Claudia Zironi: Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni

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Claudia Zironi: Fantasmi, spettri, schermi, avatar e altri sogni, Marco Saya, 2016, € 14,00

Nota di lettura di Luigi Paraboschi

questa sensazione che mi prende
di non bastare a me stessa

Mi piace aprire la lettura di questo libro, riportando come esergo due versi che mi hanno colpito di una poesia del libro precedente della stessa autrice:  Eros e Polis – di quella volta che sono stata Dio nella mia pancia, del 2014, perché questo ultimo lavoro  mi ha fatto constatare come il suo  percorso interiore di ricerca iniziato nel 2012 con Il tempo dell’esistenza  sia approdato con la sua ultima raccolta ad una visione esistenziale di certo più ampia rispetto alle precedenti, ma anche più “ devastata “ sul piano dello sguardo che ogni artista ha sul mondo. Si esce dalla lettura di queste pagine con la sensazione che ancora oggi, a distanza di quattro anni durante i quali di certo altre esperienza si saranno accumulate nel suo spirito, quel disagio, quel malessere di “non bastare a se stessa” siano rimasti quasi integri, anzi direi che da quanto leggiamo nei versi che seguono, quel bisogno, quella insoddisfazione si siano accentuati.

parliamo di ontologia a un’ape
citiamo l’essere guardando il cielo
con un telescopio. pensiamo
a un dio che a propria immagine
crei un batterio.
guardiamo al tempo
se ne siamo capaci.
consideriamo l’etica e la morale
per la loro durata e il loro effetto.
contempliamo l’inesistenza, poi
produciamo arte.

Nella prefazione Francesca Del Moro , che molto acutamente introduce al testo, rileva questa annotazione che non si può non condividere:

«l’autrice si mostra pienamente consapevole nel costruire un’opera complessa che delinea un viaggio in quattordici stazioni, nel quale l’io narrante si sdoppia nei ruoli che furono di Virgilio (e poi Beatrice) e Dante.»

È il narrare di un viaggio che  Zironi compie non solo dentro se stessa, ma anche all’interno delle contorsioni che spesso accompagnano l’animo umano, presentandoci tutte le paure ( specie quella della morte, onnipresente in molte pagine) sue ma non  solamente sue. E l’inizio si apre con i FANTASMI, dei quali il primo, anche se mai nominato, appare essere un Dio estraneo al dolore in cui noi ci dibattiamo:

dimmelo tu
che solo inesisti e taci
perché sono così affranta
dal disastro.
eppure
siamo qui, vivi, errori tuoi e separati, prova

della tua fallibilità, ché se ci avessi fatti uno
tutto questo dolore non esisterebbe. invece
ci sono figli, amanti, amici, assassini, folli
e ubriachi, come bestemmie
camminano nel mondo, senza un solo
vasto pensiero d’infinito.
e c’è la guerra, c’è l’odio
ci sono la malattia e la perversione.
c’è perfino l’amore.

Un altro fantasma sembra essere  la poesia, quando l’autrice si domanda nell’introduzione in prosa del suo cammino spirituale, intitolata Fantasmi «E se la poesia si reggesse sull’equivoco di viste sospese », per concludere poi  così: »se fosse un difetto dell’amore, come un gene zoppo, una mancanza partorita, quest’arte ? Se fosse sintomo di un fantasma della mente ?»C’è un tu dialogante che accompagna molte delle poesie, quasi a sottolineare il bisogno dell’autrice di aprirsi, di conversare, di riversare il suo mondo nel contenitore che lei chiama «AMANTE» togliendo però a questo termine tutta la carica che una certa letteratura gli assegna, per leggerlo invece come bisogno di aprirsi ad un tu  metafisico sì, ma non in senso religioso. Infatti, in un’altra delle prefazioni ai capitoli, troviamo questa affermazione : «non saremmo nulla se non soli, se tu esistessi amore»E quanto sopra affermato è stupendamente espresso in questa poesia, che  considero una delle più riuscite sul piano poetico , e mi sono permesso di ripartirla in terzine, contrariamente a come l’autrice l’ha voluta inserire, perché nella mia personale lettura ho riscontrato come le pause  tra i versi diano una morbidezza al testo che si perde quando questo è troppo accorpato:

in fondo la pioggia
specchierebbe le piazze
ugualmente triste

la malinconia dei fiori
una luce d’eclissi
sarebbero le stesse

non aumenterebbe la giustizia sociale
non calerebbe la disoccupazione
i calzoni rossi dei barboni

non sarebbero meno strappati
sulle ginocchia, meno consunti
non ci sarebbero angeli in cielo

derive quantiche di canti.
in fondo la pioggia
sarebbe la stessa.

 

Un altro spettro che incontriamo lungo il suo viaggio è IL TEMPO. Ed è lo spettro dell’invecchiamento della storia di ognuno di noi, l’arrendersi con o senza rassegnazione ai ricordi che riempiono le  nostre vite, la tristezza del dover ammettere, come la scrittrice fa nei due versi finali, che l’unico senso a quegli anni di gioventù lo deve al periodo della gravidanza perché gli stessi se ne sono sono andati lasciando molto vuoto e molta amarezza in eredità:

ti racconto, ché tu sappia la madre:
l’ho provata in adolescenza la foja
della rivoluzione. quando un poster
sostituiva i baci e una chitarra suonava
ossessiva per ore, senza frutti, ero
una puntina da giradischi, un bracciale
di plastica, un rimpianto di confini
un orcio sbrecciato di nulla. al muro
rosso, il mio uomo. lo guardavo
di fronte ma un giorno, mi misi di fianco
con gli occhi a mandorla e il seno nudo.
ruppi poi il primo impegno, premonizione
di ricorrenze future, per un mago falso
di carne e gabbiani. le discriminazioni
i tanti versi cupi rivolti ai fantasmi.
solo anni persi ti lascio e nove mesi
di senso.

Il cammino affronta a questo punto il nocciolo duro della ricerca, l’angoscia dello spettro della MORTE : «..scoprirono che i morti sapevano parlare con lo scherno della storia e in ciò sfumò il senso del passaggio», ma già  all’inizio della sua raccolta, nella prima poesia, aveva dichiarato : «nemmeno un nome ho perduto/ di quanti sono andati/ li sussurro ogni notte per te/ che non li hai conosciuti…». Nella poesia che segue riappare  il duello tra il pensiero razionale dell’autrice, portato a negare ogni trascendenza, e quello di non rinunciare alla speranza al quale invece sono spinti in molti:

ancora un piccolo fuoco che si spegne
ancora un figlio si ritrae
dallo stato innaturale. come
tacere lo splendore dell’inesistenza
l’immensità magnifica
d’un ’impossibile risposta, della grandezza
d’essere scintille infinitesime nel cosmo?
come rinunciare alla speranza
se una piccola mano vi si è persa

Scelgo questo breve testo che segue perché il verso finale mi sembra indicativo della chiarezza  di un rapporto di dipendenza psicologica  che si instaura tra “amante-eros-rapporti umani”, come rileveremo  lungo il corpo restante di questo libro.Viene spontaneo interrogarsi su come sia forte il legame  con quel TU che talvolta appare nello svolgimento delle tematiche, al punto che l’autrice sente di appartenergli completamente:

ho paura di te, di come
potresti sparire, prendermi
il cuore e mangiartelo
dirmi di essere morto.
di come ti appartengo

Con la parte dal titolo LO SCHERMO l’autrice pone in discussione il suo e nostro rapporto con questa zona che occupa un spazio così importante nella nostra vita, lo schermo televisivo, di cui scrive : «la televisione mi guarda mi parla/ da piccola credevo mi vedesse/ non una parola fu per me sola». L’impersonalità dello schermo è tale che non permette a chi lo accende di accedere all’interno dei suo contenuti, infatti la domanda che la Zironi si rivolge è contenuta in questi versi: «e io/ sto qui a chiedermi/di che materia/si sigilli/ e se per sempre/un cristallo luminoso»; ma l’impersonalità cui accennavo è quella che riscontreremo più avanti anche in altri mezzi di comunicazione ormai diffusi, impersonalità che però non è così grande da renderci insensibili alle tragedie che lo strumento TV ci trasmette, come appare in questa poesia che dalla data che vi appare pensiamo scritta dopo l’attentato al Bataclan di Parigi :

mentre mi lavavo le mani dal sangue
– così, per distrarmi dallo schermo –
ho pensato un po’ oltre l’orizzonte
degli eventi a uno spruzzo di materia
nel lavabo galattico. ruotiamo verso il gorgo
il nulla ha la massa di quattro milioni di stelle
la tour Eiffel starà in un cucchiaino
da caffè in argento, tutto il dolore
in una piccola tazza di ceramica bianca
non avrà colore il sangue.

14 novembre 2015

Un ulteriore passaggio che riscontriamo nella lettura, uno spettro ancora, è l’AMORE, e l’invocazione finale della introduzione al tema suona in modo disarmato, quasi impotente di fronte a qualcosa che sembra incomprensibile : «Essere accesa come uno schermo. Essere spenta. Essere della forma immateriale del nulla per mancarti, come se fossi amore». L’artista sembra quasi opporre una serie di “IF” alla crescita di un rapporto d’amore, come si deduce facilmente  da questa poesia:

saresti la mia voglia accesa e animale
se avessimo passi sincroni negli anni
le stesse luci di natale negli occhi
la stessa polvere di terre piatte
nelle unghie, se la lava si facesse
larga spiaggia chiara e non scordassimo
di incrociare mani con i ricordi delle rose
d’occidente, fossimo ciechi alla luce
fredda e traballante, se gli anni ottanta
non alitassero caldi da cortine
retrostanti, se ci fosse un futuro
di redenzione alla stasi nelle piazze
se imparassimo dallo schermo
come amare, se avessimo medesimi
numeri pari e non avessimo le questioni
quantitative da osteggiare, ci dimenticassero
da qualche parte insieme. una specie
in dionisiaco abbandono, il centro tuo
perfetto
conficcato in altro centro. Accolto.

Tutto sembra congiurare affinché il rapporto a due non nasca, o, se è nato, non cresca in modo consono ai desideri della poeta. Il bisogno di identificazione si fa chiaro anche più avanti nella parte dal titolo I rapporti umani, dalla quale evidenzio qualche passaggio, a mio avviso molto indicativo di una situazione di un rapporto a due che a volte appare quasi misterioso, occulto:

che basterebbe poi parlarsi
con mente pura
per acquietare i fantasmi
vaganti nelle anime a milioni.

È un rapporto  di coppia non paritario quello che ci viene sottoposto nella lettura, un rapporto nel quale una parte sottostà ai voleri dell’altro, e lo fa quasi implorando, come qui:

quando mi hai detto:
devi imparare a guardare
senza girarti lasciando
gli occhi sulla mia bocca
devi imparare a non chiedere
a ringraziare, devi sapere
come tacere. le parole
hanno solo bisogno
di suoni, i corpi di
essere pelle, le arance
hanno bisogno del sole.

Dell’ultima  parte, quella dedicata ai Sogni, ho scelto di prediligere due pezzi che mi hanno riportato Zironi in una dimensione socio-politica che le rende onore, anche nel suo scetticismo disincantato che ripesca nella memoria gli anni delle lotte giovanili in cui la figura leggendaria del Che era ripresa su tutte le bandiere, e che  il tempo ha svilita riducendola ad immagine pubblicitaria:

eravamo belli come eroi
poi venne il reality
mettemmo il tuo viso
sulle magliette
in campo rosso
coca cola

Resta però il ricordo di anni terribili della nostra storia di umanità in cammino, anni dei quali il nostro tempo tende a perdere la memoria, come qui:

a una piccola stele di cemento del Denkmal

fu inevitabile amare la luce
che non splendeva in te, figlio
singolarità dispersa al mondo
come il piccolo fumo di foglie
d’un circuito ininterrotto, in folle
oltrepassa ora la storia
costretto in un vagone
privo di radici, il tuo piscio
nel buio, i cadaveri
di chi hai vicino – sei facce
in pietra – un padre
che non vedrà
la fine del suo cancro. piangi
tutte le stelle che vuoi
poi, se tu potessi, torna.

Ho percorso con chi ha avuto la pazienza di seguire il mio cammino di lettura attraverso questo testo che, a dire il vero, agli inizi mi sgomentava per la sua complessità, e che poi, affrontandolo con pazienza, calma e riflessione mi ha rivelato la crescita di un’autrice alla quale sono legato fin dalle sue prima apparizioni poetiche. È un testo che richiede molta attenzione nella lettura perché la scrittura non è delle più facili, per i concetti espressi oltre che per la quasi assenza di punteggiatura e per il fatto che spesso il periodo è interrotto in modo inaspettato, dal momento che il punto-a-capo è piazzato in modo insolito e si evitano le maiuscole ad ogni successivo inizio, ma nel complesso il tono è alto, il linguaggio ricercato, mai consueto o banale, non c’è mai ricorso a sotterfugi stilistici per accattivarsi il benestare del lettore. Quello di Zironi è un atteggiamento di coraggio,  e il suo svelarsi anche se in modo mai troppo esplicito, il lasciar trapelare una vena di sensualità  molto più garbata di quella racchiusa nei due suoi lavori precedenti fanno di lei una personalità che non si può incontrare restando indifferenti. Un lavoro che rispecchia, senza essere pedante, una filosofia di vita, e ci offre una visione del mondo sulla quale si può anche non essere totalmente d’accordo, ma non si può ignorare quanto di vero e di condivisibile vi sia in questi  versi che chiudono il libro, e dei quali alcuni,  evidenziati in grassetto, sono una “summa” di amore e disperazione.

davanti alle vetrine Socrate
avrebbe saputo cosa dire.
balbettando io ne bevo
senza morire d’aspra luce
di un saldo entro le facce
degli automi. ma tu prendimi
– che nessuno ha davvero voglia
di esser solo – prendimi,
portami nella derisione
del tuo amore oltre un dio
di morta plastica e i manichini.
montiamo in vita a una spiaggia
di ciottoli roventi, stellari, scalzi
per danzare
ogni cara ipotesi di salva distruzione
della razza. poi restiamo lì
penetrati, ceneri abbracciate
come inerti, frantumate ossa
per millenni, in felice dissipazione.

Se isolati, rappresentano una sintesi perfetta di un desiderio inconscio, mascherato, che forse talvolta anche qualcuno di noi ha covato:

nessuno ha davvero voglia
di essere solo.
Portami nella derisione
del tuo amore
restiamo lì
in felice dissipazione

 

 

 

 

3 comments

  1. Desidero ringraziare sentitamente Luigi Paraboschi che come sempre rivela grande sensibilità e abilità di analisi testuale in chiave psicologica su impronta debenedettiana. Mi sento arricchita e illuminata da alcune considerazioni sopra riportate e accolgo con gratitudine i suggerimenti di ripartizione dei versi. Interventi critici come questo sono preziosi per un autore con aspirazioni evolutive.
    Ringrazio anche Poetarum Silva per avere concesso questo spazio.

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