Una frase lunga un libro #63: Giuseppe Martella, Nel centro della regola

Giuseppe Martella - Nel centro della regola - Copertina

Una frase lunga un libro #63: Giuseppe Martella, Nel centro della regola, Ladolfi Editore, 2015; € 10,00

*

Non è necessario
conoscere ogni schianto, non serve
comprenderli tutti per raccogliersi
nei polsi e incontrare
la torsione. Anche questa sera
ci chiuderà gli occhi,
li ritroveremo perfettamente conservati.

Ci sono libri che per strani motivi vengono poco raccontati, poco recensiti, libri che sembrano destinati a rimanere in disparte, a volte lo si dice di alcuni scrittori, meglio ancora se poeti, si dice “appartati”. Essere riservati, però, non significa non voler essere letti, significa solo rinunciare al presenzialismo e a non passare il tempo a mandare e-mail per ricevere un parere. Nel centro della regola di Giuseppe Martella è, con ogni probabilità, uno di questi casi; su Poetarum Silva, però, ci piace occuparci di libri recenti come di libri meno recenti, o addirittura di libri fuori catalogo (leggesi la nostra rubrica Si Ristampi). La raccolta di poesie di Martella ha circa un anno e mezzo, per quello che mi riguarda si tratta di raccolta nuovissima e bella e come tale ve la voglio raccontare oggi.

Il libro è diviso in quattro parti, ma come lettore non posso che considerarlo un corpo unico, o se preferiamo quattro movimenti della stessa azione, stesso pensiero, stesso ragionamento, stessa – naturalmente – domanda. Ci sono poi dei temi o sentimenti che si ripetono in tutto il libro. Uno di questi è racchiuso in due parole: allontanarsi/avvicinarsi. Le poesie di Martella, si badi, non dicono di persone perdute o ritrovate, se lo dicono lo fanno dentro un ragionamento più vasto. L’allontanarsi, specie nella prima e seconda parte, rappresenta il distacco dalla sicurezza (affetti primari, materni, mura domestiche), tutto ciò che ci ha protetti prima della conoscenza, bisogna allontanarsi perché è inevitabile dalla chiarezza infantile, da quel luogo certo in cui tutto quello che l’occhio vede esiste e quello che l’occhio non sa è un riparo garantito da altri. Il centro della regola è, quindi, il centro dell’occhio, ma non basta, da quel centro, da quella pupilla che si muove a destra e a sinistra, che scatta curiosa, ci si deve muovere per arrivare al cuore delle cose; qui comincia l’avvicinamento.

Per cominciare a capire bisogna che l’occhio si abitui al buio, che lo comprenda, che impari ad osservare anche quello che apparentemente non è. È chiaro per Martella che per muoversi in questo spazio sperduto e difficile che è il nostro tempo bisogna adattare lo sguardo, non bisogna sottrarsi alla curiosità e alla necessità di farsi capire e di capire. Bisogna saper stare fermi a riflettere e poi accelerare; e si accelera con le parole, con le parole precise e ritmate che il poeta usa, che sa usare. Martella non si perde in orpelli, mai. Possiede il dono della sintesi che apprezzo particolarmente e per il quale lo ringrazio. Perché i ragionamenti sono lunghi e complessi, a volte infiniti, ma possono essere restituiti al foglio e al lettore solo con quell’accelerazione secca e musicale che la poesia consente. Si va avanti nel libro e le domande si fanno più numerose e complesse, sono le domande dei nostri giorni, spesso spaventano e quasi mai hanno risposta. Scrivere significa chiarirle e generane altre, per le risposte non è così semplice. Il poeta non risponde, chiede e aiuta a formulare le domande. Vede di più? Vede meglio? Chissà. Cerca di mostrare ciò che vede, facendo ordine, cercando un senso allo sgomento, ma non può da solo. Lo sa bene Martella, che nell’ultima parte prende quelle domande e le mette al servizio di un dialogo, forse trovato, forse da trovare. Non importa chi sia il suo interlocutore, perché è destinato a cambiare da lettore a lettore, di lettura in lettura.

*

Due separati da un temporale
si stringono nelle scapole, bevono
un sorso di acqua dura prima del tuffo.
Hanno profili di china, colli buoni
per un’esecuzione. Uno scompartimento
qualsiasi, in una stagione qualsiasi,
non giustifica il ritorno, è uno sfondo.

*

Eppure sono nostri questi giorni
chiusi e interminati. Giorni interi
come uno scarto, una testimonianza.
Ci inchiodano a una fuga lungo
un limite più vicino, senza incontro,
chiedono una parola più giovane.

*

Specchio d’anima, questa è la stanza d’affitto,
dove ora tutto è più chiuso, vigilato, e questo
è il nostro ultimo incontro. Le maschere ti hanno
ricomposta, ti hanno costretta in un profilo
nuragico, hanno scelto il frasario, hanno allontanato
la spada. «Hai visto? Nevica. I cani» dicevi «quando nevica
ritrovano il mondo». Sulla sedia, accanto allo stupore
della morfina, la metà del piatto cercava se stessa.

***

© Gianni Montieri su Twitter @giannimontieri

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