proSabato: Tommaso Landolfi, Il babbo di Kafka

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Il babbo di Kafka

Arrendendomi alle insistenze di molti amici, racconterò brevemente l’episodio che tanta influenza doveva avere sulla vita del Maestro (ed anche sulla mia).
– E se ora fra i battenti di quella porta (che era appena accostata) s’insinuassero due, anzi alcune, zampe, lunghissime sottili e pelose; e, la porta stessa cedendo alla pressione ed aprendosi pian piano, comparisse un enorme ragno, grosso quanto un cesto da bucato?…
– Ebbene?
– Aspetta, non t’ho detto tutto. Se questo ragno avesse al posto del corpo una testa d’uomo che ti guardasse fissamente da terra? Tu che faresti? T’ammazzeresti, no?
– Io? Io non ci penserei neppure. Perché diamine dovrei ammazzarmi! Piuttosto ammazzerei lui.
– Io sì, io m’ammazzerei. Perbacco, vivere in un mondo dove sono possibili cose di questo genere!
– E io ti so dire che tutto farei, tranne che ammazzarmi; neanche per sogno.
Non aveva finito Kafka di pronunciare queste parole e guardava ancora in aria di sfida la porta accostata, quando il battente girò lentamente sui cardini e si produsse punto per punto la scena da me immaginata. Nella sala remota dove stavamo cenando, balzammo in piedi esterrefatti. Il ragno, o la testa d’uomo, molleggiando sulle sue lunghe zampe, avanzava verso la tavola e ci guardava con una certa espressione cattiva.
– Ebbene – gridavo io, lo confesso, quasi piangendo – ebbene, perché ora non l’ammazzi?
Ma Kafka guardava l’animale, o uomo, cogli occhi sbarrati e non muoveva un dito; se non che andava arretrando insensibilmente verso un angolo della stanza. Gli è che quella testa (come seppi poi) era appunto la testa di suo padre, morto tanto tempo prima. Questi, guardando Kafka, aveva la sua espressione peggiore, gli occhi iniettati di sangue e quasi torti, il labbro superiore marcato da una parte in segno di rabbia; come quando faceva le sue tediose scenate, di cui ora Kafka si ricordava benissimo, alzando la voce nella maniera più sgradevole. Ora non parlava, perché forse non poteva, ma quasi scoppiava, era evidente, dalla voglia di gridare. La testa, colla faccia rivolta all’insù, stava un poco inclinata, nella posizione d’un rospo.
«Che diamine ho fatto ancora?» si chiedeva Kafka ripreso dall’angoscioso senso di quando, bambino, era fatto segno a quelle scenate senza saperne esattamente il perché. – Papà… – mormorò.
Io, lo confesso, mi posi a battere le palme e a urlare scompostamente: via, via bestiaccia! senza però avere altro coraggio che questo. Allora il padre di Kafka, che tuttora avanzava circospetto verso di noi, parve ripensarci e far forza a se stesso (dominarsi davanti agli «estranei» era sempre stato il suo vanto, se nonché tutti indovinavano i suoi sentimenti solo a guardarlo in viso, se anche non avesse mormorato fra sé, in casi simili, «corno, corno!»); rimandando la scenata, o l’aggressione, si volse e barcollando e arrancando se ne usci in silenzio donde era venuto. Io, lo confesso, fuggii strappandomi i capelli e singhiozzando da qualche parte; Kafka dopo un istante si precipitò dietro a suo padre nel grande salone buio.
Inutile dire che né quella notte né i giorni seguenti gli riuscì di ritrovarlo, sebbene lo cercasse per tutte le stanze a tutte le ore. «Ma guarda, si diceva. c’era a casa mia un simile animale e chi l’aveva mai visto! Chissà poi quanti altri ce ne sono dello stesso genere. Se non lo acchiappo non potrò più vivere qui». Sulle prime pensava di chiuderlo in una gabbia o nella camera che era stata la sua. Infine lo vide un giorno, al crepuscolo, che attraversava velocemente uno sgombero pieno d’oggetti polverosi, e comprese anche che passava con facilità attraverso le porte chiuse e forse attraverso i muri. Da allora si disse che l’avrebbe ammazzato senza pietà, non c’era altro da fare; s’intende che anche in tale occasione gli sfuggì.
Un giorno, quando disperava ormai di ritrovarlo e già si proponeva d’andarsene e abbandonargli tutto il vecchio maniero a discrezione, esso gli venne innanzi all’improvviso e in piena luce. Il futuro grande scrittore era nella sua camera da letto, per la cui finestra il sole le penetrava largamente. Al sole parve più bigio e polveroso; il volto cinereo guardava stavolta al figliuolo con un’espressione stanca e quasi implorante e con grande affetto, colle lacrime agli occhi (come quando, prima, si sentiva male). Ciò malgrado Kafka, dato di piglio a una seggiola, lo stordì sul momento ben bene; poi corse in cantina a prendere un maglio da botte e con quello lo schiacciò del tutto. Dalla testa frantumata sgorgò, come di ragione, una specie di midollo più o meno liquido.
Con ciò Kafka credeva d’essersene liberato per sempre, anche se a duro prezzo. Ma quanti ragni, grossi o piccini, non alberga un vecchio maniero!

da: Tommaso Landolfi, Le più belle pagine. Scelte da Italo Calvino, Rizzoli 1989, pp. 229-231. Il racconto apparve nella raccolta La spada, pubblicata da Vallecchi nel 1942.

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