Una frase lunga un libro #61: Veronica Tomassini, Sangue di cane

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Una frase lunga un libro #61: Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana, 2010; € 16,00, ebook € 5,99

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Marcin era morto. Io avevo i pidocchi. Cioè successe nello stesso momento, Marcin cagava sangue, stava morendo, beveva e cagava sangue. Io invece avevo prurito ovunque, dietro la nuca soprattutto. “C’hai la rogna”, mi diceva Tano, il pescatore, l’amico di Ivona. Ma Ivona stava con Marcin e Marcin stava morendo perché cagava sangue. Io stavo con Sławek, Sławek Raczinski di Radom, Polonia. Mi ci portò Sławek in quel posto di merda, una casa a due piani, zona residenziale, bordello con mignotte dell’est, cuscini a forma di cuore, camere personalizzate, condom personalizzati, fellatio personalizzate. I pidocchi li presi prima comunque. Ero una ragazzina nei modi, e forse anche una donna. Perché avevo ventidue anni. Statura media, carina, sguardo acquoso, gambe fragiline, magre troppo magre, taglia seconda di reggiseno. Capelli lunghi. Scuri. Graziosa. Italiana. Di Siracusa. Stavo con un polacco di nome Sławek, professione: semaforista.

La letteratura quando ti travolge. Potrebbe essere questo uno dei possibili sottotitoli al bellissimo e sconvolgente libro (opera prima) della scrittrice siciliana Veronica Tomassini, uscito quasi sei anni fa ma sul quale mi piace ritornare. Una storia d’amore di una forza d’urto notevole. Una storia d’amore di una bellezza disarmante. Un racconto d’immigrazione, di dolore, un dolore, a volte, quasi cercato e inevitabile. La ragazza siciliana prova per l’immigrato Slawek, uomo da semaforo, alcolizzato, bello, distruttivo, inevitabile e polacco, un amore al primo colpo, un amore che è un colpo. Si corre a perdifiato con i due protagonisti in vecchie palazzine diroccate, grotte, i parchi di Siracusa ritrovo degli immigrati. I personaggi che via via si incrociano, stanno in un non-tempo, in un barattolo di vetro tagliato dove: sesso, morte, sangue, coltelli, baci, vino e vodka, somigliano a una cosa sola, che si chiama: disperazione, che è figlia di una speranza perduta o mai avuta. L’autrice ha trovato un modo nuovo,  e a pensarci bene, uno dei pochi possibili per raccontare l’immigrazione. Una lotta per la vita che si svolge tutti i giorni davanti ai nostri occhi. Sui nostri autobus, nei nostri bar, magari sul pianerottolo di casa. Una guerra di cui vediamo qualche lampo, storie di cui ci interessa la superficie. Ho riletto il libro da poco e riflettevo sul fatto che Tomassini ci mostra l’unica via possibile all’integrazione, quella della conoscenza vera, ci riesce con la forza della sua scrittura; una scrittura fuori dagli schemi, rapida e ripida, tagliente, dolce, implorante, sciolta, quotidiana, a volte fotografica. Una scrittura che rende di nuovo possibile il concetto di “verità”.

A tal proposito cito  Andrea Pomella, che su questo libro ha scritto una delle cose più sensate: «Ciò di cui ha continuato a parlarmi Sangue di cane riguarda uno dei segreti più intimi e travisati della scrittura: la verità. Ho pensato a lungo che gli scrittori, anche i più celebrati, possono maneggiare una tecnica sopraffina e con essa scrivere capolavori di lunga durata e nel contempo non essere sinceri. Ma quelli che possiedono la sincerità sanno scrivere senza schermi, senza freddezza, esibendo il calore bagnato delle proprie viscere, quella sincerità li espone nudi al mondo e li rende il bersaglio preferito degli stolti. La ‘verità’ è questo». Dico una cosa in più, che Veronica Tomassini ha fatto di questo scrivere senza schermi la sua miglior difesa, perché è questa la sua forza ed è questo che ti fa tornare a questo libro come si fa con le cose che si amano. Le cose che non si dimenticano, quelle che restano. L’altro miracolo  di questo racconto è: l’amore. Solo l’amore sconvolge ogni volta i canoni usuali. L’amore va a fondo e stravolge. L’amore insegna e fa vedere.

Polacco. Il miglior uomo che mi potesse capitare. Polacco. Il tuo sangue scorre nelle vene di mio figlio. Il tuo sangue, le tue lacrime, il tuo seme è ciò che reclamo ancora nei segreti del mio corpo, un corpo che non smette di agitarsi al solo pensiero di una carezza polacca, di un bacio polacco, di un amore polacco.

Questo è un libro che non si mette via riponendolo sullo scaffale della libreria, resta lì con te. Ti fa continuare a correre, a pensare. Ti costringe a porti delle domande che quasi mai ti poni. Domande del genere: Ma io quanto ne so di ciò che accade intorno a me? Davvero posso continuare a fingere che la realtà sia diversa da questa storia? Quando (se) capiterà a me che farò? Tomassini ci dà una lezione importante, ci ricorda che la letteratura è un potentissimo strumento, una lente senza filtri, che la scrittura come si deve non nasconde i fatti. Questa scrittura arriva al fango, ci arriva con l’amore e a questo fango si mischia senza paura, uscendone pulita e limpida. Veronica Tomassini va al cuore delle cose, scusate se è poco. Quando si arriva alla fine del libro si comprende meglio quanto siamo fortunati ad avere i soldi per un tetto e quanto  ciechi a non saper guardare fuori dalle nostre finestre.

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© Gianni Montieri  su twitter @giannimontieri

 

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