Eleanor Wilner, Tutto ricomincia. Recensione

tutto ricomincia wilner poetarum

Eleanor Wilner, Tutto ricomincia, a c. di Fiorenza Mormile. Testo originale a fronte, traduzioni di Maria Adelaide Basile, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Paola Splendore, Jane Wilkinson, Roma, ©Gattomerlino/Superstripes, 2016, € 12,00

«now everything is starting/ up again»: da questo verso tradotto il titolo del volume di poesia che presentiamo oggi, una raccolta della poetessa statunitense Eleanor Wilner (classe 1937) a cura di Fiorenza Mormile e con traduzioni di diverse studiose. La «visione culturale e collettiva della memoria» dell’autrice è impressa in quella che il regista teatrale Cesare Ronconi definirebbe come una «lingua verticale misteriosa»; scegliendo di attraversare il tempo, di penetrarlo e osservarlo con una continuità che travalica i secoli, i momenti, le opere citate nel testo, Wilner crea una poesia coerente, in cui la connessione rivelata fra l’uomo e la natura ma ancora di più fra l’autore, il lettore, e i tanti riferimenti bibliografici che nei testi si rintracciano, dichiarano una solida conoscenza della tradizione (più volte rimaneggiata e valicata) − della poesia anglosassone, ma non solo − e una necessità di guardare oltre, per costruire un linguaggio poetico stratificato. È nelle parole degli altri − soprattutto nelle immagini altre − che questa poesia cerca il proprio senso; non al proprio interno, dunque, ma nella visione delle cose. Non si tratta di una poesia che parla del sé (dell’io) e, se lo fa, non smette di tessere la tela che la congiunge al mondo, alla natura, e alla letteratura e all’arte che l’hanno preceduta: da Dante a Vermeer, considerando molti altri artisti. Proprio Fiorenza Mormile segnala, nel suo saggio introduttivo al libro, il superamento della tradizione affermando come Wilner sia in grado di «salvare il futuro riscrivendo il presente»: il titolo della raccolta di traduzioni è legato al testo di Everything is starting, che inizia così:

The snow is filthy now; it has been
drinking oil and soot and car exhaust
for days, and dogs have marked it
with their special brand of brilliant
yellow piss;
……………….for a week after it fell,
the snow stood in frozen horror
at the icy chill, and hardened
on the top, and then, today, the thaw:
now everything is starting
up again −

La neve è sporca ora; da giorni beve
petrolio e fuliggine e gas
di scarico, e i cani l’hanno marchiata
col loro piscio speciale
giallo oro;
…………….per una settimana dopo essere caduta,
la neve rimase in un orrore raggelato
per il freddo glaciale, e indurì
in superficie, e poi, oggi, il disgelo:
ora tutto
ricomincia −

Lo scarto definitivo con la Waste land eliotiana − secondo Mormile − è dato da una neve che porta all’occhio − poi − il disgelo, nuovo “momento” poetico che apre a una prosecuzione del testo.
C’è molta Italia nei luoghi di Wilner; c’è Firenze, e ci sono Pompei e Roma, ma ogni città o spazio è scorciato nel suo presente-passato, come in To Think What We Might Have (Pensare cosa avremmo potuto…): «Today − Pompei,/ on view: the ultimate interruption,/permission to blame nature for the failure/ to finish anything − to bake the bread, to put/ the kids to bed on time, sew the tattered toga, ice/ the wine, draw up your will, take the swill out back/ to feed the pigs, do some small kindness to the poor,/ write you senator (you hear that Rome’s gone/ rotten, and your taxes will be used for yet/ another war)…» (Oggi − Pompei/ in mostra: l’interruzione definitiva,/ il permesso di biasimare la natura per il mancato/ compimento di ogni cosa − cuocere il pane, mettere/ a letto i bambini in orario, cucire la toga strappata, mettere/ in fresco il vino, fare testamento, portare il pastone/ ai maiali, fare un po’ di bene ai poveri,/ scrivere al tuo senatore (senti che Roma si è/ corrotta e le tue tasse saranno usate per/ l’ennesima guerra). Il luogo fa da sfondo a un dire che conduce verso un altro dire: come se diventasse universale − e non solo particolare − il luogo che si sceglie.
Scrive ancora Mormile che il “confessional” è estraneo a Wilner, come si è già detto: una sottrazione rispetto a molte altre voci della sua generazione, dichiarata, ad esempio, nell’incipit di The interview:

Q. Who are your influences?
A. The poet who dressed in white and stayed in her room,
The one who wore a turban, rings, and famously took to her bed,
The one who killed herself, again and again, till she got it right:
These are the ones who showed me what I should not do.

D. Da chi è stata influenzata?
R. La poetessa vestita di bianco che se ne stava nella sua stanza,
quella con un turbante e gli anelli che non si alzò più dal letto,
quella che si uccise, più e più volte, finché non ci riuscì:
sono state loro a mostrarmi cosa non fare.

Le distanze di Wilner si moltiplicano qui così, assumono misure diverse, anche definitive, in rapporto al tempo e all’altrove, al dove ritrovare e ritrovarsi per osservare il mondo che ingloba il sé, fotografarlo e restituirlo ai versi; perciò il sé non è l’io poetico proprio ma la sua immagine, la sua proiezione in terza persona, che denuncia appunto una non appartenenza nei confronti di chi ha preceduto l’autrice e la poesia che l’autrice scrive. Un distacco nei confronti del proprio sesso anche, che Mormile ravvisa come un prendere le distanze dal “genere”, e che introduce un problema di “voce narrante” in quest’autrice. Eppure la voce narrante nella poesia di Wilner risuona limpida e comprensibile, verticale, coerente, perentoria ma in grado di accogliere, anche quando il punto di vista è sfocato o si fatica a cogliere. Ed è forse quest’ultima una le qualità più interessanti di questi testi che, in traduzione, non risultano mai tradire l’intenzione dell’autrice.

© Alessandra Trevisan

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