Festlet! #4: Musica

Giovanni Bietti - foto G.A.

Giovanni Bietti – foto G.A.

Alla consueta Lavagna di Piazza Mantegna, il musicista Fabrizio Puglisi ha ripercorso per noi la tradizione del tarantismo nell’Italia meridionale. Ha ricordato come il fenomeno, forse ultima propaggine del culto dionisiaco, sia sopravvissuto fino a poco tempo fa, diventando la forma di trance organizzata più longeva in una società occidentale. Il tarantismo, ha ricordato ancora, nei suoi sintomi di pianto e paralisi, urla e convulsioni, cui la musica del violino, dell’organetto e del tamburo a sonagli dovevano essere cura, è simile a quello che ancora sopravvive in Africa, e da lì è passato a Cuba, ad Haiti, in Brasile. Fabrizio Puglisi ci ha fatto ascoltare canti della Santeria, ha suonato per noi piatti della tradizione marocchina, e ha sorseggiato alla nostra salute, anziché la solita bottiglia d’acqua, un buon dionisiaco bicchiere di vino. La trance, come rilevano gli antropologi, è ritualità per il dominato – umile, donna, contadino – che si pone al di là della società che lo opprime. Mentre si torce, vestito di bianco, la sua danza prima sui quattro arti e poi in piedi fino al crollo finale è la medesima in molte parti del mondo; la corteccia parietale che misteriosamente si attiva negli stati di trance cerca sfogo nella danza, prende nutrimento dalla musica.
Di musica si è parlato tanto quello stesso pomeriggio al Teatro Bibiena, dove Bruno Gambarotta ha presentato Giovanni Bietti in un evento-spettacolo sulla collaborazione tra Mozart e Lorenzo Da Ponte. L’ha presentato così bene da dire quello che avevo sempre cercato di spiegare a me stessa riguardo a Bietti: la sua grande capacità di spiegare la musica dall’interno. Aiutato da un pianoforte – e da un computer da cui ci ha fatto ascoltare brani musicali del compositore viennese – Bietti ha raccontato non solo la genesi ma la struttura, i modi, il linguaggio utilizzato da Mozart per comporre tre dei suoi capolavori: Le nozze di Figaro, Don Giovanni Così fan tutte.
Mozart e Da Ponte, racconta Gambarotta che al librettista italiano dedicò un evento ancora amatissimo durante il quarto Festlet, sono due creature estremamente diverse: bambino prodigio sfruttato dal padre il primo, poeta in fuga il secondo; Mozart rifiuta di tornare a Salisburgo e desidera lavorare e farsi un nome a Vienna, Da Ponte è il primo libero professionista della librettistica, indole che gli permette a novant’anni di girare per New York vendendo spartiti armato di carretto e di una tipografia privata. Il loro incontro avviene per una favorevole congiunzione astrale: Giuseppe II, che delega l’intero Impero meno la cura per il suo amato teatro, ha appena sostituito alla passione per l’opera tedesca quella per l’opera buffa italiana, e accetta a corte questo “avventuriero del libretto”. Dall’incontro tra i due nascono le tre opere che segneranno il lustro tra il 1785 e il 1790.
Mozart scrive che la poesia deve essere serva ubbidiente della musica: le rime possono non funzionare, le parole stesse non sono il significante più forte. Bietti dimostra come tutto questo sia vero al pianoforte, accompagnando le dita con parole semplici e chiare. Ci mostra come nei dialoghi tra Figaro e Susanna, ad esempio, basti la sparizione del tema di lui per chiarire chi la sta spuntando. Nella scena di seduzione tra Don Giovanni e Zerlina, dove lei non sembra, bisogna ammettere, così restia a cedere, le rime sono alternate, e prendono a baciarsi solo con la capitolazione della donna; solo allora anche Zerlina canterà in versi in battere – con l’accento, cioè, sulla prima sillaba – e non in levare come aveva indecisamente fatto fino a quel punto. Don Giovanni, dal canto suo, lascerà i suoi ritmi signorili e gravi e canterà nei sei ottavi che introducono i personaggi rustici e brillanti.
Buffo, brillante, vivo, giocoso, comico, questo era il Mozart che abbiamo ascoltato. Ma come ha ben detto Bietti, e non c’è bisogno di aggiungere altro, è Mozart. Perfino nei momenti più lievi, perfino nel finto addio di un gioco di scambi, tira fuori dalle dita un brano che non sfigurerebbe in una messa. Eccolo qui, un regalo del Festlet.

© Giovanna Amato

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