Cristóvão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche

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Cristóvão Tezza, La caduta delle consonanti intervocaliche, Fazi, 2016, pp. 237,  € 17,50, ebook  € 9,99; traduzione di Daniele Petruccioli

di Giulietta Iannone 

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Cristóvão Tezza, brasiliano, classe 1952, professore universitario, scrittore, ai più credo dirà poco o nulla, a meno che non siate amanti e cultori della letteratura latinoamericana, allora sì, tra quella nicchia ristretta e orgogliosa di appassionati di letteratura in lingua portoghese è un nome noto, stimato, autore di racconti brevi, romanzi (ben 14) e saggi le cui traduzioni si contano sulle dita di due mani, nel 2008 la Sperling & Kupfer portò avventurosamente in Italia O Filho Eterno, con traduzione di Maria Baiocchi. Il portoghese è una lingua difficile (quale lingua non lo è), non massivamente diffusa, ma affascinante. Una lingua letteraria, nata dallo spagnolo (proprio con la caduta delle consonanti intervocaliche), con cadenze genovesi (popoli marinari dopotutto). Una lingua che si presta al gioco filologico e Cristóvão Tezza sembra aver fatto sua questa filosofia di pensiero nel suo La caduta delle consonanti intervocaliche, l’ultimo romanzo in ordine cronologico da lui scritto, ormai nel 2014, e tradotto in italiano da Daniele Petruccioli (le cui soluzioni interpretative si susseguono brillanti e imprevedibili).

O Professor, titolo originale, ma il titolo italiano ancora meglio rispecchia lo spirito del libro, (un plauso per chi l’ha scelto), ci porta di peso, quasi voyeuristicamente, nella vita di un professore settantenne, anzi in un giorno della sua vita, (una manciata di ore ad essere pedantemente precisi) come tra l’altro la tradizione letteraria europea alta impone, quando si vuole sincopare tramite il flusso di coscienza un’ intera esistenza, come fece eroicamente Joyce o perché no, la nostra tanto amata Virginia Woolf.
Heliseu da Motta e Silva, professore brasiliano di filologia romanza, è il nostro eroe, o meglio antieroe, (in un noir meriterebbe di diritto questo ruolo) che in uno sfoggio narcisistico di autocompiaciuta arguzia si sveglia un mattino (assalito dalla catena delle angosce mattutine) e si prepara. Prepara un discorso da recitare (lui ormai in pensione) a una platea di colleghi (che lo disprezzano, o per lo più ridono alle sue spalle), in un anfiteatro universitario, per graziosamente accettare un’ onorificenza a lui attribuita che in un certo senso chiude in gloria la sua onorata carriera di studioso.
Quale occasione migliore per raggrumare il bilancio di una vita, al sicuro delle pareti della sua casa, (vegliato dalla fidata e materna dona Diva e dal suo rassicurante caffè del mattino, una delle tante attenzioni gentili di una domestica affezionata) dove poter scegliere a cosa dare risalto e cosa omettere, in un susseguirsi di riscritture mentali [Miei cari (no, non direi mai così; detto da me fa subito carnevalesco, una maschera alla Groucho Marx) (…) Amici miei (no; così è troppo invasivo) (…) Cari colleghi (nemmeno – c’è un che di possessivo, una piccola macchia)]. Ricostruendo quasi il proprio passato a misura della propria adattabile e selettiva (se non autoindulgente) memoria. Mônica aveva le gambe storte – no, di questo non parlerà, decise Heliseu. È irrilevante.

Se la vanità sembra in un primo tempo il suo peggior difetto, più della lussuria, dell’ egoismo, della megalomania (forse è anche un assassino) più ci si inoltra nel suo tessuto mentale, (solido come la storia della lingua portoghese che viene richiamata con preziosa naturalezza dalle tante citazioni in portoghese arcaico, intrecciate al testo, perfette se vogliamo, un gioco di costruzioni a incastro), più l’irritante spocchia che lo avvolge si stempera in autentica disperazione, in buia solitudine, in doloroso fallimento per una vita bruciata nel paradossale vuoto di significato. (Per lui un filologo, quale orrore). E allora sì è difficile non provare simpatia per questo imperfetto essere umano, e nello stesso tempo grandioso personaggio. Entrare nella mente e nella vita di Heliseu richiede tempo e pazienza, bisogna adeguarsi alla cadenza dei suoi pensieri, e provenendo dalla lettura di un romanzo diametralmente opposto in intenti e considerazioni, ho raggiunto questa sintonia un po’ oltre le prime pagine. Ma quando questo è capitato, allora la lettura si è rivelata preziosa, interessante, ricca.

Cosa scopriamo di Heliseu da Motta e Silva? Un reazionario, come ho origliato una volta in quella stessa sala caffè, nemmeno riesce a essere di destra. Lui che di politica non vuole occuparsi, attanagliato dalla noia mortale della politica brasiliana, che pretenderebbe opinioni e prese di posizione. Marito infedele, di Mônica (sempre compianta), unico suo vero amore (ma è davvero capace di amare il nostro Heliseu? Lui è la fatica mortale della vita di coppia), la cui tragica fine lo crocifigge dai sensi di colpa. Padre insolvente di un figlio, Eduardo, la cui omosessualità crea tra i due un abisso e una separazione da niente colmata (lui che ha l’eleganza di risparmiare al padre i dettagli).  Figlio di un padre per cui la cosa importante per un uomo è avere una buona giacca, spendibile in tutte le occasioni. Amante di Therèse, giovane, bella e ambiziosa dottoranda dall’accento e le lusinghe di molte francesine il cui fascino è pari alla loro disinvoltura.
Se la sua vita pubblica la sua carriera è smagliante e ricca di soddisfazioni, (vince i concorsi per eccesso di competenze), la sua vita intima e privata è un totale fallimento, una nerissima sconfitta, un doloroso vuoto. Ma questa frattura sembra non pesargli. La sua vanità (o più che altro conferma di sé) che lo fa attardare un attimo di troppo allo specchio, è l’unica fragile debolezza di un momento. E poi il sipario cala. Mai sapremo se pronuncerà quel discorso (ormai così asciugato da apparire uno scheletro, sublime artificio di retorica), o anche se solo uscirà dalla porta di casa. Come nel monologo di Molly Bloom, una sola frase chiude il romanzo. Tezza  sceglie: Sto bene. Come se a qualcuno importasse. Forse al lettore sì.

Questo romanzo meriterebbe ben altra analisi e una mia più profonda conoscenza della letteratura in lingua portoghese o della storia brasiliana, (quanti rimandi, allusioni, assonanze, ironiche frecciate mi sono perduta) ma non ostante la fallibilità di chi scrive, la bellezza del testo traspare con così tanta forza, che già solo una comprensione parziale è sufficiente ad apprezzarlo.

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© Giulietta Iannone

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