Il barista di John Lennon

Il barista di John Lennon

di Raffaele Calvanese

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Mio nonno era di Mondragone, come me. Anche io sono di Mondragone. Mio nonno come me aveva questi capelli crespi e indomabili. Negli anni 60 mio nonno Walter d’estate andava a lavorare a Baia Domizia, faceva la stagione perché quello era un posto alla moda e le mance volavano, solo con gli extra poteva guadagnare quasi un secondo stipendio. Faceva il barista a Baia Domizia da giugno a settembre. Non era sempre stato barista, aveva cominciato facendo quello che capitava. In quegli anni il litorale domizio era in forte espansione, erano arrivati una serie di imprenditori veneti e avevano visto tra quelle pinete un possibile  luna park per turisti, lì avevano cominciato a costruire case e alberghi così che a Baia ci si lavorava tutto l’anno. D’inverno sui cantieri e d’estate negli stabilimenti per turisti, in pratica mio nonno Walter era stato adottato da quel posto nonostante ci fosse il mare anche dov’è nato lui. Conosceva Baia come le sue tasche. Il simbolo della B e della D incrociati lo aveva progettato un famoso artista, mio nonno me lo diceva sempre anche se non ha mai saputo dirmi il suo nome. Diceva soltanto “lo ha fatto un famoso artista”, e io restavo a bocca aperta quando ero bambino. Mi facevo raccontare le storie estive che aveva vissuto a Baia in quegli anni. Fu una primavera multiculturale che durò una decina di anni più o meno.

Cynthia frequentava il liceo d’arte a Liverpool negli anni ’50, lì aveva conosciuto quel ragazzo che stava formando un gruppo musicale. Si erano conosciuti nel ’57 e pochi anni dopo avevano già avuto un figlio. Intanto quella relazione non poteva essere pubblicizzata perché la popolarità del marito era esplosa, alcuni l’avevano chiamate “beatlesmania” forse ne avete sentito parlare.

John e Cynthia si erano conosciuti a scuola e avevano cominciato a frequentarsi, i loro caratteri erano diametralmente opposti, eppure come nei migliori proverbi, si attraevano. Probabilmente se non avessero scoperto di aver concepito un bambino non sarebbero mai arrivati a sposarsi.

Mio nonno Walter con i primi soldi guadagnati si era comprato un giradischi. Lo aveva piazzato nella sua stanza e, quando non lavorava, molto del suo tempo lo passava a consumare vinili. I dischi li andava a comprare a Caserta, da Jukebox. Era l’unico posto dove si trovavano gli album stranieri. Ci voleva quasi un’ora con la corriera fino a Caserta, infatti Walter ci andava spesso il sabato, d’inverno specialmente, una volta ogni mese, mese e mezzo, a seconda dei soldi che racimolava, a seconda dei lavori che trovava. Non la solita roba di Sanremo, lì trovavi il rock, specie quello inglese. In quel periodo con alcuni amici di Mondragone Walter aveva anche cominciato a strimpellare la chitarra e a mettere su una band. Niente di eccezionale, ma ogni tanto riuscivano a rimediare qualche serata a una festa di paese o una festa da ballo di qualche liceo della zona. Si chiamavano “Piccola orchestra per prestazioni occasionali” come occasionali erano le serate che facevano. Una volta con il suo gruppo parteciparono pure ad un concorso a Caserta. Le band si esibivano in piazza Vanvitelli, al vincitore sarebbe andato un piccolo contratto discografico con un’etichetta napoletana per l’incisione di un 45 giri. Il gruppo di mio nonno arrivò terzo e non vinse nulla, ma quella sera mio nonno Walter per catturare l’attenzione era salito sul palco con un cappello a punta, simile a quello che portano gli alpini, era di feltro verde. Fu da quel momento che qualcuno guardandolo disse che assomigliava ad un elfo, forse anche per via dei suoi capelli stranissimi. Da quel momento il suo nomignolo rimase quello: “l’elfo”.

Un po’ per via della chitarra un po’ per la sua passione per i dischi inglesi mio nonno cominciò pure a imparare a suonare le canzoni che andavano forte a quell’epoca. Aveva imparato il riff di “Satisfaction”, e conosceva pure il testo, lo aveva imparato a memoria dopo aver comprato l’album su cui c’erano tutti i testi delle canzoni. Sapeva anche “House of the rising sun” ma più di tutte le altre conosceva le canzoni dei Beatles. Amava “Yesterday” e “Blackbird” anche se spesso non capiva il significato delle canzoni, le sapeva anche cantare, ma in quegli anni non era così facile avere confidenza con l’inglese e con il suo significato. Senza contare che McCartney e soci avevano anche scritto brani che si prestavano e si prestano ancora a mille dietrologie e leggende metropolitane. Forse era anche per questo che quel nome gli era rimasto addosso: l’elfo che parla una lingua tutta strana.

Cynthia aveva perso il padre che era ancora giovane,  la scuola a Liverpool le piaceva, e le piaceva anche divertirsi come piace a chiunque in quegli anni. John era finito anche lui al Liverpool College of art per salvare il salvabile, dal momento che sua zia notò la sua abilità nel disegno come unica ancora a cui aggrapparsi tra i tanti giudizi negativi che aveva collezionato alla Quarry High School. In un certo qual modo anche John non aveva un padre, perché il suo, Alfred, si era separato da sua madre e aveva cambiato vita trasferendosi dall’altra parte del mondo, in Australia. La madre di John non era esattamente quella che poteva definirsi una persona responsabile, per questo John finì a vivere con gli zii.

Walter in quegli anni ’60 ne vide tante di cose, coltivava la sua passione per la musica inglese e per la chitarra, anche se con quel mestiere non sfondava, era chiaro che non sarebbe andato lontano. Per questo motivo continuò a lavorare tutte le estati a Baia Domizia. Dopo qualche anno cominciò ad essere il barman di uno degli alberghi più quotati del posto, l’Hotel Palas. Il proprietario era un certo Bassanini, imprenditore di Pesaro. Non lo vedevano spesso da quelle parti perché possedeva alberghi anche in altre località di mare. Vedevano però tanti vip. Mi ricordo mio nonno che custodiva gelosamente una foto con Totò. I racconti del concerto che tennero Dalla e Umberto Bindi, addirittura un’estate ci girarono pure uno “sceneggiato”, come mio nonno definiva le serie TV. Lui era sempre lì, in quell’estate fece pure da comparsa in una scena dove recitava Sandra Mondaini. A sentire i racconti di mio nonno Walter sembrava aver passato la sua adolescenza in un posto tipo Miami o Los Angeles, è difficile credere che quel posto fosse Baia Domizia. Difficile crederci specialmente se ci si passa adesso.

Un cambio repentino quei posti lo ebbero alla fine degli anni ’70, quando col terremoto dell’Irpinia cambiò tutto, quella città prevalentemente estiva si popolò anche d’inverno per questioni di necessità, molte case furono occupate dagli sfollati e da allora, secondo mio nonno, niente fu più come prima. Il terremoto diede un grosso colpo a quei luoghi ma non fu il solo. Ci avevano pensato intanto pure gli speculatori. Attirati dai loro amici democristiani della Campania. Quel piccolo miracolo che furono gli anni 60 in provincia di Caserta stava già diventando un ricordo.

La parte peggiore in casa mia, almeno quando ero piccolo, però non erano i racconti delle speculazioni edilizie. La parte più complicata erano i racconti che mio nonno faceva del Villaggio svedese. Oasi a completo appannaggio di turisti del Nord Europa. Ancora adesso un pezzo di litorale si chiama così, è un luogo avvolto nella mitologia di racconti come quelli di mio nonno che all’epoca, negli anni 60, ebbe la fortuna di beccare i primi topless delle turiste svedesi che venivano a villeggiare vicino casa sua. Venivano da Stoccolma, Göteborg, Malmö, venivano dalla cima dell’Europa a prendere il sole in topless vicino Mondragone, a Baia Domizia, e mio nonno c’era. Mio nonno se l’è goduto tutto il periodo d’oro dell’ombelico del mondo della Campania negli anni 60. Quando lo raccontava mia nonna Angela si incazzava come una bestia, ancora era gelosa per quei racconti di qualche fugace conquista estiva, qualche avventura con le turiste del villaggio svedese. Mio nonno poteva descrivere, ma non sapeva raccontare molto di quelle ragazze perché si parlavano a gesti dal momento che trovare un linguaggio comune era complicato. A quei tempi ci fu anche una sorta di scandalo religioso. L’allora vescovo di Sessa Aurunca, Vittorio Maria Costantini, condusse una campagna contro quella che definì “La pietra dello scandalo“. Roba seria insomma. Che te ne fai di una telenovela brasiliana quando a pochi chilometri da Caserta puoi avere spiagge assolate, scandinave in topless, vip provenienti da tutto il mondo e pure uno scandalo religioso. In pratica Baia Domizia in quegli anni era uno dei pochi posti dove leggere una rivista di gossip era davvero interessante.

– Avevo poco da dire e molto da fare.

Lo ripeteva sempre. Faceva colpo grazie alle canzoni dei Beatles. Le cantava in spiaggia e così facendo faceva conoscenza. Sapeva come divertirsi mio nonno. Cantava spesso “Here comes the sun” e “Yellow submarine” e così rompeva il ghiaccio. Le canzoni dei Beatles negli anni 60 erano un linguaggio universale in tutto il mondo. Dalla Germania agli Stati Uniti tutti conoscevano quei ritornelli e quelle melodie. Forse è anche per questo motivo che la vita di Cynthia nei primi anni di matrimonio con John fu fatta di reclusione. L’immagine dei Beatles veniva prima di tutto, John era sempre in giro per promozione o per concerti e lei cominciò anche a sospettare legittimamente che non le fosse fedele. Non era un matrimonio destinato a durare. Infatti finì quasi subito, nel 1968, quando John faceva già coppia con Yoko. Anche i Beatles stavano avviandosi a completare la loro parabola insieme. Ci sarebbe voluto ancora qualche anno, sofferto, ma i quattro si sarebbero separati.

John non ha mai voluto far del male a Cynthia. Spesso diceva che era solo stata una questione di tempismo sbagliato, Si erano incontrati nel momento sbagliato, ecco tutto. In realtà era proprio il loro carattere così differente che stuzzicava John a stare con Chyntia. Era un momento in cui i Beatles probabilmente erano più famosi di Dio in molte parti del mondo, il che porta ad avere un leggerissimo pericolo di delirio di onnipotenza. Trovare qualcuno che tiene il punto, nonostante tu sia John Lennon, non è per nulla facile. Poi anche il mondo dello show business a poco a poco cominciò a crollare attorno a John. Molte persone gli stavano vicino per interesse. Erano un fenomeno planetario lui e i Beatles, era impossibile restare indifferenti alla Beatlesmania.

Nemmeno Walter da Mondragone era riuscito a rimanere indifferente a quell’ondata musicale, anzi si era fatto travolgere in pieno, e con la sua chitarra grazie a quei dischi aveva vissuto anche molte avventure estive travolgenti. Molte di quelle avventure le viveva al bancone del Palas, da dove chiacchierava e versava vino bianco e prosecco, tamarindo e vermut agli avventori italiani e stranieri nelle sere d’estate. In particolare nell’estate del 71 successe una cosa che mio nonno non mi aveva mai raccontato.

Mi prese un giorno che stavo ascoltando “Hey Jude” e mi chiamò:

– Vieni un momento, mi hai fatto venire in mente una cosa, la vedi quella foto mia da giovane che tengo in salotto?
– Si nonno, la conosco a memoria.

La foto ritraeva mio nonno con uno shaker in mano intento a chiacchierare con un uomo di spalle coi capelli abbastanza folti, con un cappello. L’uomo aveva le braccia appoggiate al bancone e la testa rivolta verso l’alto a guardare mio nonno. Io avevo sempre pensato che mio nonno tenesse quella foto perché gli ricordava la gioventù, una foto presa a sua insaputa che lo ritraeva felice e spensierato mentre lavorava e chiacchierava con un turista. Mio nonno teneva tantissimo a quella foto, era forse l’unica foto sua da giovane di quegli anni che avessi mai visto a pensarci bene.

Nel 1971, dopo essersi ripresa dalla fine del matrimonio con John, Cynthia cominciò a frequentare un imprenditore italiano. Roberto Bassanini. Un imprenditore che era andato a cercare di sfondare nella swinging London, proprietario di vari alberghi. Fu proprio nelle serate londinesi che i due si conobbero e cominciarono a frequentarsi. Cynthia nonostante fosse di Liverpool amava il mare, lo amava tantissimo, fu proprio per questo che venne a passare varie estati in Italia con il suo compagno Roberto. Quell’anno la videro pure a Baia Domizia, al Palas, di proprietà appunto di Bassanini. Chiaramente Walter le servì più di una volta cocktail e non solo. Diceva sempre che amava fare colazione in terrazza. Era proprio una fissa per lei. Era una donna molto cortese, molto premurosa con Julian, il figlio che aveva avuto con John. Roberto il suo compagno non era spesso con lei avendo molte cose da sbrigare anche d’estate, quindi molto del tempo lo passava da sola.

Si trattenne al Palas una decina di giorni quell’estate Cynthia.

Intanto dall’altro capo dell’Europa la storia della musica stava cambiando, perché i Beatles si erano ormai separati, a causa di tanti motivi, alcuni dei quali addossati all’allora compagna di Lennon, l’artista Yoko Ono. John aveva cominciato a suonare con la Plastic Ono Band e aveva già inciso anche un album che conteneva tra le altre canzoni anche “Working Class Hero”. Per lui non era esattamente un periodo facile. Era un momento di forte transizione, senza contare che lui insieme a Paul McCartney rappresentava la coppia più importante della storia della musica pop fino ad allora. Probabilmente i due migliori songwriter della terra di Albione insieme ai loro contemporanei Richards e Jagger. Erano anni così, che un paio di gruppi musicali contemporanei ti cambiavano per sempre la storia del pop e del rock’n’roll.

Fu nell’estate del 71 che John cominciò a metter mano su una canzone dalla forma ancora non definita, una canzone che parlava di pace. John cercava pace, un po’ per quello che succedeva nel mondo intorno a lui ma soprattutto per quello che gli stava capitando nella vita. Cercava pace e la cercò in una fuga. Durò pochi giorni, una decina la massimo, in cui nessuno seppe davvero dove fosse. Staccò da tutto, anche da Yoko.

Mio nonno leggeva parecchie cose sui Beatles, inoltre intratteneva anche i suoi colleghi dell’albergo. Spesso dopo aver staccato dal turno rimanevano a fumare una sigaretta sulla spiaggia, mio nonno imbracciava la chitarra e cantava qualcosa.

– Elfo suonacene una dei Beatles.

Un giorno mentre stava per attaccare il turno vide arrivare un uomo alla reception. Uno dei tanti turisti bianchicci, colorito tipico degli inglesi. Questo signore aveva grossi occhiali scuri, una maglia a righe bianche e blu ed un cappello sulla testa, Mio nonno ci fece caso senza davvero pensare a chi potesse assomigliare quell’uomo. Fu colpito dalla barba, molto folta. Ma poi continuò per la sua strada e cominciò a lavorare senza dar peso a quella scena. Sentì solo la ragazza nella hall chiamare il facchino dicendo:

– Prendi le valige del signor Ramone.

In testa a mio nonno quelle parole suonarono strane, come se avessero acceso un campanello, ma non si sa per cosa. Qualche ora dopo mentre era intento al bancone ad asciugare dei bicchieri ecco presentarsi quel tipo con gli occhiali scuri. Mio nonno stava canticchiando una canzone e attirò la sua attenzione, si fermò, si sedette su uno sgabello e ordinò una cocacola.

Cominciarono a parlare, il turista masticava qualche parola di italiano, mio nonno qualche parola di inglese. Parlarono del più e del meno, fino a che il signor Ramone non chiese a mio padre se in quell’albergo non ci fosse una certa Cynthia. Mio nonno capì subito a chi si riferiva. Gli disse che c’era una Cynthia nell’albergo, ma che di solito non scendeva in quell’orario. Se voleva poteva trovarla di mattino presto, a far colazione con suo figlio in terrazza. Il turista finì la sua cocacola e si congedò. L’indomani mattina a colazione la scena che si parò davanti a mio nonno fu quella di Cynthia Lennon che voltandosi riconobbe John, alias John Ramone, almeno così si era registrato alla reception. Parlarono quasi un’ora. John stette un po’ con Julian, poi si salutarono e Cynthia andò via. Una volta rimasto solo, il signor Ramone tornò al bancone del bar a ringraziare mio nonno Walter, gli chiese un caffè e si sedette di nuovo allo sgabello. A quel punto a mio nonno tremarono le gambe. Era indeciso se urlare o chiamare tutti i suoi colleghi, ma John gli chiese di non dir nulla, era lì perché voleva parlare con Cynthia, chiarire delle cose, chiudere dei conti in sospeso con lei  e con il loro passato, cercava una sorta di pace. Probabilmente era lì per rimettere assieme dei pezzi di un mondo che gli crollava attorno giorno dopo giorno. Casualmente nel salone del Palas c’era un gruppo di ragazze che provavano la sfilata per il concorso di miss Baia 1971, insieme a loro dei fotografi locali stavano immortalando le prove, fu proprio uno di loro che fotografando una ragazza riuscì a cogliere la scena di mio nonno che parlava al bancone del bar con quel turista di spalle.

– Vedi, quello di spalle era John Lennon.

Me lo disse così, a freddo, senza altre spiegazioni. Dopo anni che mi raccontava sempre le stesse storie sulle tette delle svedesi quel giorno mi disse quella cosa. Era il barista di John Lennon, lui, proprio lui, l’elfo da Mondragone era il barista di John Lennon. Non credo che l’avesse raccontata a molte altre persone quella storia. Forse è per questo motivo che mi consigliò di chiamarmi Joseph quando cominciai anche io a suonare la chitarra. Quando gli dissi che avevo scritto una canzone che si intitolava “un elfo” perché l’avevo dedicata a lui. Non sapevo ancora che era il barista di John Lennon. Ah, al ritorno in Inghilterra John Lennon la finì quella canzone sulla ricerca della pace, era Imagine.

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© Raffaele Calvanese

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Nota il brano che ha ispirato questo racconto è:

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