Riletti per voi #13: Amos Oz, Tra amici

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Riletti per voi #13

Amos Oz, Tra amici, Feltrinelli, (2014 e precedenti edizioni), € 8,00, ebook € 5,99, trad. di Elena Loewenthal

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di Francesca Piovesan

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Mosche Yashar sognava di tanto in tanto il sorriso timido della sua compagna Carmela e le sue mani che suonavano al flauto canzoni tristi e strappacuore, ma non aveva mai avuto il coraggio di avvicinarsi a lei, nemmeno con le parole e neanche quasi con lo sguardo. Lei sedeva due banchi davanti a lui, così lui poteva vedere di lontano il suo collo sottile quando si chinava sui quaderni e la morbida peluria sulla nuca. Una volta che Carmela stava fra la lampada e il muro e parlava con delle compagne, lui passando le aveva accarezzato l’ombra. Dopo questo fatto era rimasto sveglio per metà notte, senza riuscire a prendere sonno.

Tra amici, di Amos Oz. La vita in un kibbutz. Le regole da rispettare, il desiderio di alcuni di trasgredirle. La vita in comunità, il modello socialista da perseguire, il bene della collettività al di sopra del bene individuale.
Oz è una penna talmente delicata e raffinata che, in poche parole ben accostate fra loro, riesce a dare una panoramica generale della vita di una comunità israeliana in un kibbutz degli anni ’60. Otto racconti che raccontano la vita di un gruppo di persone. Le loro abitudini, sofferenze, i loro desideri taciuti o portati alle labbra di tutti.
Un giardiniere avvezzo alle brutte notizie, che si è disabituato al contatto umano. Due donne che riescono a trovare una complicità basata sul rispetto reciproco. Un padre che vede sfumare la giovinezza spensierata di una figlia. Un bambino sbeffeggiato dal gruppo, alla ricerca di un porto sicuro. L’amore di una vita che si arrende di fronte ad una notte di pioggia. Il mito del ricercare la fortuna altrove. Un padre lontano dagli occhi, ma mai dimenticato. Il progetto universale, qualcosa che unisca tutto il mondo.

Oz crea un microcosmo che riflette i problemi della società moderna su larga scala, e l’utopia di una società basata sull’uguaglianza. Il richiamo al modello socialista è forte, così come la sua critica. Il potere dell’assemblea giudicante che decide il corso della vita degli individui. Il concetto di lavoro come bene primario e necessario della comunità. Il ruolo secondario delle donne. Il loro rassomigliare all’uomo, evitando trucchi e vestiti appariscenti. L’accogliere lo “straniero” per farlo aderire al modello imposto, eliminando ogni segno distintivo. La guida dei “saggi”, degli anziani che si scontra con l’ozio, e la mancanza di pudore dei giovani.
Il kibbutz è un luogo di privazione sentimentale. Tutto è nascosto sotto il perseguire una vita spartana, priva di ogni eccesso, anche di emozioni. La libertà sessuale che viene praticata, maggiormente, dalla componente maschile, è una mera concessione ad un desiderio materiale. Possedere un altro corpo, preferibilmente più giovane, più bello, più mansueto.
Tuttavia la passione riesce ad emergere dalla polvere, dai cieli scuri, e dagli odori stantii. Una passione che si nutre di ricordi, di parole mai dette, di sguardi e gesti interpretati.

Prima di abbassare gli occhi per evitare lo sguardo di Nina, Yoav ha notato una piccola ruga sopra il labbro superiore di lei, e si è detto che era nuova. Anche gli occhi erano stanchi e circondati da piccole grinze. Lui ha notato anche la linea sottile del mento e i capelli tagliati impietosamente corti. Gli sembrava una donna forte, tutto fuorché bisognosa di protezione, anzi, determinata e decisa. Dentro di sé, quasi gli dispiaceva che non fosse fragile, distrutta. Si è trattenuto a stento dall’allungare le mani per abbracciarla e stringerla a sé. O dall’appoggiarsi in grembo il capo di lei. Una vampata di sentimento e spasimo lo ha invaso, ma si è ben guardato dal lasciarsi andare: sapeva infatti che non si trattava di affetto paterno, e poi neanche di affetto.

Oz termina il racconto di questo gruppo di compagni, con un richiamo all’esperanto, lingua che avrebbe potuto salvare il mondo intero da incomprensioni e cecità. Lingua che solo un sopravvissuto all’orrore poteva considerare come arma salvifica, come nuovo collante, come ponte d’unione fra il vecchio ed il nuovo. Lingua a cui il tempo non ha voluto donarsi.

Osnat è rimasta sola davanti alla montagnola di terra ad ascoltare il canto degli uccelli e il ronzio di un trattore in lontananza. Si sentiva calma e serena come se non ci fosse appena stato un funerale, bensì una bella chiacchierata di quelle che fanno bene. Poi tutt’a un tratto le è venuta voglia di dire due o tre parole in esperanto, ma non era riuscita a imparare niente, e non sapeva cosa dire.

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© Francesca Piovesan

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