Burhan Sönmez, Istanbul Istanbul

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Burhan Sönmez, Istanbul Istanbul, Nottetempo 2016; € 17,00, ebook € 9,99; trad. di A. Valerio

di Martina Mantovan

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Il buio avvolge i corpi rinchiusi nella cella: quattro uomini condividono lo spazio angusto e umido di una cella, nei sotterranei di Istanbul. Una Istanbul divisa, speculare, occulta: la città del sogno che cela nelle sue viscere l’umanità negata; una città che poggia le sue fondamenta sul terrore più oscuro. Burhan Sönmez edifica un romanzo profondo e dilatato, come il dolore, come il tempo: porta la narrazione tra i meandri dell’abiezione umana; alle radici del sogno che volge in incubo, un incubo che ha il sapore concreto del sangue che impasta la bocca e appanna la vista.

Vecchio Küheylan, pensavi che questa cella fosse Istanbul? Adesso siamo sottoterra; sopra di noi ci sono strade e palazzi ovunque. La città si estende da una parte all’altra dell’orizzonte, anche il cielo fa fatica a ricoprirla tutta. Sottoterra non c’è differenza fra est e ovest, ma se osservi il vento sopra, ti accorgerai che si incontra con le acque del Bosforo e dalla collina si può distinguere il color zaffiro delle onde. Se avessi visto per la prima volta quella Istanbul che tuo padre ti ha raccontato dal ponte di una nave e non da questa cella, avresti capito, vecchio Küheylan, che questa città non è fatta di tre muri e una porta di ferro. […]

Il Dottore, Kamo il barbiere, Demirtay lo studente e il vecchio rivoluzionario Küheylan sono i punti cardinali dello stesso universo: prigionieri e condannati a un destino comune, abbattono i limiti dello spazio reale della cella aprendosi una breccia per inseguire l’utopia della finzione.
Vita e finzione divengono tutt’uno nel momento in cui l’esistenza può dirsi tale solo nella pratica immaginativa: è la narrazione a mantenere in vita gli uomini di fronte all’inesorabilità del dolore. Attraverso la narrazione, nello sforzo continuo e necessario di evadere per non perdere se stessi tra le urla dei corpi straziati, i prigionieri tessono la trama del tempo futuro e passato, intrecciando simboli e metafore che infondono luce e colore al vissuto che ristagna.
Per dieci giorni essi inseguono la chimera della narrazione, dieci giorni in cui la gelida realtà viene mitigata ed elusa nell’effimero gioco del racconto che si fa collante. È nell’arte del racconto che avviene la totale adesione alla verità di sé come uomini nella propria interezza; nella dinamica narrativa essi perseverano l’unità salvifica dinnanzi all’estensione del dominio del dolore.
La finzione si fa quindi urgenza vitale: è la fune con cui possono calarsi al di là del muro, il filo che li tiene ancora legati alla vita, alla Istanbul dell’umanità emersa.

Se i primi giorni pensavamo di uscire di lí e mischiarci alla corrente di Istanbul che inghiottiva le persone, col passare del tempo le nostre aspettative si ridimensionarono e si fecero cosí piccole da adattarsi infine alla cella. Adesso la cosa che speravamo di piú era che chi usciva per essere torturato tornasse tutto d’un pezzo, senza perdere la testa e l’anima. Aspettavamo che anche Kamo tornasse in qualche modo. Intanto ci raccontavamo storie, bevevamo rakı e ascoltavamo musica. Voltando la testa, guardavamo le luci che ondeggiavano sopra il mare. Provavamo a dimenticare le nostre ferite.

La città si erge nel suo fulgente splendore sopra le loro teste di uomini del sottosuolo: è la città dai riflessi dorati che nasconde con la sua bellezza la morte, l’atrocità e il dolore. Istanbul, grande e misteriosa protagonista dalle molteplici facce, è un miraggio: sono i quattro uomini rinchiusi nelle sue viscere a ricordare ad essa la sua immortalità, a renderla viva nel suo incanto. Gli uomini con le loro parole la eternano nel simbolo, cullando il ricordo e amplificandolo oltre le sbarre della prigione. Nella tortura e nella carcerazione, gli uomini cercano un rimasuglio di purezza, di verità a cui aggrapparsi. La poesia è ciò che canta e riduce lo spazio dell’assenza. Nelle parole e nella loro musica i quattro uomini infondono tutta la dolcezza e la malinconia dello hüzün di Istanbul: è la mancanza, la distanza tra il mondo di sopra e il mondo di sotto, tra il presente e il passato; è lo iato in cui naviga l’essenziale tristezza felice di Istanbul a essere celebrato in tutte le narrazioni.

Io ero Kamo il Barbiere, lei era mia moglie Mahizer. Quando ci siamo incontrati, proiettavamo un’unica ombra. Ci leggevamo poesie che ci legavano l’uno all’altra. Grazie a esse, inventammo la nostra lingua personale dentro le altre. Comunicavamo in quella lingua che nessuno capiva, scherzavamo, ci amavamo. Anche nel sonno, volevamo sognare poesie e cominciare il giorno successivo in loro compagnia. Ma il tempo non ha permesso che la nostra lingua mettesse radici e si legasse alla terra. Tempo fottuto.

Il tempo del dolore e il tempo della narrazione si intersecano e fronteggiano l’un l’altro; si escludono a vicenda: il tempo della narrazione è il tempo rubato al dolore. Nell’illusione di una sigaretta, di un bicchiere di rakı e della vista del mare oltre i tetti, il tempo del dolore non trova spazio: la narrazione allontana la mente dal dato fisico, dalle ossa spezzate e dagli occhi tumefatti, respinge la materialità dell’istante per librarsi oltre il presente. Il dolore non esiste all’interno dell’orizzonte della finzione: troppo vasto e insondabile per poter essere narrato, troppo oscuro e pervasivo per non tentare di contrastarne il carattere totalizzante. Il dolore tende ad appropriarsi di ogni singolo aspetto del prigioniero: la sofferenza estrema permea corpo e mente del torturato, facendo divenire il dolore l’essenza stessa dell’individuo. Il tempo del dolore non ammette scansione, non ha intervalli: esso scorre liquido e impalpabile, incurante delle fratture dettate dalle lancette. All’interno della cella il tempo del dolore, infinito e circolare, la fa da padrone: solo perseverando nella magia del racconto i prigionieri ne spezzano la tirannia, ripristinando i ritmi della vita.

I nostri movimenti erano diventati piú lenti in quella cella sotterranea, i nostri corpi piú pesanti. Le nostre menti, abituate al ritmo del mondo esterno, vacillavano nel tentativo di adattarsi a quel posto. Ci sentivamo estranei alla nostra voce. Le nostre orecchie rimbombavano al minimo tintinnio metallico. Le nostre dita magre si muovevano al buio come se non ci appartenessero. Avevamo piú difficoltà a riconoscere noi stessi che gli altri. Che vita era quella? Di chi era quel corpo sottoposto alla sofferenza e quanta avrebbe potuto ancora sopportare? Il piú grande nemico era il tempo che si allungava con il suo fetido odore, si infilava nelle nostre carni come l’aratro che solca la terra, facendoci sanguinare sempre di piú.

Come in un moderno e quanto mai attuale Decamerone, Burhan Sönmez dà voce alla parte dimenticata di una città, ai suoi abitanti abbandonati nelle carceri e all’orrore di una storia che, purtroppo, si ripete. Sönmez scrive questo romanzo da autore e da protagonista di un’esperienza di negazione dei diritti civili vissuta in prima persona. Descrive Istanbul con una meraviglia e una sapienza antiche e dalle radici profonde, ricercando la poesia anche dove pare non esserci altro che il crimine. E la trova nel cuore degli uomini che sanno cantare, per mille e più notti, la libertà.

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© Martina Mantovan

 

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