1 2 3 Penna! #1: La lettura “caotica” di Carlo Picca

13119937_824282444384061_1811723937994021597_oCarlo Picca, 106/110. Sandro Penna
FaLvision Editore, 2016

 

Le stelle sono immobili nel cielo.
L’ora d’estate è uguale a un’altra estate.
Ma il fanciullo che avanti a te cammina
se non lo chiami non sarà più quello…

Questi versi di Sandro Penna dicono tutto, ma proprio tutto, della sua idea del tempo; sia del tempo umano, intendo, ovvero quell’ossessivo bisogno di contare il tempo che trascorre per rincorrere il medesimo, sia del suo ‘intimo’ tempo, che è il tempo dell’amore per la vita, ossia il sentimento che anima tutta la sua poesia e che coniuga (e declina) insieme i tuoi temi portanti della sua poetica, “vita” e “amore”.
L’immagine dantesca racchiusa nel primo verso aggiunge l’autorità necessaria a stabilire l’assunto penniano, che è di fatto un vero e proprio assioma: un assioma che ha distratto buona parte della critica sin dalla prima apparizione in rivista del poeta perugino.
Il fiore, oltre ad avere un gambo, ha pure le radici profonde della pianta, con buona pace della ‘famigerata’ formula di Bigongiari.
Liquido, così, con un motto rapido, qualche decennio di critica alla e sulla poesia di Sandro Penna. La liquido perché, come scrissi qualche anno fa, esiste in certa critica italiana la malsana abitudine di ripetere all’infinito, fino allo sfinimento, sempre le medesime formule, cristallizzando, se non addirittura fossilizzando, di fatto sia la poesia sia la critica. E non mi riferisco solo al “fiore senza gambo” di Bigongiari, ma pure al “Penna alessandrino” di Solmi, al “Penna poeta dell’omosessualità” di Anceschi, e via discorrendo.
A vedere oggi questi cliché si stampa sul mio volto sia un sorriso sornione, sia una smorfia amara; ma è innegabile che queste sono pagine di quella che potremmo definire la storia della critica penniana, mentre sono altri ormai le pagine e i nomi da seguire: su tutti, Garboli, l’unico a mio avviso ad avere compreso Penna perché affrontato prima di tutto con la curiosità del lettore, e poi con la lente del critico.
A un simile approccio, con i dovuti distinguo, si è avvicinato anni fa alla poesia del perugino Carlo Picca, autore del saggio 106/100 Sandro Penna (FaLvision Editore, 2016). Il titolo non cela l’origine del saggio, ovvero il suo essere la rielaborazione della tesi di laurea; e per diritto di cronaca, e per zittire subito chi eventualmente dovesse levarsi contro un passaggio inatteso, della sua natura originale conserva lo spirito, la struttura e parte dei contenuti al punto tale che non si è nemmeno intervenuti a correggere il luogo in cui Giovanni Raboni, chiamato in causa insieme a Roberto Deidier, come possibile editore critico di tutta l’opera di Penna, è dato ancora per vivo.
Sappiamo tutti che fine fece, anzi dirò meglio: sappiamo tutti che fine ha fatto ogni tentativo di portare il nome di Sandro Penna dentro la preziosa collana dei “Meridiani” mondadoriani, o al felice porto di un’edizione critica e commentata, alla quale a più riprese, e con dedizione e competenza, si sono messi all’opera il già ricordato Roberto Deidier e Giuseppe Leonelli, autore del monumentale e indispensabile Commentario penniano. Storia di una poesia (Aragno, 2015), che nel saggio di Picca non trova menzione, e dal quale inevitabilmente avrebbe preso linfa e forza per argomentare alcune felici intuizioni.
Ma non è certo questo il fine di 106/110 Sandro Penna, definito da Picca stesso «poemetto caotico» allo scopo di fugare ogni debito con la critica accademica, perché questo saggio è quanto di più distante l’autore si è prefissato da quella critica che affossa, a suo dire, la poesia in generale e, nello specifico, la poesia di Penna. In realtà i debiti contratti con esso sono più che evidenti, e non potrebbe essere diversamente, dato che comunque si tratta di un debito contratto per formazione; lo è, per esempio, la prima persona plurale con la quale tutto viene esposto e al quale, personalmente, avrei preferito, visto il disegno, una bella prima persona singolare a tagliare ogni ponte con la critica della critica e, di contro, avvicinare davvero il lettore ai versi ampiamente testimoniati di Penna. Ma, direbbe un critico accademico, son cose che si perdonano rapidamente e che altrettanto rapidamente si possono correggere se a questo saggio che si è fatto subito notare dovesse seguire una seconda edizione riveduta e accresciuta. Perché le felici intuizioni sono parecchie e meriterebbero una più ampia trattazione.
Ciò che Picca porta all’attenzione del lettore del suo saggio è la sola poesia di Penna; Picca affronta Penna con Penna, e attraverso Penna recupera gli autori cari a Penna e la vita cara a Penna. Non si cerca in alcun modo di giustificare Penna e il suo scandalo poetico. Né si potrebbe più farlo in questi anni in cui certo non ci si deve giustificare se si canta l’amore omosessuale perché questo si conosce per esperienza diretta ma che in tutti i versi si chiama in un solo unico modo: amore. Ciò che Carlo Picca porta all’attenzione di tutti è la straordinaria modernità classica della poesia di Sandro Penna: chiamare vita “vita” e amore “amore”. I critici che da subito affrontarono Penna al suo primo apparire dovettero per forza di cose fare i conti con la morale dominante, e poi con la censura alla vigilia del secondo conflitto che coincide, nella storia del poeta perugino, con la pubblicazione della primissima raccolta di poesie.
Forse qui Picca pecca (mi si perdoni il bisticcio) di ingenuità critica quando, elencando certi pregiudizi mascherati da note critiche, non tiene bene presenti il momento e il contesto storici, pur dichiarando che è fondamentale tenere presente il contesto storico nel quale la poesia, qualsiasi poesia, nascendo si fa inesorabilmente testimone diretto. Ma qui son io ora a vestire i panni dell’accademico, perciò torno al saggio.

Partendo dall’esperienza del poeta, così come la nostra l’ha filtrata, vorremmo scrivere a proposito della necessità di viversi per ciò che si desidera confacente al sé, ad esempio evitando di sovraccaricare la mente di sterili e plus contraddittorie intellettualizzazioni; […] Questo crediamo possa interessare in questa sede: fare critica è inutile se non ha senso chiaramente esprimibile. (p. 23)

Ora, io resto dell’avviso che fare critica abbia invece sempre molto senso, purché si faccia critica; e per fare critica bisogna conoscere bene gli strumenti, soprattutto se ci si vuole sbarazzare di essere. Il rischio è quello di non rendere un buon servigio all’autore proprio nel momento in cui lo si vorrebbe salvare da tutto e da tutti.
«Quando si legge un poeta,» – ci dice Giuseppe Leonelli – «non si sa mai che cosa troveremo e quello che troveremo servirà al testo, assai più di quanto potremmo utilizzarlo per un ritratto dell’autore»; non si può, perciò, pretendere che il poeta si sveli al lettore per l’epifania dei versi, perché proprio quest’epifania è già il risultato di un lavorio di depistaggio messo in atto molto tempo fa, e Penna è stato, più ancora di Montale, maestro nel depistare i critici frettolosi. Al critico spetta anche l’ingrato compito di dire quel di più che comunque il poeta ha sempre atteso sentirsi dire.

© Fabio Michieli

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