ProSabato: Heinrich Böll, Il destino di una tazza senza manico

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Heinrich Böll, Il destino di una tazza senza manico

Sono fuori, in questo momento, sul davanzale della finestra e mi riempio lentamente di neve: la cannuccia di paglia si è gelata nell’acqua e sapone, dei passeri saltellano attorno a me, rozzi uccelli che si azzuffano per una briciola di pane sparsa per loro: e io tremo per la mia vita, per cui ho già tanto spesso tremato. Se uno di questi grassi passeri mi urta, cado giù dal davanzale, sulla striscia di cemento – acqua e sapone resteranno come un qualcosa di ovale, gelato e la cannuccia si piegherà – e i miei cocci li getteranno nella spazzatura.
Attraverso i vetri appannati vedo splendere pallide le luci dell’albero di Natale, sento piano la canzone che si canta dentro, le zuffe dei passeri coprono tutto.
Nessuno, là dentro, sa naturalmente che io sono nata esattamente venticinque anni fa sotto un albero di Natale e che venticinque anni sono un’età incredibilmente avanzata per una semplice tazza da caffè: le creature della nostra razza che senza essere usate sonnecchiano nelle cristalliere, vivono molto più a lungo di noi, semplici tazze. Eppure sono sicura che della mia famiglia non vive più nessuno, che i miei genitori, i miei fratelli e sorelle, addirittura i miei figli sono morti da tempo, mentre io devo compiere il mio venticinquesimo compleanno sul davanzale di una finestra ad Amburgo, in compagnia di passeri litigiosi.
Mio padre era un piatto da dolci e mia madre una rispettabile vaschetta per il burro: avevo cinque tra fratelli e sorelle, due tazze e tre piattini, ma la nostra famiglia restò unita solo poche settimane: la maggior parte delle tazze muore giovane, di morte improvvisa e così due dei miei fratelli e una delle mie care sorelle, già a Santo Stefano caddero dalla tavola. Presto dovemmo dividerci dal nostro amato padre: in compagnia di mio fratello Joseph, un piattino, accompagnata da mia madre, viaggiai verso il sud. Avvolti in carta da giornale, fra un pigiama e un asciugamano di spugna, andammo a Roma per servire il figlio del nostro padrone che si era dato allo studio dell’archeologia. Questo periodo della mia vita – “i miei anni romani” – fu per me di grandissimo interesse.
Dapprima Julius, così si chiamava lo studente, mi portava con sé alle Terme di Caracolla, resti di mura di un enorme stabilimento balneare: là, alle Terme, feci amicizia con una bottiglia-thermos che accompagnava me e il mio padrone al lavoro. La bottiglia-thermos si chiamava Hulda; spesso restavamo insieme a lungo sull’erba, mentre Julius lavorava con la vanga: più tardi mi fidanzai con Hulda, la sposai durante il secondo anno del mio soggiorno romano sebbene dovessi subire i violenti rimproveri di mia madre che riteneva indegno di me il matrimonio con una bottiglia-thermos. Mia madre era strana, comunque: si sentiva umiliata perché era usata come scatola da tabacco e così il mio caro fratello Joseph che considerò una offesa estrema venir abbassato al ruolo di portacenere.
Vissi con Hulda, mia moglie, mesi felici: imparammo a conoscere tutto quello che anche Julius scopriva, la tomba di Augusto, la Via Appia, il Foro Romano, anche se di quest’ultimo mi restò un triste ricordo perché qui Hulda – la mia consorte amata – venne distrutta dal lancio di una pietra di un ragazzetto romano. Morì per un pezzo di marmo grosso come un pugno, proveniente da una statua delle dea Venere.
Al lettore ancora incline a seguire i miei pensieri, dotato di tanto cuore da concedere anche ad una tazza senza manico saggezza di vita e sentimento di dolore – posso ora comunicare che i passeri hanno beccato da tempo le briciole e che per me non esiste immediato pericolo di vita. Nel frattempo sui vetri appannati, si è formato un tondo lucido – della grandezza di un piatto – e dentro riesco a vedere chiaramente l’albero, vedo anche il viso del mio amico Walter che schiaccia il naso contro il vetro e mi sorride.
Walter, mezz’ora fa, prima che iniziasse la festa coi regali, ha fatto le bolle di sapone, ora mi indica col dito; suo padre scuote il capo, accenna col dito al trenino nuovo fiammante che Walter ha avuto in regalo, ma Walter scuote la testa e io so – mentre il vetro si appanna di nuovo che al più tardi fra mezz’ora sarò di nuovo dentro, nella stanza…
La gioia degli anni romani fu oscurata non solo dalla morte di mia moglie, ma ancora di più dalle stranezze di mia madre e dalla insoddisfazione di mio fratello che la sera, quando ci ritrovavamo insieme nell’armadio, si lamentavano di non essere apprezzati e riconosciuti nella loro vera funzione e vocazione.
Pure anche per me si andavano preparando umiliazioni che una tazza cosciente può sopportare solo a fatica: Julius mi usava per bere cognac! Dire di una tazza: “Da quella si è già bevuto cognac” equivale a dire di un uomo: “È stato in cattiva compagnia.” E solo stata usata molto per bere cognac! Furono tempi di umiliazioni che durarono finché in compagnia di un dolce e di una camicia, non venne spedito da Monaco a Roma uno dei miei cugini, un portauovo. Da quel giorno in poi il cognac si bevve dentro mio cugino e io venni regalata da Julius ad una signorina che era venuta come Julius a Roma, per la stessa ragione. Se prima, per tre anni, dal davanzale del nostro appartamento romano potevo vedere la tomba di Augusto, adesso cambiando casa, per i due anni seguenti guardavo – dal mio nuovo appartamento – verso Santa Maria Maggiore. Nella mia nuova condizione ero sì divisa da mia madre ma servivo al mio primo vero scopo: a bere caffè, mi si lavava due volte al giorno e abitavo in un grazioso armadietto antico.
Anche qui non mi furono risparmiate le umiliazioni: la mia compagnia, in quel grazioso armadietto era una Hurz! Tutta la notte e molte, molte ore del giorno – e questo per due anni – dovetti sopportare la compagnia della Hurz. La Hurz era della razza di quelli di Hurlewang, la sua culla si trovava nel castello avito degli Hurlewang a Hürzenich sulla Hürze e aveva novant’anni! Pure durante i suoi novant’anni aveva vissuto ben poco.
Alla mia domanda perché restasse sempre nell’armadio, rispose superba: “Una Hurz non serve per bere!” La Hurz era bella, di un delicato bianco grigio con dipinti dei piccoli puntini verdi e ogni volta che la scioccavo, impallidiva, tanto che i puntini verdi diventavano ben visibili. Senza intenzione malvagia la scioccavo spesso: cominciai con una domanda di matrimonio. Quando le offersi il mio cure e la mia mano diventò così pallida che temetti per la sua vita, poi sussurrò: “La prego, non ne parli mai più: il mio fidanzato sta in una cristalliera ad Erlangen e mi aspetta.” “Da quanto tempo?” domandai. “Da vent’anni,” disse, “ci siamo fidanzati nella primavera del 1914, ma venimmo bruscamente divisi. Passai la guerra nella cassetta di sicurezza alla banca di Francoforte, lui nella cantina della nostra casa di Erlangen. Dopo la guerra, in seguito a liti di eredità, andai a finire in una cristalliera a Monaco. La nostra unica speranza è che Diana – così si chiamava la nostra signora – si sposi con Wolfgang, il figlio della signora di Erlangen, nella cui cristalliera si trova il mio fidanzato, così saremo di nuovo uniti nella cristalliera di Erlangen”. Io tacqui per non offenderla ancora, poiché avevo naturalmente notato da tempo che Julius e Diana si erano avvicinati l’uno all’altra. Diana aveva detto a Julius durante una gita a Pompei: “Beh, sa, io ho una tazza, ma una di quelle in cui non si può bere.” “Ah,” aveva detto Julius, “la posso togliere d’imbarazzo?” Più tardi, quando non chiesi più la sua mano, andai abbastanza d’accordo con la Hurz. Quando la sera ci trovavamo insieme nell’armadio, diceva sempre: “Mi racconti qualcosa, ma la prego, se Le è possibile, non cose grossolane”. Che io fossi servita a bere caffè, cacao, latte, vino e acqua lo trovava già abbastanza strano, ma quando le raccontai che Julius mi aveva usato anche per bere cognac, ebbe di nuovo uno svenimento e si permise (secondo la mia modesta opinione) una osservazione ingiustificata: “Speriamo che Diana non caschi fra le braccia di questo ordinario giovinastro.” Eppure tutto faceva invece pensare che Diana ci cascasse, fra le braccia di questo ordinario giovinastro: i libri nella stanza di Diana si coprivano di polvere, per settimane intere sulla macchina da scrivere restò un unico foglio con solo una frase a metà: “Quando Winckelmann a Roma…” Mi si lavava solo in gran fretta e pure la Hurz, così lontana dal mondo, cominciò a sentire che il suo incontro col fidanzato a Erlangen diventava sempre più improbabile. Diana riceveva infatti delle lettere da Erlangen, ma non rispondeva a queste lettere. Diana diventò strana, – solo esitando lo metto a protocollo – mi usò per bere del vino e quando la sera lo raccontai alla Hurz per poco non si rovesciò e ritornando in sé disse: “È impossibile che io resti proprietà di una signorina che riesce a bere vino in una tazza.” Non sapeva, la buona Hurz quanto presto sarebbe stato esaudito il suo desiderio: la Hurz andò a finire a un Monte di Pietà e Diana tolse dalla macchina il foglio con la frase iniziata “Quando Winckelmann a Roma” e scrisse a Wolfgang.
Più tardi arrivò una lettera di Wolfgang che Diana lesse a colazione mentre dentro di me beveva del latte e la sentii sussurrare: “Non gli importava dunque niente di me, gli importava solo di quella stupida Hurz”.
Vidi che prese lo scontrino dei pegni dal libro “Introduzione all’archeologia”, lo mise in una busta e così ritengo che la buona Hurz sia riunita ora col suo fidanzato nella cristalliera di Erlangen e sono sicura che Wolfgang avrà trovato certo una moglie degna di lui.
Per me seguirono anni strani: ritornai insieme a Diana e a Julius in Germania. Nessuno dei due aveva denaro e io rappresentavo per loro una ricchezza preziosa, perché mi si poteva usare per bere acqua, acqua chiara e bella, come la si può bere alle fontane delle stazioni. Non andammo né a Francoforte né a Erlangen ma ad Amburgo dove Julius aveva accettato un impiego in una banca. Diana era diventata più bella. Julius era pallido – io però ero riunito a mia madre e a mio fratello che tutti e due, erano – grazie a Dio – più contenti. Mia madre aveva l’abitudine di dire, quando stavamo l’uno accanto all’altra sul fornello di cucina: “Beh, in fin dei conti, margarina…” e mio fratello mise su superbia addirittura perché serviva da piattino per i salumi: mio cugino però, il portauovo, fece una carriera che di rado è concessa a un portauovo: faceva funzioni di vaso da fiori. Ospitava primule, margheritine, piccolissimi ranuncoli e quando Julius e Diana mangiavano uova, mettevano i fiorellini sull’orlo del piattino. Julius diventò più calmo, Diana diventò mamma – venne una guerra e io pensavo spesso alla Hurz che certamente si trovava ancora in chissà che cassetta di sicurezza, e sebbene mi avesse offeso, speravo che fosse riunita a suo marito, anche nella cassetta di sicurezza della banca. Insieme a Diana e alla bambina più grande, Johanna, trascorsi gli anni di guerra nella Lüneburger Heide e spesso ebbi occasione di osservare il viso pensieroso di Julius quando veniva in licenza e mi rimescolava a lungo. Diana si spaventava quando Julius mescolava così a lungo il caffè e gridava: “Ma cos’hai? Mescoli il caffè per ore!”
È strano che tanto Diana che Julius abbiano dimenticato da quanto tempo io sia già con loro: permettono che mi geli qui fuori, che la mia vita sia messa ora di nuovo in pericolo da un gatto randagio che gironzola – mentre dentro Walter piange per me. Walter mi vuol bene, mi ha dato addirittura un nome, mi chiama “Bevi-come-Ivan”, gli servo non solo per le sue bolle di sapone, ma anche da mangiatoia per i suoi animali, come vasca da bagno per le sue minuscole bambole di legno, gli servo per mescolare i colori, la colla… E sono sicuro che tenterà di trasportarmi col nuovo treno che ha avuto in regalo. Walter piange forte, lo sento, e io tremo per la pace familiare che questa sera vorrei aver garantita, eppure mi turba constatare come gli uomini invecchino presto.
Julius non sa più che una tazza senza manico può essere più importante e più preziosa di un trenino nuovo fiammante? L’ha dimenticato: testardo, rifiuta a Walter di tirarmi dentro, lo sento brontolare, gridare, sento piangere non solo Walter, ma anche Diana, e che Diana pianga mi fa dispiacere perché io voglio bene a Diana.
È stata magari lei che mi ha rotto il manico, quando incartandomi per il trasloco dalla Lüneburger Heide ad Amburgo, dimenticò di imbottirmi bene, come era necessario e così persi il manico, ma restai preziosa: allora anche una tazza senza manico era preziosa e strano – quando ci furono ancora tazze da comprare e Julius mi voleva buttar via, Diana disse: “Julius, vuoi buttare via la tazza, questa tazza?” Julius arrossì, disse: “Scusa!” e così restai in vita, servii anni amari come scodellino per il sapone da barba; noi tazze odiamo finire come pentolini per il sapone da barba. Più tardi mi sposai per la seconda volta con una scatola di porcellana per le mollette da capelli: quella mia seconda moglie si chiamava Gertrud, era buona con me e savia e noi restammo per due anni interi insieme sul vetro sopra il lavandino nel bagno.
S’è fatto buio improvvisamente: Walter, dentro, piange ancora e sento che Julius parla di ingratitudine – non mi resta che scuotere il capo!
Come sono folli gli uomini! Qui fuori c’è un tranquillo silenzio: la neve cade, da tempo il gatto è sgusciato via, ecco che la paura mi fa sussultare: la finestra viene spalancata, Julius mi afferra e dalla stretta della sua mano mi accorgo che è furioso: mi farà a pezzi? Bisogna essere una tazza per sapere come sono terribili quegli attimi quando si sente che si può venir scaraventati contro la parete o sul pavimento. Ma Diana mi ha salvato all’ultimo momento, mi ha preso dalle mani di Julius, ha scosso la testa e ha detto: “Questa tazza, la vuoi…” e Julius ha sorriso improvvisamente e ha detto: “Scusa, sono così nervoso…”
Walter ha smesso di piangere da un pezzo, da un pezzo Julius siede vicino alla stufa col giornale e Walter osserva – seduto sulle sue ginocchia – come acqua e sapone si sciolgano dentro di me: ha già tirato fuori la cannuccia e così io, senza manico, macchiata e vecchia, sto in mezzo alla stanza, fra tante cose nuove fiammanti e mi sento estremamente fiera di essere stata io a riportare la pace, sebbene mi dovessi rimproverare di essere stata io quella che l’ha distrutta. Ma è colpa mia se Walter vuol più bene a me che al suo trenino nuovo?
Vorrei solo che fosse viva Gertrud, morta da un anno, vorrei fosse ancor viva per vedere il viso di Julius: sembra che abbia capito qualcosa…

da: Heinrich Böll, Racconti umoristici e satirici. Traduzione di Lea Ritter Santini, Bompiani, Milano 1989 [1964], pp. 21-30

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