Questa è la mia casa, di Paolo Bottiroli. Recensione

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Paolo Bottiroli, Questa è la mia casa, Edizioni La Gru, 2016, € 11.00

Chissà perché tutti fuggivano a Parigi.
Poteva essere per la città, indubbiamente era una delle più belle d’Europa, se è vero che anche Hitler l’aveva preservata dai bombardamenti, ma doveva esserci dell’altro. Per gli italiani era sempre stata lei la sorella maggiore dove rifugiarsi, anche se sarebbe stato più sicuro scegliere un paesino qualsiasi della provincia, immerso tra campi di grano e vigneti, non così nell’occhio della storia come passeggiare tra i filari d’alberi dei Jardin du Luxembourg.
A Parigi erano fuggiti ladri, anarchici e intellettuali. Assassini, disertori e anti-fascisti. Era lì che si era nascosto il bandito Sante Pollastro, prima di essere arrestato. Lì che Pietro Gobetti aveva trovato una giovanissima morte in esilio. Sempre lì, ormai da mesi, vivevano decine di italiani, adottati dai compagni d’oltralpe.
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Alessandro era nervoso. Respirava un clima pesante intorno a lui. La polizia aveva cominciato a fare controlli. Si sentiva preso di mira dagli investigatori. Nonostante non avesse alcun tipo di contatto coi brigatisti, la sua posizione politica non lo metteva al sicuro. Non era facile essere di sinistra in quegli anni, si ricevevano attacchi da tutte le direzioni: dalle forze dell’ordine, dagli estremisti di destra, ma anche dai militanti più intransigenti della propria fazione.
La sua faccia ormai era nota come quella di un calciatore. A ogni incontro pubblico, durante ogni dibattito, c’erano occhi che lo cercavano, dopo le affermazione più ardite puntavano su di lui per osservarne le reazioni, scommettendo su una smorfia o un piccolo movimento verso il megafono, pronto a brandirlo per far sentire le proprie ragioni. L’aria stava diventando di piombo. Non c’era notte che riuscisse a dormire e se non chiudeva occhio lui non lo chiudeva nemmeno Elena. Negli ultimi mesi l’aveva vista invecchiare velocemente. Litigavano in continuazione.
«Vai a Parigi per un po’, ti farà bene», aveva consigliato a Elena un’amica del partito. «Ho sentito Davide, puoi stare in una mansarda nel suo pianerottolo, il compagno che ci abita andrà via qualche mese e cerca da affittare a poco.»
«Non sono più una ragazzina e Ginevra è incinta…», aveva risposto Elena.
«Vai! Tornerai in tempo per veder nascere Giacomo!»
Dopo le prime ritrosie si era fatta convincere.

Partire dal titolo e dai titoli di questi racconti che Paolo Bottiroli scrive con la stessa leggerezza con cui la casa della copertina si lega − con un filo blu − alle nuvole: Questa è la mia casa è un percorso nell’anfiteatro della storia e del ricordo. Da un lato l’Italia (che c’è sempre), quella più provinciale e le sue spinte nell’oltre, a Parigi ad esempio, come nella porzione di testo citata in testa nome che ritorna un’altra volta; dall’altro la dimensione storica, che collima con un’idea di familiarità narrativa. E se “leggerezza”, “percorso” e “ricordo” sono parole abusate − e di cui si abusa spesso −, se queste parole non bastassero sarà quell’«universo unico e circolare» della quarta di copertina a dirci quello che queste trame narrano su una linea retta, con la certezza di chi sa posare le parole sulla pagina come un piede dopo l’altro, un piede alla volta, durante il proprio cammino: così ci si approccia a questi testi, ci si affaccia con uno sguardo cauto nelle intimità degli altri. “Casa” dice “io”, e dice anche che queste intimità non fanno cortocircuito bensì si dipanano, si declinano nei tanti luoghi naturali, cittadini o altri che ritornano però al sé più proprio.
Il libro è pervaso da un tono di accortezza lieve nel procedere, che lega Bottiroli maggiormente al racconto tradizionale “lirico” del nostro Novecento; la narrativa contemporanea è ammessa secondo alcuni tratti di postmodernità. Infatti, le citazioni di Fenoglio, Levi, Rodari iniziano alcune prose confermando una direzione − eppure c’è spazio anche per il cantautorato di Fabi, Silvestri e Gazzè, o di Le luci della centrale elettrica. Scorci, descrizioni sono quasi ataviche, ma soprattutto la luce e l’ombra assieme, nel dosaggio dell’andare narrativo, richiedono un tempo che rifiuti l’attorcigliarsi dell’oggi, quella frenesia che “spacca” l’io; qui c’è un tempo di ieri anche quando è detto al futuro, e ciò non riguarda i temi soltanto − Le agende del nonno, ad esempio − ma concerne una dimensione del vivere non rotta o spezzata, anche quando l’azione pare stia per annunciarlo. Questi personaggi, ciascuno a suo modo, non si ritraggono dalla fragilità ma la vivono con una dose di ragionevolezza, anche saggezza, quasi verrebbe da dire “maturità”. E l’autore traccia così ‘i contorni’ di un’incomunicabilità sottrattiva rifuggendo una facile (e “banale”) autoreferenzialità.
La somma delle storie che si leggono ammette una «circolarità» che è dapprima linearità mentre la lingua si conferma ‘qualcosa che sfiora’: ferma, non provoca, non trafigge con veemenza, anzi muove nella quotidianità con la prudenza di quel passo, di quell’andamento che scandisce la lettura come si affermava all’inizio.
In un periodo in cui ancora si torna a parlare della valenza del racconto, dell’ambivalenza editoriale che il racconto sta ancora creando in questo momento storico in questo paese (ne ha scritto Vanni Santoni su Vice qualche giorno fa) un esordio in forma di raccolta può sembrare una sfida, quasi una rivincita; Bottiroli, che di racconti ne ha pubblicati già (su «No Borders Magazine», «Zibaldoni e altre meraviglie», «Stilos») è un esempio che scavalca l’inevitabilità delle difficoltà di ricezione del racconto in Italia oggi, e lo fa con il rispetto della parola, della misura, con la grazia di una pregevole prova narrativa in grado di saltare il timore della scarsa resistenza della forma breve invitando alla lettura.

© Alessandra Trevisan

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