Ivan Ruccione, Partenze

Berlino, foto gm

Berlino, foto gm

Ivan Ruccione, Partenze

*

Mamma sta togliendo i petali secchi attorno alla foto di mia sorella, sul ripiano del comò, quando bussano alla porta. Si gira verso di me e senza dire niente mi fa cenno di andare a vedere; ha i capelli così sporchi che non si muovono di un millimetro. È tutta bagnata in viso, i suoi occhi azzurri sembrano fondi di bottiglia rotti.
Lo spioncino ingrandisce la stempiatura del signor Santi e così apro. Ci scambiamo i convenevoli di rito, e poi mi allunga la busta che stringe la sua mano tremante.
Quando torno in soggiorno, mamma è ancora piantata con le sue gambe robuste davanti alla foto, guarda il soffitto. La luce dell’abat-jour fa brillare i capelli unti che aderiscono perfettamente al cranio e le lacrime che circondano i nei all’angolo della bocca. Sembra coperta di alghe e balani, come una creatura emersa dalle profondità marine dopo chilometri di apnea. Ora ha esaurito la dose di lacrime e le rimangono solo due piccoli cieli tersi nei quali vorrebbe volare.

– Chi era? – mi chiede, dopo aver asciugato il viso con un fazzoletto.
– Il padrone di casa.

Le vado incontro e le consegno la busta delle spese condominiali.

– Dai, – mi dice con un filo di voce. – Ora è meglio che tu vada.

La seguo in cucina e mi siedo sulla sedia. Sul tavolo c’è una sportina gonfia di abiti puliti. Mamma chiude col coperchio un contenitore pieno di polpette al sugo e gli dà un giro di pellicola.

– Sarà contento, papà, – le dico.
– C’è anche l’insalata di pasta.

Apre il mobile sotto il lavandino e prende dalla scatola un’altra sporta che ha piegato fino a farla diventare un triangolo. Dopo averla spiegata ci infila dentro il contenitore delle polpette e quello della pasta.

– Un’altra cosa, – dice, mentre annoda i manici.

Esce dalla cucina e torna dopo un attimo.

– Dagli anche questo, – mi raccomanda.
– Ma non ce l’ha già?
– L’ha perso.

Afferro il tagliaunghie e me lo ficco in tasca. Indico gli abiti puliti dentro la sporta e le dico:

– Me li dai sempre ma alla fine tiene addosso gli stessi.
– Se non li vuole riportali indietro, – dice. – Glieli fanno sparire.

Mamma mi dà le spalle per andare ai fornelli. Toglie il mestolo dal bordo della pentola e lo appoggia nell’acquaio del lavandino. Mi alzo e raccolgo nella mano destra i manici delle sporte.

– Aspetta, – dice mamma.

Con un tozzo di pane pulisce il fondo della pentola dal sughetto e me lo avvicina alla bocca.

– Grazie, – dico, prima di farmi imboccare.

Mamma prende dieci euro nascosti sotto il cesto della frutta e me li infila nella tasca dove ho messo il tagliaunghie.

– Dagli anche questi, – dice. – Non voglio che si metta a fumare le cicche trovate in giro.
– Buonissimo, – dico, con la bocca ancora piena. – Buonissimo questo sughetto.
– Ora vai, – mi fa mamma, accarezzandomi una guancia. – E torna subito.

Mi accompagna alla porta e mi dà un bacio dopo averla aperta.

– Salutamelo, – dice. – Digli che passerò presto.

Cammino verso la stazione a testa bassa, sotto un cielo che non m’importa come sia. Questa strada devo averla battuta avanti e indietro un milione di volte. So a memoria la successione dei cubi di basalto saltati via dal pavé, la varietà di bestemmie dei motociclisti e le oscillazioni del marciapiede lastricato.
Entro nella sala d’attesa e porto un pugno alla bocca per schermare un colpo di tosse. Sento lo scoppio di una risata e la coda di una conversazione. Aggrotto le sopracciglia pensando che ce l’abbiano con me, ma quando alzo la testa capisco che non è così. Sono due ragazze di colore che se la contano nella loro lingua e non credo sappiano chi io sia.
Qui sanno quasi tutti chi sono. Mia sorella ha passato gran parte della sua giovinezza sulle banchine della stazione. Camminava avanti e indietro cercando qualcuno che andasse con lei nel vagone dai vetri rotti sul binario morto.
Entro nel bar, e al bancone appoggio le sporte a terra. La commessa si avvicina per chiedermi cosa gradisco. È una ragazza sui vent’anni e mi sembra molto carina. Bei seni. È il suo primo giorno, ne sono sicuro, perché non l’ho mai vista. Mi fa pensare a mia sorella, anche se non si somigliano per niente. Ma quasi tutto mi fa pensare a lei.

– Avrei bisogno di due Moretti, per cortesia.
La ragazza mi sorride e dice: – Subito!

Mi defilo verso la cassa con le mie sporte e lascio il posto ad altri clienti. Seduto sul trespolo dietro alla cassa c’è Alfonso, il proprietario del bar. È un signore sulla sessantina, con occhiali spessi e baffi ingialliti dal fumo. Porgo ad Alfonso una banconota da venti euro presa dal mio portafogli.

– Anche un pacchetto di Lucky Strike, – gli dico.
– Come andiamo? – mi fa, prima di ruotare sul trespolo in cerca delle sigarette.

La ragazza richiama l’attenzione di Alfonso per chiedere dove sono le birre.

– Laggiù, – le dice, indicando uno sportello del banco frigo.

Alfonso mi dà il resto e mi chiede che c’è oggi di buono.

– Polpette, – gli faccio. – E insalata di pasta.

La ragazza torna al bancone con le birre e si guarda in giro con aria spaesata.

– Qui, – le dice Alfonso. – È qui il ragazzo.

Alfonso fa cadere il pacchetto di sigarette nel sacchetto delle birre prima che la ragazza me lo consegni facendole tintinnare.

– Grazie! – mi fa, tutta sorridente. – E arrivederci!

La ringrazio anch’io sorridendo e li saluto.
Esco dal bar e guado il fiume di pendolari che attendono il treno del ritorno. Mi divincolo dalla calca mentre la campanella che ne annuncia l’arrivo inizia a trillare. Proseguo lungo la banchina del binario uno, lasciandomi l’edificio alle spalle, ed entro in uno slargo erboso. Cammino sotto una fila di pini, scalciando pigne e sollevando nugoli di aghi secchi. Supero l’altezza in cui si fermerà la locomotiva, cammino contro una leggera brezza che ha iniziato a soffiare. Il sole sta tramontando dietro al vagone sul binario morto, e pallide frecce di luce attraversano i vetri rotti per colpirmi.

Papà è al solito posto, seduto a terra con Mosul, accanto al palo che segnala il metanodotto.

– Figliolo, – mi dice, appena lo raggiungo.
– Ciao, pa’. Ciao, Mosul.

Mosul mi saluta con un sorriso sgangherato. Mosul non è il suo vero nome. Lo chiamiamo così perché è un rifugiato iracheno, clandestino, e arriva proprio da Mosul. È un ragazzo bruniccio, piuttosto basso e introverso. Mastica un italiano essenziale composto di pochissimi lemmi.

– Mosul, – dice. – Questo è mio figlio.
– Papà, – dico. – Lo sa bene chi sono. Ci presenti ogni giorno.

Papà ride e tira una gomitata a Mosul. Si sporge verso di lui.

– E allora aspetta che ti presenti mia figlia!

Papà ha perso ogni traccia della sua voce stentorea. Ora, quando parla, nella sua gola sembra che si stia accartocciando un foglio.

– Queste sono per voi, – dico, allungando il sacchetto delle birre.

Gli occhi di papà tremano e non so nemmeno come facciano. Sono vuoti di tutto, da quel giorno è spirato da lì.

Fa leva con l’accendino per stappare la bottiglia e la offre a Mosul. Mosul lo ringrazia facendo un cenno col capo e alzando la birra a mezz’aria. Il mio vecchio stappa la seconda e si attacca a dare lunghe sorsate. Inclina la testa lentamente, sollevando il gomito. La birra gli cola sulla barba e i vestiti sporchi. La brezza fa arrivare sotto il mio naso una zaffata di sudore.

– Dormite ancora lì? – chiedo a Mosul, indicando il vagone dai vetri rotti sul binario morto.

Mosul fa segno di non capire.

– Dormire, – dico. Congiungo le palme delle mani e appoggio una guancia sul dorso. Chiudo gli occhi. – Dormite sempre lì? – dico, dopo averli riaperti.
– Dormire, – dice Mosul. – Dormire! Sì, sì!

Papà finisce la birra e si lascia andare indietro sull’erba intrecciando le mani dietro la nuca. Si appoggia all’edera che avviluppa il muro. Adagio accanto alle sue gambe il sacchetto con le polpette e la pasta.

– Qua c’è la cena, – gli dico.

Papà fa uno scatto e punta un dito davanti a lui.

– Mosul! – urla. – Uccello! Quello è un uccello!

Mosul guarda la cornacchia che zampetta, sorride.

– Ugello, – ripete Mosul.
– Uccello! – lo corregge papà.
– Ucello, – fa ancora Mosul.

Mi accoscio per dare un bacio al babbo.

– Ho dei panni puliti, – gli dico. – Li vuoi?
– Panni puliti? – mi fa. – E a che mi servono?
– Vado, – gli dico. – Ti saluta mamma.
– Appena arriva torniamo a casa, – dice papà.

La campana del passaggio a livello non molto distante da qui si mette a suonare. Riesco a vedere i pedoni e le auto che si affrettano ad attraversare prima che le sbarre si abbassino.

– A domani, – dico a Mosul. – Ciao.

Mi avvio verso l’uscita mentre papà se ne sta con lo sguardo fisso sui binari, nel punto in cui spariscono dietro la curva. Infilo le mani in tasca, la sporta dei panni legata al polso dondola attorno al ginocchio. Sento tra le dita il metallo del tagliaunghie e la carta della banconota, ma non ho voglia di tornare indietro. Penso a mia sorella, e a mio padre che la aspetta. Io lo so che non tornerà più, ma questo una volta lo sapeva anche lui.
Si chiamava Alessandra e aveva ventidue anni quando ha deciso di andarsene col treno delle diciotto e dieci. Dicono di aver trovato la sua testa ai piedi del pendio, in un cespuglio di fiori selvatici. Spero sia finita davvero lì. Le piacevano tanto.

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© Ivan Ruccione

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Nota biografica:

 

 

Ivan Ruccione è nato a Vigevano (PV) nel 1986. Nel 2012 una selezione delle sue prime poesie è stata inclusa nell’antologia collettiva Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo (Bel-Ami edizioni), a cura di Silvia Lombardo. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Nazione Indiana da Francesco Forlani, su Altri Animali dalla redazione di Racconti edizioni e su Grafemi da Paolo Zardi. A gennaio del 2017 uscirà il suo primo romanzo, “A fuoco vivo”, edito da Miraggi edizioni. Lavora nella cucina di un’osteria.

 

 

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