proSabato: Fabio Geda, La bellezza nonostante

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Una mattina di settembre sono entrato per la prima volta dentro quella che credevo sarebbe stata la mia sede di lavoro per alcuni anni a venire, forse per sempre: Scuola elementare Gramsci, c’era scritto fuori. Quando mi hanno visto entrare, spalancare la porta che dava sul cortile, dire buongiorno e salve e che piacere, camminare in direzione della segreteria didattica a larghe falcate per fare subito una buona impressione, ecco, m’hanno accolto tutti con un gran sorriso.
Forse persino troppo.
Avevano tutti questo sorriso plastico, esagerato, che s’andava allargando sui visi oltre la capacità muscolare, oltre le guance, su, a sfiorare le orecchie e le tempie. Ho pensato che – per tutte le lavagne d’ardesia – un’accoglienza come questa non potevo certo immaginarla. La scuola, ho pensato, dev’essere davvero un luogo appagato e appagante se l’ultimo arrivato è accolto così, in questo modo. E ho continuato a stringere mani, e a strizzare l’occhio, ho ricevuto pacche sulle spalle per tutto il corridoio: un astronauta in partenza per il cosmo.
Ma qualcosa non andava: era davvero troppo.
Infatti, d’un tratto, la direttrice, una donna bassa più simile a un satellite geostazionario che… insomma, mi ha raggiunto e ha cominciato a ruotarmi attorno, in silenzio, finché ha detto:

(voce fuori scena) Ah, ma lei è un maschio!
Sì, perché?
(voce fuori scena) Lei sarebbe perfetto, lo sa.
Perfetto per cosa?
(voce fuori scena) Per la Montagnola.
La Montagnola?
(voce fuori scena) Non sa cos’è la Montagnola? (Ride)
No. Cos’è la Montagnola?
(voce fuori scena) La Montagnola è…
è…?
(voce fuori scena) La Montagnola è… qua a fianco. Giusto dall’altra parte della strada.
Mi scusi, ma non capisco.
(voce fuori scena) è il carcere minorile.
Sta scherzando?
(voce fuori scena) No. Affatto.

Ora, non so che idea abbiate voi del carcere, non so se ci siete mai entrati, in un carcere, ma io, fino a quel momento, ero sempre stato convinto che – come dire? – ecco, io qui e il carcere lì: non so se ci siamo capiti; così come: io qui e gli ospedali lì, che anche gli ospedali sono un posto che non mi fa sentire per nulla a mio agio; o: io qui e i cimiteri lì. Carcere era soffocamento, carcere era coercizione, carcere era sopraffazione. Quindi, stavo per dire alla direttrice, davanti a tutti, che grazie, ma io in carcere proprio no. Io, in carcere? Io che per tutta la vita avevo fatto della libertà, anche di una certa anarchia carsica diciamo, la mia bandiera? Che c’entravo io con sbarre e manette? Volevo insegnare lingua e quant’altro ai bambini dai sei agli undici anni. Questo ero stato chiamato a fare. Per questo avevo vinto il concorso – avevamo vinto il concorso, io e la mia fidanzata. Quindi, stavo per rifiutare con gentilezza, stavo per dire:

Vi ringrazio davvero molto per la magnifica occasione, sono onorato, ma temo… insomma, io amo le persone che fanno bene il proprio lavoro eccetera, il fornaio, il maniscalco, e io non sarei in grado… o almeno credo...

(voce fuori scena) Ecco. Almeno credo

Ecco. Almeno credo. Ha detto una voce alle mie spalle, che era come se mi avesse letto nel pensiero, come se fossi diventato trasparente. Mi sono voltato. La voce era la voce di un signore che aveva tutta l’aria di essere un maestro anche lui – e infatti lo era.
S’è avvinato, sottile e garbato, avvolto in una sciarpa nera, ricordo, e un cappello grigio di taglio irlandese.

(voce fuori scena) Posso presentarmi?
Certo.
(voce fuori scena) mi chiamo Gianni. E sono il più anziano tra i quattro docenti che prestano servizio alla Montagnola.

Mi sono presentato anch’io, dicendo nome e cognome, come si deve.
Lui mi ha preso da parte, infilandomi una mano sotto il braccio. L’ho seguito docile, era uno che non potevi fare a meno di stargli vicino con mansuetudine.

(voce fuori scena) Lo so che l’idea del carcere minorile ti ha messo addosso – cosa? – un po’ d’ansia. Possiamo dire così?
Possiamo. Direi di sì.
(voce fuori scena) ecco. Ma tu non preoccuparti. Facciamo che domani ti presenti all’ingresso della Montagnola alle otto e trenta. Va bene?
Io veramente…
(voce fuori scena) alle otto e trenta.
Alle otto e trenta?
(voce fuori scena) entriamo insieme, si passeggia e tu guardi. T’immergi. E poi ne parliamo. Che ne dici? Dai. Ci vediamo domani mattina?

A quel punto ho sentito una minestra calda nella pancia. Sarà stata la mano sotto il braccio; sarà stata la voce. E ho risposto di sì, che ci saremmo visti l’indomani: alla montagnola.

La sera, a casa, la mia fidanzata è rientrata euforica con una torta di formaggio ai lamponi, una cheesecake all’americana, per festeggiare.
Mi ha raccontato dei suoi colleghi, di certi bambini che aveva incrociato davanti al portone e che le erano sembrati così educati, per mano ai genitori, così gentile e così e così e mi ripeteva domani vado a scuola e domani vado a scuola, come se fosse una cantilena, e domani faccio la maestra e domani faccio la maestra, come se… assaporasse il gusto della parola scuola e della parola maestra da una nuova prospettiva: la prospettiva di chi tiene il gessetto dalla parte del manico e, sul collo, il fiato tagliente della responsabilità – sei un po’ madre, sei un po’ padre – quella responsabilità che affonda le radici nei secoli, la responsabilità di educare i cittadini di domani.

Domani, otto e mezza, ed entro in carcere – pensavo io.

Grigio. Il portone era grigio pesante, in ferro battuto. Bianche le mura, sì – ma ferite. Segnate dalla ruggine che grondava dai gocciolatoi come se a stillare sangue fosse il tetto, o l’intonaco spugnoso. E grigie le inferriate e gli infissi e il cielo, sopra di noi, quel giorno. Anche il cielo era d’un grigio metallico, gonfio di pioggia come la pancia d’un asino. Mi hanno perquisito, ma giusto per dovere; mi hanno chiesto di svuotare le tasche e mentre svuotavo le tasche il maestro Gianni ha detto che ero con lui, e se ero con lui andava bene così, bastava quello – la sua parola. Non come oggi, che per fare entrare un esterno devi compilare tanta di quella carta da distruggere una foresta. Il maestro Gianni, be’, lui mancava solo che mi prendesse per mano; lui che era più basso di me di quindici centimetri; lui con quella sciarpa e quel cappello che erano il suo marchio, o forse la sua corazza. Abbiamo superato un primo portone enorme, che uno degli agenti ha aperto con delle chiavi – enormi anche le chiavi. Poi un secondo, un terzo, e il maestro Gianni indicava le porte chiuse: mi raccontava quali stanze si celavano dietro, quali professionalità le animavano. Parlava con devozione, il maestro Gianni, e nella sua voce da fumatore, ricordo, c’erano tolleranza e consapevolezza – tolleranza e consapevolezza, più di tutto.

Seguiti dal rimbombo cupo dei nostri passi, fantasmi inquieti, mi ha raccontato che spesso, molto spesso, erano costretti a coprire quei posti da maestro con degli incarichi annuali, o con delle supplenze, e che di uno come me, un maestro maschio, uno che, forse, avrebbe potuto assicurare un po’ di continuità, be’, di uno come me avevano davvero bisogno; e io facevo finta di non sentire e lui di non accorgersi che io facessi finta di non sentire; e ancora parlare, raccontare, fino a quando siamo passati davanti a una bella palestra, dove non c’era nessuno, e il silenzio faceva male alle orecchie, e allora ho chiesto dove fossero i ragazzi, che di ragazzo, di detenuto, non ne avevo visto ancora uno…

(voce fuori scena) Al campo.
Al campo?
(voce fuori scena) Al campo, sì.
Quale campo?
(voce fuori scena) ora ti faccio vedere.

Così, siamo usciti fuori, e c’era – roba da non credere – c’era questo campo da calcio, lì in mezzo al grigio, questo campo d’erba grassa e scintillante, nonostante l’assenza del sole, punteggiato di magliette rosse e azzurre, e i corpi dei ragazzi dentro quelle magliette rosse e azzurre producevano tanta energia da tenere accesa la città sotto Natale; e correre, passare, abbaiare, latrare anche; guaire. Era quella la scuola?

(voce fuori scena) anche questa, certo.

Poi ha detto:

(voce fuori scena) In carcere la scuola è tutto.

Ricordo che s’è stretto nella sciarpa.

(voce fuori scena) In carcere la scuola sei tu.

 

© Fabio Geda, La bellezza nonostante, Pisa, Transeuropa Edizioni, 2011, pp. 19-31

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