LUNARE

Sorride in hora mortis una madre.
È il tempo inquieto del dolce vagare.
Precipitano rondini leggiadre

contro l’azzurro d’acciaio del mare.
È un po’ come morire – e sorridente
va in una luce incerta ad irrorare

di caldo sangue una radice ardente.
Nessuno in questo deserto s’inchina
a pregare e nessuno veemente

insulta il cielo sopra la collina.
Solo va pensieroso
un ragazzo lunare
e terrestre in cammino su un petroso
tratturo antico ove non può strappare
la carne del suo cuore
dalle rocce che il caso – o forse amore? –
in ogni angolo scaglia
senz’ordine o avvisaglia.
S’incurva sulla terra e sulla luna,
ritrova la sua luce in una cruna.

*

E IL CIELO LIMPIDISSIMO E CONFUSO

Arrivai trasognato al mio paese
dentro il sole di un vicolo odoroso
di fieno e di pannocchie, era un bel mese

d’autunno, in un pulviscolo radioso
l’aria tutta tremò dalla montagna
al cuore e sulla roccia un volto erboso,

ridente ecco s’accese: una compagna
forse dei sogni della mia età
triste dell’oro quando alla campagna

affidavo canzoni in libertà.
Giocavo con Galliano,
l’amico di quei nudi,
miseri mondi scintillanti, invano
e non invano amati tra i più rudi,
quotidiani lavori
fantasticando inesistenti amori
pur così veri e belli
da strapparsi i capelli.
E il cielo limpidissimo e confuso
già s’inclinava su un germoglio chiuso.

*

1º FEBBRAIO 2017

Oggi compie papà novantott’anni
mentre io ormai ne ho sessantasette
e a dare retta ai numeri o agli inganni

nascosti dentro il vino e le bruschette
gustate con gli amici miei più fini
che amano incerte lande ed erme vette

mi vado persuadendo che i confini
tra la morte e la vita che svapora
siano nuvole erranti alti cammini

che conducono là dove in quest’ora
perduta della sera
tutte le perdute ore
si raccolgono come a primavera
nei prati le farfalle e in quest’albore
tu stai per salutarmi
calmo sorridi e riprendi a parlarmi
della luna e delle onde
nulla più si confonde
tutto qui è trasparenza mare stelle
fiori e giocano i lupi con le agnelle.

___________

Paolo Ottaviani è nato a Norcia e vive a Perugia. Laureato in Filosofia con una tesi su Giordano Bruno, ha pubblicato negli Annali dell’Università per Stranieri di Perugia saggi sul naturalismo filosofico italiano. È stato direttore della Biblioteca della medesima Università e ha fondato la rivista Lettera dalla Biblioteca. In poesia ha pubblicato Funambolo (Edizioni del Leone, Spinea, 1992) con prefazione di Maria Luisa Spaziani, il poemetto Geminario vergato in un idioletto neo-volgare e in lingua italiana  (Edizioni del Leone, Spinea, 2007), Il felice giogo delle trecce (LietoColle, Faloppio, 2010), il quaderno d’arte diretto da Eugenio De Signoribus Trecce sparse (Fioroni, Fermo, 2012), Piccolo epistolario in versi scritto insieme a Walter Cremonte (LietoColle, Faloppio, 2013) e Nel rispetto del cielo (puntoacapo Editrice, Pasturana, giugno 2015).

 

3 comments

  1. La vena poetica dell’amico Paolo Ottaviani è davvero straordinaria: queste riflessioni sulla morte (e sulla vita) sono calate in un linguaggio che allo stesso tempo è tradizionale, intriso cioè di tradizione, e fortemente personale. Sembrano nascere da un pensiero immediato, buttato sulla pagina nel linguaggio di ogni girno, e invece il linguaggio è attento, sorvegliatissimo, e riesce a colpirci nel profondo.
    Bravo Paolo!
    Mauro Ferrari

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