«Perché andate?» Sulla poesia di Anna Maria Carpi

Anna Maria Carpi, Venezia, foto di Gianni Montieri

Anna Maria Carpi, Venezia, foto di Gianni Montieri

«Perché andate?»
Sulla poesia di Anna Maria Carpi

di Anna Di Meglio Copertino

*

«Credeva in Dio?/ Penso di no, e anche poco negli altri./ Era un po’ disumana» (da L’asso nella neve,  p. 175).
Quasi un epitaffio, il commento alla propria vita perduta, reso in vita dalla sedicente defunta Anna Maria Carpi, che denuncia di sé una dura scheggia di verità. Dal non credere, in Dio, negli altri, nell’individualità differenziata e molesta, da una certa disumanità nascerebbe la poesia della Carpi? Non sarebbe una negazione in sé? Ma non è la lirica, persino quando tende al minimalismo o al nichilismo, la massima espressione d’umanità?
Abbandoniamo per il momento questa traccia che abbiamo posto come introduzione e insieme epilogo, quasi “esiziale”, all’opera della nostra autrice.
Da una lacerazione interiore e dalla volontà di superarla andando verso “l’altro” nasce anche la poesia, dichiara Paul Celan, un poeta ben noto alla Carpi, in Meridiano, il discorso da lui pronunciato in occasione del premio Georg Büchner di cui venne insignito nel 1960. Celan pone il dire artistico come «tentativo disperato di trasformare l’orrore assoluto in immagini e linguaggio», l’orrore scaturente da vicende esistenziali private (abusi subiti nell’infanzia) e pubbliche (la brutalità del nazismo), dinanzi al quale avverte per sempre l’inadeguatezza della resa espressiva. Il dire trova la sua unica possibilità nel dialogo fra un “io”, che già non è più il poeta, cui, scritta, la parola poetica cessa di appartenere, e un tu, l’altro, al quale la linea del Meridiano che abbraccia la Terra, luogo della poesia, lascia, prima di tornare a  sé, dopo aver percorso luoghi ed eventi esterni, un’apertura a semicerchio: «Uno spazio per il fiato, che vada verso l’altro, senza calcolo di profitto.» Tragica nobiltà di Celan, pronta a sacrificare la parola fino all’oscurità e al silenzio (Argumentum e silentio), pur di testimoniare la duplicità dell’alterità.

Altri autori potrebbero esser citati come elemento di confronto con la nostra, da Caproni, a  Saba, a Szymborska, talora, appunto, per la lacerazione interiore e la tensione verso l’altro (Celan, Saba) talora per la resa espressiva, spezzata o altalenante, ma anche caratterizzata da chiarezza del lessico fino alla vicinanza ai modi della prosa e del diario (Caproni, Penna, Szymborska ). Tirando, tuttavia, le fila del confronto appena disegnato, senza dilungarmi, dirò soltanto che c’è una qualità del dire poetico della Carpi senza dubbio  originale rispetto a questi e ad altri autori citabili.
La “macchia” originaria, come lei la chiama, della propria esistenza individuale tende, sì, a rintracciare la propria possibilità di salvezza e di stato di grazia nel rincorrere l’altro, dichiarandogli il proprio “amore” e il bisogno di essere “amata”, “vista, vista, vista”, “capita” finalmente e assolta, senza un perdono che la sua anima scontrosa scettica impaziente disdegnerebbe.
Le affinità con Celan si rilevano davvero limitate. A una lettura superficiale e buonista, o mistica o romantica o idealistica, la tensione verso l’altro, con tutta una serie di attributi e aspetti lievi e sognanti, la luce, il tenue e discreto paesaggio autunnale o il nitore della neve e della brina, il pigolio dei passeri, il gioco di bimbi e cuccioli di animali, o il calore del camino mentre fuori è buio e gelo, potrebbe configurarsi come superamento della chiusura in se stessa, verso una generosità e disponibilità al dialogo e al confronto, alla comprensione, ispirate ad autentico interesse per l’umanità.
Niente di più falso e banale. La caratteristica precipua, innocente e cruda, al tempo stesso, è una candida, disarmante e inquietante, più negli esiti che nelle pur drammatiche origini, “disumanità”, appunto, una certa mancanza di “interesse socio-culturale” verso l’altro, reso oggetto salvifico, che ha una sua ragione di essere e magari una delicata resa edonistica per l’effetto appagante che si sprigiona dai sensi.
Per Celan come per Durs Grünbein (tradotto dalla Carpi), per Saba (vedi «O mio cuore dal nascere in due scisso/ quante pene durai per uno farne!/ Quante rose a nascondere un abisso», in Secondo Congedo; oppure «Non somigliare, ammoniva, a tuo padre/ ed io più tardi in me stesso l’intesi:/ eran due razze in antica tenzone», in Mio padre è stato per me l’assassino) – per la Carpi stessa esiste una “ferita originaria” che ha prodotto un’esistenza dimidiata. E nella Carpi, personalità dai moti talora scontrosi o impazienti, segnata da scarti emotivi, da un’ironia amara e da scetticismo, ne viene una scrittura che fa incursioni nella prosa, nel diaristico e in incidentali squarci di grazia, senza ragione vera – questi ultimi senza un percorso che li giustifichi fino in fondo.

Fabio Pusterla, che cura l’introduzione del libro di più recente pubblicazione della Carpi, E io che intanto parlo, ipotizza: «Il desiderio e non la disperazione sembra essere il motore della parola poetica» e, ancora, che la poesia nasca dalla difficile dialettica tra i due poli, effettivamente fondanti, dell’io e dell’altro, che prova ad unirli, «nel tentativo quasi eroico di saldare in qualche modo l’io agli altri, la vicenda individuale a quella collettiva», con il configurarsi di «due orizzonti impossibili “gli altri” e “Dio”.»
Pusterla e così pure l’attento Italo Testa, altro commentatore di “Atelier” (7, 2014), individuano con cura i nodi centrali della poetica della scrittrice. A mio parere non si può tuttavia definire eroico il tentativo di congiungere l’io individuale e quello collettivo, colmando distanze abissali. La parola “eroismo” coniuga alla fatica e al dolore una connotazione ideale di spirito di sacrificio e di abnegazione che ritengo manchi del tutto in questi versi e nelle intenzioni che li animano. «Alzo gli occhi, vi guardo: non vedete?/ Sono negata al tragico» (da L’animato porto).
Il nomadismo di luoghi e tempi e frequentazioni culturali, di cui parlano i due recensori, effettivamente caratterizza questa esperienza e si traduce, in termini lirici, in “nomadismo di ritmo e sintassi”: versi piani, comprensibili, tradizionali, accanto ad altri singhiozzanti o doppi, stipati di termini colloquiali che li avvicinano alla prosa e rendono il senso di fatica e concretezza del quotidiano, accanto a parole-accampamento o parole-tenda (il Zelt-Wort di Celan, esplicitamente ricordato in Compagni corpi). Presente ovunque il tema del viaggio, con affinità a Caproni (il viaggio in treno), amato e ricercato come salvifico, grazie alla dimensione silente della condivisione del percorso con gli “altri”. Ma dove porta tale viaggio? Quale lo scopo del nomadismo, di tanto girovagare, in treno o in metropolitana, ma anche in stazioni, bar, case altrui, ricoveri occasionali, preziosi solo perché tali, dove manca ed è bene, è necessario manchi, il tempo necessario a macchiarsi dell’identità originaria della scrittrice, della sua esistenza, passata soprattutto, che lei vorrebbe dimenticare, cancellare, annullare («Io-sciagura, io mio unico male/ basta, basta con me»), ma cui pure ostinatamente, talora delicatamente talaltra arrogantemente, si aggrappa («è questo debole scintillio di esser  me, me sola/ e non voler la fine»).

L’approdo cui la Carpi tende con le sue forze non è ignoto alla sua coscienza: ne ha lucidissima consapevolezza, e razionalmente e quasi spudoratamente lo dichiara.
Testa parla di «abbandono all’estraneo», ma ciò non si realizza. «A scuola da Grotovski/ c’era un primo esercizio per l’attore,/ era buttarsi indietro fra le braccia aperte dei compagni./ Senza guardare?!/ io mi metto a sedere./ Pollice contro pollice mi osservi,/ a testa bassa, buono, un po’ avvilito:/ Lei vuol sempre guardare, questo è il male./ Ti abbraccerei:/ come l’hai capito?» (Compagni corpi, p. 38); «La fiducia negli altri è stata un’orgia», ma «dopotutto è immorale, è come vivere/ alle spalle degli altri – e però ci ricadi» (da E tu fra i due chi sei, p. 118).
Benché desiderato, non è possibile l’abbandono all’altro: manca la fiducia, che l’altro non si è guadagnato nell’età di formazione dell’io. L’altro, come parte intimamente legata al sé, padre e madre, antagonisti fra loro: «Casa non vera,/ casa dell’abbandono, i letti disfatti (il disordine originario) fino a sera/, nessuno che compra da mangiare». Lui, da una parte, nel suo mondo, lei, dall’altra, altro universo, incomunicabili e, costretti assieme, “due belve”, fra sfuriate e accuse devastanti di fallimento, scagliatesi l’uno verso l’altra, reciprocamente.
Ma non degno di fiducia anche l’altro fuori dalla dimensione familiare: «E il mondo umano? C’era una volta, in un paese lontano».
L’altro deludente, anche quando avrebbe dovuto capire, sentire intimamente: «Anche tu Luca, Tommasino o Piero,/ anche da te, dottore,/ era così: si sente.» Da notare la familiarità resa dai nomi propri, e quell’anche è un terribile tu quoque, la porta di una solitudine di incomprensione, da cui la Carpi non sarebbe mai più evasa, sviluppando sfiducia progressiva, impazienza, scetticismo, cinismo. L’altro, che non è presente a sostenere un io fragile e bisognoso, ma è così invadente da rivolgere domande imbarazzanti e dolorose, cui una bimba vorrebbe sfuggire, pur rispondendo in difesa dell’indifendibile con calore e foga di cucciolo ferito: «Io all’inumana domanda/ ‘che fa tuo padre?’/ dovevo dire ‘scrive’,/ e all’adulto che insiste: ‘ed è anche affermato?’/ grida ‘non so’ il mio io torturato./ E di questo vivete?!/ Sì, dico io con foga, / sì, e di pesca e di caccia» (p. 31).
Da allora chiusura e paura del giudizio e sospetto. E desiderio che qualcuno torni a vedere l’innocente che è in lei, la “bimba”: la figura del bimbo torna più volte e mescola la sua voce a quella più disincantata e amara dell’adulta, un po’ alla maniera pascoliana, librandosi talvolta in un miracolo di luce, in un vetro terso, nella fusione con ciò che si qualifica come natura, gatto, passero, albero, neve, brina, vento, pioggia, con quanto sia privo di ragioni, privo di giudizio.
Compagni corpi vuol dire, afferma correttamente Italo Testa, «una versione teriomorfa» dell’essere, come «nell’ungarettiano “fratelli”». L’invisibile chiede: «Siete vivi, fratelli?/ Risponde un pigolìo, i passeri poltroni» (da L’asso nella neve, p. 24). «Uccelli di passo, posati sui tetti vicini,/ sogni nel maltempo,/ nel grigio precoce della pioggia,/ amichetti, fratelli/ di sventura e di gioco» (p. 174). Uomo e natura si incontrano in un punto che è l’indifferenziato e nell’indifferenza, dove la liberazione impossibile dal sé viene resa possibile dall’assenza di logica, della compromissione delle relazioni approfondite, in un calore corporeo non compromettente, né pesante, il “giubilo di essere nessuno”.
«La stranezza dei corpi non mi sazia,/ fosse per mille e una notte/ mai mi vien sonno quando li guardo./ È di parlare/ che non ho più voglia» ( p. 67).
Essere viaggiatori senza bagaglio: «una casa altrui per esempio,/ un letto, un tavolo/ e la mia roba sulla sedia» (da A morte Talleyrand, p. 25); «Perché tutto si trova ovunque,/ i libri migliori/ li stavano leggendo gli altri/ e li ho presi da loro, / i miei simili erano gli ignoti/ o quelli che ho solo sognato, /e solo il caso era grazia» (p. 26).
Amore diventerà una dimensione mai davvero realizzabile. «Era questo l’amore?/ E tu chi era?/ Era nessuno» (p. 102); «Ho un matrimonio in cui si va d’accordo/ sulla guerra in Iraq, non su di me» (ivi, p. 122). Amore sarebbe avere dall’altro la garanzia della propria immortalità: «Amore è dire all’altro non hai fine./ O io sono immortale oppure niente» (p. 148).
Anche il tempo trascorso con gli amici è un tempo sprecato. Irritazioni di relazioni e discorsi vacui, che portano allo stizzito augurare loro ogni sorta di mali. Il tempo, sotto lo sguardo ansioso che genera la prospettiva della morte, è già e sempre perso, mentre si vive senza costrutto, senza saper come utilizzare e perché. Non è la prospettiva temporale dei “padri”, quella fondata su ideali che avvalorano la fede nel passato come insegnamento, proiettando una luce salvifica sul futuro. È piuttosto una voce cupa, indistinta, ghignante e minacciosa, come in questi versi da fiaba noir:

O prima o poi, ridacchia il vento
su per la cappa  “è tardi, è tardi…
Parole-avanzi,
lo sporco nel camino dopo il fuoco- e nulla,
nulla mi rassicura,
e mi divora
non sapere chi sono.

(da Compagni corpi, p. 69)

Io in verità non comprendo
cosa sia tutto questo che vedo, “Cose infantili,
ah, tutto infantile sino alla morte –
e non c’è più tempo.

(ivi, p. 70)

L’incomprensione esistenziale viene percepita come incapacità legata ad una visione eternamente infantile. Perché a cosa è servito esser divenuti adulti, aver accumulato esperienze, aver “letto tutti i libri”, come Faust, se il mondo è rimasto misterioso e la vita senza un senso? La disarmata fragilità dell’infanzia si è unita al peso della consapevolezza del tempo perduto, acquisita dall’adulto. Manca la dimensione dell’assoluto: «Non sono ebrea io, Ancel,/ io non sono per la verità,/ io sono/ figlia del giorno in cammino/ da est a ovest,/ figlia della Conquista» (p. 72). E, altra importante dichiarazione: «Alzo gli occhi, vi guardo; non vedete?/ Sono negata al tragico…» (da L’animato porto, p. 53).
La massima aspirazione, un’ossessione diventa “esser capita”, nell’intimo. Possibilmente in uno sguardo muto e avvolgente, che superi scorie e stratificazioni e punti all’intimo germe, infantile e innocente, cui non è stata mai data la possibilità di sbocciare. L’altro, quasi mineralizzato, tuttavia deve restare anche e in qualche modo umano, sì da avvalorare l’esigenza interiore di non esser sola. Aspirazione non è vivere con l’altro e davvero interagire, conoscere, tollerare, bensì compiere cammini in silenzio ignari di tutto se non dell’essere vivi e dolenti, fino al morire insieme, per un evento accidentale comune o per un suicidio, di cui si sa di essere incapaci. Benché odiata e disprezzata nell’altro, la conservazione del sé impera.
Una cifra che qualifica l’ambientazione lirica della Carpi è poi, in positivo, rappresentata dagli esterni, paesaggi naturali, soprattutto umbratili, ovattati, rarefatti, autunnali o invernali, neve e nebbie, e luci filtrate e sottili e filtranti, e respiri di cielo. Un freddo che suggerisca la tensione dei viandanti della vita ad aggregarsi traendo il buon calore corporeo l’uno dall’altro.
Gli interni come “casa” del proprio antico io rappresentano, invece, il negativo, pareti in cui appaiono macchie e muffe fungine di ricordi dolorosi, dove il caos di un tempo non è mai stato risolto, dove la protagonista sente di non aver saputo operare il riscatto dal peccato originale. Dove i morti, ancora in maniera un po’ pascoliana, ritornano appesi a fili sottili di mancata redenzione, scuotendo il capo scontenti e preoccupati dell’esistenza inadeguata della propria semenza.
A consolare restano solo le stazioni, i caffè di sera o all’alba, quando le macchine del caffè vanno in pressione, i treni, i metrò, le navi nel mare immenso, le tende nel deserto… i luoghi collettivi: «Perché andate? Vi prego, non andate!/ Restiamo assieme – dov’è chi potrebbe/ uno per uno mai consolarci?» (da Compagni corpi, p. 80).

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© Anna Di Meglio Copertino

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13116534_10208004500143613_2917442016587971773_oAnna Maria Carpi
E io che intanto parlo
(Poesie 1990-2015)

Marcos y Marcos, 2016

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