Elena Varvello, La vita felice

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Elena Varvello, La vita felice, Einaudi 2016, € 18,50, ebook € 9,99

di Martino Baldi

*

Nell’agosto del 1978, l’estate in cui incontrai Anna Trabuio, mio padre portò nei boschi una ragazza.
Si era fermato col furgone sul ciglio della strada, prima del tramonto, le aveva chiesto dove stesse andando, le aveva detto di salire.
Lei accettò il passaggio perché lo conosceva.
Lo videro viaggiare a fari spenti in direzione del paese, ma poi lasciò la strada, prese un sentiero ripido e sconnesso e la costrinse a scendere, la trascinò con sé.

Elia ha sedici anni e vive a Ponte, un piccolo paese in mezzo ai boschi, con la madre Marta e il padre Ettore. È l’estate del 1978. Nel dicembre immediatamente precedente un bambino è scomparso nel nulla gettando nell’angoscia tutto il paese, che già viveva una crisi profonda dovuta soprattutto alla chiusura dello stabilimento che dava lavoro a gran parte dei suoi abitanti. Il padre di Elia è uno dei tanti che ha perso il lavoro e da quel giorno ha cominciato ad accelerare la sua deriva mentale dovuta a un disturbo bipolare.
L’estate del racconto è quella in cui Elia fa amicizia con Stefano, un coetaneo nuovo arrivato in paese, e si innamora di sua madre Anna Trambusti, che ha vent’anni più di lui ed è tornata a Ponte dopo esserne fuggita molti anni prima. Ma più di ogni altra cosa è l’estate in cui suo padre Ettore, all’apice del delirio paranoide, in una notte maledetta e allucinata, sequestra una ragazza. Una di quelle incrinature che minacciavano le vicende domestiche nei racconti d’esordio della Varvello, in L’economia delle cose, si è spalancata, si è fatta voragine e sembra poter inghiottire tutto. Elia si trova a precipitare violentemente fuori dall’ingenuità della giovinezza, teso tra la scoperta di sé, l’angoscioso tentativo di comprendere il comportamento paterno e quello di tenere integro l’amore che unisce la propria famiglia, di ricomporre la voragine.
In poche parole si potrebbe dire che La vita felice è un romanzo di formazione teso come un thriller, in cui la suspense è tutta nello stile, asciutto e scavato da vene di sgomento, speranza, incredulità e silenzio (e vedremo più avanti che non è solo un modo di dire). Sappiamo già tutto sin dalle prime pagine ma la tensione è implacabile, suscitata dal modo in cui la lingua della Varvello si tiene vicina al protagonista adolescente, a cui presta la voce nel lungo flashback con cui Elia stesso, trent’anni dopo, cerca di attraversare in direzione inversa, la più oscura linea d’ombra della sua esistenza.
L’attrazione che di pagina in pagina questo libro esercita nei confronti del lettore si deve soprattutto alla tensione di cui abbiamo detto, all’empatia che riesce a innescare nei confronti di tutti i personaggi, perfino nei loro momenti più terribili, e al modo in cui la narrazione attrae il lettore dentro di sé, in un certo senso facendogli spazio, portandolo direttamente in scena a condividere con i personaggi i loro sguardi nel buio e a provare sulla propria pelle l’inquietudine del cercare continuamente risposte senza averne di confortanti.
Sono tre i principali strumenti con cui la Varvello riesce a ottenere questo effetto.
Il primo è la struttura con cui costruisce l’intreccio. La due vicende principali (l’estate di Elia raccontata a partire da giugno e la notte maledetta del padre, una notte d’agosto) procedono e si avvicinano l’una all’altra a capitoli alterni (con alcune eccezioni, proficue soprattutto da un punto di vista ritmico, per esempio nel serratissimo montaggio alternato del capitolo IX). Il narratore è però in entrambi l’Elia ormai trentenne che può permettersi verso tutti i protagonisti di questa agghiacciante vicenda uno sguardo di vera compassione che nessun narratore esterno avrebbe potuto sostenere senza apparire ingenuo.
Il secondo è la voce. Elia non si limita a raccontare gli eventi secondo il proprio punto di vista o quello che sa. Attivando una profondissima immaginazione poetica, spesso e volentieri la voce e lo sguardo di Elia scivolano dentro i personaggi, con un uso magistrale dell’indiretto libero, leggendone i pensieri e soprattutto le paure e i disorientamenti, usando anche il corsivo (ma con delicata parsimonia) per dare corpo alle loro autointerrogazioni. A volte ci porta fin dentro le le loro fantasie ed allucinazioni, ma a piedi scalzi, quasi senza accorgercene, come nel bellissimo capitolo XIII, in cui, nel pieno della notte di delirio nel bosco con la ragazza, improvvisamente si inscena il ritorno a casa di Ettore, la richiesta di comprensione e perdono, il miraggio della pace.
La terza, e forse a prima vista più invisibile trave portante di questo sentimento di empatia, è il montaggio di silenzi e abbandoni con cui l’intera narrazione è suturata. Interroghiamo la nostra esperienza: quale situazione suscita in noi  una intensificazione dei sentimenti che proviamo nei confronti di qualcuno con la stessa intensità e ineluttabilità dei momenti di congedo? Quale condizione intensifica la nostra partecipazione emotiva alle sventure di altri quanto la loro solitudine?  Ecco, l’intero racconto di Elia è continuamente costellato da congedi e silenzi. I personaggi si toccano, si sfiorano, si dicono quello che devono dirsi e poi continuamente si abbandonano l’un l’altro nel silenzio. È una vera e propria danza degli addii e dei silenzi quella che si inscena in questo libro. Sono decine e decine i paragrafi che si concludono con un congedo e con uno dei due personaggi che resta solo a fissare l’ombra, o il buio, o la natura muta, o l’altro che svanisce nel buio come in una dissolvenza, espandendo così il silenzio su tutto lo spazio bianco che separa un paragrafo dall’altro. E come in una inquadratura cinematografica in soggettiva che, una volta conclusa l’azione, indugia sul nulla, noi siamo dentro gli occhi del personaggio che guarda il nulla dalla sua solitudine, che cerca davanti a sé e dentro di sé qualcosa che non trova. Lo spazio tra un paragrafo e l’altro allora non è più semplicemente un salto temporale o un’interruzione del racconto in un luogo in attesa di riprenderlo altrove, non è più solo montaggio; è silenzio vero, palpabile, un silenzio che si espande, ci afferra, ci invade e fa di noi lettori un tutt’uno con chi lo sta vivendo lì, sulla pagina.
Molte altre cose ci sarebbero da dire, volendo intrattenersi su questa opera che si presta a mille attraversamenti. La vita felice è un modo di raccontare i mostri della nostra coscienza e i mostri della cronaca di tutti i giorni in un modo diverso; è una interrogazione sul senso e sui limiti dell’amore e su quelle armi a doppio taglio che sono la perseveranza e la dedizione all’amore; è un romanzo sull’amicizia; è una storia che ci dice che gran parte del senso dell’esistenza è racchiuso in quella vicenda che si dipana tra il momento in cui facciamo a brandelli l’idea che abbiamo di chi ci ha dato la vita e il momento in cui quei brandelli dobbiamo necessariamente ricomporli; ed è, infine, anche una meditazione sulla scrittura, sulla narrazione e sull’immaginazione, su come siano e restino un modo profondo e di stupefacente efficacia per fare i conti con noi stessi e portare il saldo a credito non solo nostro ma di chiunque abbia la pazienza di sostare con le nostre storie; e farsi a sua volta commuovere e interrogare da loro.

© Martino Baldi

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Nota: le recensioni di Martino Baldi vengono pubblicate in accordo con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia

 

 

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