Ostri ritmi #3: Katia Špur

Ostri ritmi è una rubrica a cura di Amalia Stulin che, ogni ultimo venerdì del mese, ci introduce a voci della poesia slovena del Novecento. La traduzione è della stessa curatrice, che propone a ogni post anche una breve nota biografica sull’autore. È questa un’occasione di scoperta di poeti mai tradotti in italiano e sino a ora non affrontati su «Poetarum Silva», con un taglio nuovo e personale. Il titolo è tratto da una lirica di Srečko Kosovel: Ritmi affilati.

wirtschaft0212

Vez

Samo trhel most sem
ki si nad njim
podajata roke
moja mati in moja hči.
Most sem, po katerega gredo
vsi dnevi upanja in obupa.

Samo trhel most sem
med včeraj in jutri
med odhajajočim
in prihajajočim
med včerajšnjim smehom
in jutrišnjo bolečino.

Samo trhel most sem
in nad njim se srečujejo
jutra z večeri
otroški smeh
s predsmrtno solzo.
In moram nositi
vso težo nasprotij
med nočjo in dnevom
med pobeglim in prihajajočim.

Most sem, ki si nad njim
za zmeraj podajata roke
moja mati in moja hči.

Il legame

Sono solo un ponte fatiscente
sopra il quale
si tendono la mano
mia madre e mia figlia.
Sono un ponte, attraversato da
tutti i giorni di speranza e disperazione.

Sono solo un ponte fatiscente
tra lo ieri e il domani
tra chi se ne va
e chi vi arriva
tra il riso di ieri
e lo strazio di domani.

Sono solo un ponte fatiscente
e su di esso s’incontrano
le mattine con le sere
la risata del bimbo
con la lacrima che precede la morte.
E devo portare
tutto il peso degli opposti
tra la notte e il giorno
tra chi fugge e chi arriva.

Sono un ponte, su cui
per sempre si tendono la mano
mia madre e mia figlia.

*

Ukrajinka

Stojimo na apelu
— izmena nočna —
v četrti hali,
ob meni Ukrajinka.

Imaš tam v domovini sinka?
Jevo Germanci razstreljali…¹
In brada vzdrgeta ji.

Abtreten!
zavpije Nemka.

Usujejo se vrste iz mrzle hale
v megleno jutro
na črno cesto.
Ob meni svojo žalost
brez tožbe nosi
Ukrajinka.

L’ucraina

In piedi all’appello
— turno di notte —
nella quarta sala,
accanto a me un’ucraina.

Hai un bimbo là a casa?
Jevo Germanci razstreljali…
E il mento le trema.

Abtreten!²
grida la tedesca.

Si riversano le file dalla fredda stanza
nel fosco mattino
su una strada nera.
Accanto a me, la sua tristezza
porta senza proteste
l’ucraina.

*

Bijo nas

Prekleta so tla pod nogami,
prekleto nebo nam nami!

V decemberskem snežnem viharju
spet gole in bose
na štrafapelu stojimo
in mraz nam z jeklenimi svedri
telo krotoviči,
bijó nas zveri podivjane
z dlanmi in s petami
in z gumijastimi biči,
kot bi za stavo
uganjali z nami
krvavo zabavo…

Zakaj, pri vseh hudičih,
še zmeraj stojimo
na tem prekletem apelu?!

Nad nami se veter
pošastno krohoče,
z ledenimi kapljami
nebo nas bije v obraze,
bijó nas s pestmi in petami
prekleti hudiči,
ko v senci barak
za kazen stojimo
na pol že mrliči…

Ci picchiano

Maledetta la terra sotto ai piedi,
maledetto il cielo lassù!

Nella nevosa bufera di dicembre
di nuovo nude e scalze
in piedi stiamo allo Strafe Appel³
e il gelo con trivelle d’acciaio
ci martoria il corpo,
ci picchiano bestie selvagge
con le mani e coi tacchi
e con sferze di gomma,
come se ci giocassero
con dedizione
uno scherzo cruento…

Perché, per tutti i diavoli,
stiamo ancora
a questo dannato appello?!

Sopra di noi il vento
ghigna mostruoso,
con gocce gelate
ci picchia il cielo in volto,
ci picchiano coi pugni e coi tacchi
maledetti demonii,
mentre all’ombra delle baracche
stiamo in punizione,
per metà già cadaveri…

*

Hitreje

Hitreje, hitreje
ihr faule, gestreifte Hexen!…

In vrtamo, vrtamo luknje,
s pretrudnimi vrtamo jih rokami,
a Heinkel in mojstri
in nadišavljenje paznice
surovo kričijo nad nami.

Z diviim se truščem
svedri v rokah nam vrtijo,
vso noč, vso noč jekleno
pojo melodijo.
Sredi noči
samo za trenutek
zapro se oči,
a že nam trop paznic,
trop mojstrov kriči:

Weiter!… Weiter!… Weiter!4

Nekje so polja krvava
in ptice jeklene nosijo smrt.
Bratje, očetje, sinovi!
Sestre, matere, hčere!
V uporu mi roka
na plošči jekleni
za hip obleži,
a že so nad mano
in huje ko psi
besnijo biriči po Heinklovi hali:

Arbeiten!… Arbeiten!… Arbeiten!

Nekje so polja krvava
in ptice jeklene trosijo smrt…
Bratje, očetje, sinovi!
Sestre, matere, hčere!
Pod mojo roko se
plošča jeklena
spreminja v mrtvaka,
a Heinkel in mojstri,
vsa Nemčija divje kriči:

Arbeiten!… Arbeiten!… Arbeiten!

Più veloce

Più veloce, più veloce,
ihr faule, gestreifte Hexen!…5

E apriamo, apriamo fori,
li apriamo con mani esauste,
ma Heikel e i responsabili
e le sorveglianti profumate
brutali ci urlano addosso.

Con fracasso infernale
i trapani ci girano in mano,
tutta la notte, tutta la notte una melodia
cantano d’acciaio.
A notte fonda
per un solo istante
si chiudono gli occhi,
e già un branco di sorveglianti,
un branco di responsabili ci urla:

Weiter!… Weiter!… Weiter!

Da qualche parte, di sangue sono i prati
e uccelli d’acciaio portano morte.
Fratelli, padri, figli!
Sorelle, madri, figlie!
Nel rifiuto la mano
sulla lastra d’acciaio
per un attimo si posa,
ma mi sono già addosso
e peggio di cani
si scatenano le guardie per la sala di Heinkel:

Arbeiten!… Arbeiten!… Arbeiten!6

Da qualche parte, di sangue sono i prati
e uccelli d’acciaio seminano morte…
Fratelli, padri, figli!
Sorelle, madri, figlie!
Sotto la mia mano
la lastra d’acciaio
diventa cadavere,
ma Heikel e i capi,
tutta la Germania urla selvaggia:

Arbeiten!… Arbeiten!… Arbeiten!

.

Note

1 “Gli hanno sparato i tedeschi…” (russo)
2 “Rompete le righe!” (tedesco)
3 “appello di punizione” (tedesco)
4 “Avanti!” (tedesco)
5 “voi, streghe marce a strisce!” (tedesco)
6 “Lavorate!” (tedesco)

I testi originali sono tratti da © Antologija slovenskih pesnic (Antologia di poetesse slovene) 2: 1941-1980, uredila (a cura di) Irena Novak Popov, Založba Tuma, Ljubljana 2005.

© traduzione a cura di Amalia Stulin

Katja Špur nasce il 20 novembre 1908 nella frazione di Gornje Krapje nel Prekmurje, la regione slovena all’estremo nord-est del paese. L’essere parte di una famiglia con tredici figli la costringe a provvedere al proprio mantenimento e, una volta concluse le scuole medie, la spinge a spostarsi di città in città per continuare gli studi ginnasiali, tra Murska Sobota, Zagreb e Ljubljana. Le peregrinazioni continuano anche durante gli anni alla Facoltà di Filosofia: Ljubljana, Skopje, Zagreb, Grenoble e Beograd. Inizialmente insegna in un liceo privato a Zagreb, poi diventa corrispondente giornalistica dal Prekmurje, trovando quella che sentirà anche in seguito come la sua vera vocazione. Come giornalista si concentra sulle tematiche sociali, con l’imperativo di «servire la verità e il diritto». Con l’occupazione italiana della Slovenia nel ’41, è questa volontà ad impedirle di piegarsi al programma di repressione fascista. Špur perde il lavoro, viene arrestata e rinchiusa nel campo di concentramento nazista di Ravensbrück. Ma la brutalità delle guardiane, il lavoro da schiava nella fabbrica aeronautica Heinkel-Flugzeugwerke di Rostock (di cui parla proprio la lirica Hitreje), le atrocità di cui è testimone e vittima non riescono a piegarla: sopravvive e con la fine della guerra torna al giornalismo, per cui riceve il premio “Fran Levstik”, uno dei più longevi del panorama letterario sloveno, e che la occuperà fino alla pensione. Si dedica inoltre alla narrativa a sfondo sociale, rivolta soprattutto all’infanzia. In parallelo porta avanti la sua opera di traduzione di autori rumeni e bulgari, che le varrà il premio della Repubblica di Bulgaria. Muore a 83 anni, il 18 dicembre 1991 a Ljubljana.

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