L’enigma discreto

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Francesco Scarabicchi, “con ogni mio saper e diligentia”. Stanze per Lorenzo Lotto, Liberilibri 2013, € 12,00

di Anna Elisa De Gregorio

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Mi chiama con i colori della discrezione, dal suo angolo, nel Museo dell’Antico Tesoro di Loreto, La Presentazione al Tempio di Lorenzo Lotto. Mi siedo già sapendo che sosterò qui a lungo: è l’ultima opera del pittore (terminata intorno al 1555) ed è questo che me la rende preziosa. Un lungo travaglio per un quadro non troppo grande (172 x 136,5 cm), non specialmente impegnativo. Non aveva, certo, tante commesse a cui far fronte Lorenzo, nell’ultimo luogo, dove trovò rifugio come “oblato”, nella Santa Casa di Loreto. Quando s’era messo all’opera, erano per lui passati i settant’anni e, di certo, era malato e quasi cieco. Quel quadro gli sarà costato più tempo e fatica del previsto.

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Lorenzo Lotto, La Presentazione al Tempio

Il dipinto appare costruito su due piani, decisamente separati: in basso il pittore descrive la sua visione di un passato, vivo seppure antico, in alto la rappresentazione del suo personale e isolato presente. Nel piano inferiore, vivace nei movimenti e negli sguardi e spento nei colori, una piccola folla, nel tempio ebraico, raccolta in semicerchio, è in attesa. La Madonna sta salendo le scale col bambino, è rivolta verso il sacerdote, nella posizione di protezione e insieme di offerta del proprio figliolo. Ma non è lei il fulcro della rappresentazione sacra, infatti è appartata nell’angolo sinistro. Al centro Lorenzo ha voluto porre un altare, un tavolo quadrato che galleggia a un palmo da terra vestito soltanto da una preziosa tovaglia bianca. E, proprio sotto la tovaglia, ecco spuntare due caviglie seguite dal profilo di due grossi piedi (altri due si intravedono dietro a mo’ di zampe), che possono scendere solo dal tavolo e che sembrano sorreggerlo. Un’allegoria del corpo di Cristo, del suo sacrificio? Oppure un sapiente, ironico gioco dovuto a una, ormai, disappartenenza alle logiche del mondo? Oppure, vecchio, il pittore ha dimenticato un suo progetto iniziale, lasciandolo a mezzo?…
«L’umano nel divino e quei colori spenti/ sono l’ultima incognita che lascio,/ la doppia chiesa ch’è tempio e basilica,/ tra Simeone e il vecchio che s’affaccia/ nel semibuio della scena alta./ Per voi l’enigma di quei piedi umani/ su cui poggia la tavola a mensa vuota./ L’eredità che lascio è un testamento/che non ha parole…», scrive Francesco Scarabicchi riferendosi, appunto, alla Presentazione al Tempio nell’ultima poesia, prima della Clausola, del suo libro dal titolo con ogni mio saper e diligentia, Stanze per Lorenzo Lotto.
L’interrogativo resta intatto; non avrà risposta e così mi piace che sia.
Questo piccolo volume di poesie mi è particolarmente caro, non certo per l’attenzione (non esiterei a chiamarla maniacale) del poeta verso tutta l’opera di Lotto fin dall’adolescenza, che non potrebbe certo bastare alla poesia per illuminarsi, quanto per una immedesimazione totale nell’uomo, nell’artista e nel suo pensiero da parte di Scarabicchi, che si fa medium, solo nella finzione artistica, passivo. In ogni verso ritroviamo Lorenzo, “solitario e febbrile”, è lui che parla in prima persona nel poemetto, è Lorenzo, mai abbastanza compreso e riconosciuto, che crea e soffre, che invecchia, che si sente tradito, che scrive con grande fatica d’occhi il suo prezioso Libro di spese diverse. Una miracolosa rinascita, come se la poesia fosse pietra filosofale, capace di metamorfosi. Un lavoro meticoloso, che, proprio come l’ultimo dipinto di Lotto, ha avuto una lunga gestazione. Possiamo parlare di una totale, poetica, visionaria “compassione”.
I tratti del quadro non sono così decisi, i contorni delle varie figure tremano un po’, in particolare intorno alla profetessa Anna, che è figura umana rilevante più delle altre. Noto che la sua mano sinistra non è ben disegnata, sembra quasi che dalle maniche escano due mani destre, come non finite. C’è gran tristezza nello sguardo, il viso di lei è vecchissimo, stanco, come le braccia, che cadono verso il basso. E la tristezza è trasmessa a tutto il dipinto, sembra che tutti si preparino a un sacrificio in quel tempio ebraico, screditando le parole di serenità che nelle sacre scritture pronuncia Simeone davanti al Bambino: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo/ vada in pace secondo la tua parola;/ perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza…».
In armonia con questa atmosfera “senza solennità”, è anche il piano alto del quadro (l’interno d’un convento, d’una sagrestia di chiesa?). Il colore è incerto, stinto, di chi ha bisogno de “ochialj da veder luntano”: un frate con la barba bianca, figura di malinconia, viene sorpreso nell’atto di uscire da una porta stretta verso un ambiente freddo, semibuio, come in una sera d’inverno. Sulla sinistra si immaginano un’edicola, dei sedili di legno, una cassapanca. So che è lui, il vecchio Lotto, che sta guardando noi che lo guardiamo. Dando tanto spazio nel quadro a quegli interni desolati, l’intento è quello di indicarci quanto soffra l’abbandono e il vuoto dei suoi ultimi anni? O vuole anticipare a se stesso ciò che lo aspetta nel prossimo domani, nel mondo celeste, a cui pure Lorenzo crede?… Lassù, certo, sembra che tutto stia per scomparire. Non vedo salvezza, non c’è intenzione di luce.
Anche io, adesso, ho gli stessi occhi provati di Lorenzo, ho i suoi stessi anni e la sua solitudine accanto, seduta su una panca di legno ad osservarlo nella sala deserta della pinacoteca, con assoluta commozione. Vivo la sua difficoltà di muovere pennelli, di mescolare colori, di ricordare numeri e segni, di arrischiarsi a salire le scale: «…Senza solennità,/ a bassa luce, nell’impreciso gesto che si compie/ avviene ciò che narra l’evangelio/ e l’ombra dei miei occhi ancora vede,/ se immagino quel tempo e me in esso,/ cronista che già incespica malfermo, ma certo d’aver scelto del futuro/ la via che guida al mondo che resiste,/ la sola che prosegua in tanta notte».
Così termina la poesia L’enigma di Scarabicchi, che ho maldestramente citato e tagliato in due parti (così come ha fatto Lotto con il suo dipinto) dove discretamente il poeta negli ultimi due versi ci indica una strada di salvezza nell’arte, oltre il tempo, oltre il buio.
Il sentimento di pietas è intenso, in ogni parola, come in ogni pennellata del pittore; è così che il nostro sguardo e il nostro ascolto si “converte” a un’intima, individuale bellezza,  possibilità di ogni essere umano resistente.
Ho voluto fare questa triangolazione spericolata e irrispettosa, riferendomi solo a un dettaglio sia dell’opera di Scarabicchi che dell’opera di Lotto.
Un inconsueto modo di procedere per suggerire un “ascolto”, senza orologio, del dipinto insieme con tutte le opere di Lorenzo, e nello stesso tempo del poemetto in versi con ogni mio saper e diligentia, dove intensamente si narra proprio di tali opere e di tale personaggio. Siamo davanti ad un interrotto monologo interiore, a un finissimo racconto d’anima.
Per finire l’intrigante gioco di specchi, Francesco Scarabicchi ha scelto, per la copertina del suo libro, proprio la parte superiore del dipinto, dove il frate-poeta-spettatore-lettore sul limite della porta (quella degli inferi, della vecchiaia, della solitudine, della precarietà, della miseria umana) ci guarda e lo guarda per un’ultima volta. Forse le sessantuno “stanze” del poema prendono a nascere proprio da quest’ultimo quadro, memento e “testamento che non ha parole”, quasi in una religiosa ricerca a ritroso.

 

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